SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La storia di un popolo si ritrova spesso nei percorsi delle persone che, per necessità o per speranza, sono costrette a lasciare la propria terra. È una storia fatta di partenze, sacrifici, nostalgia e coraggio. Anche San Benedetto del Tronto ha conosciuto profondamente questa esperienza: una città segnata dalla guerra e dalla povertà del dopoguerra, ma anche dalla forza di uomini e famiglie che seppero ricominciare, portando con sé il legame indissolubile con la propria terra d’origine.
Il racconto del nostro rientro dopo lo sfollamento del 1944 conduce così a una pagina drammatica della storia dell’emigrazione italiana: quella dei lavoratori partiti nel secondo dopoguerra verso le miniere del Belgio, spinti dalla necessità di trovare un lavoro e dalla speranza di costruire una vita migliore. Tra il 1946 e il 1956 furono migliaia gli italiani che attraversarono le Alpi per scendere nelle gallerie delle miniere di carbone della Vallonia. Molti pagarono un prezzo altissimo, fino alla tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956, dove persero la vita 262 minatori, 136 dei quali italiani.
Il racconto di Pietro Pompei.
Il nostro rientro, nel 1944, dopo lo sfollamento fu un’odissea di sopravvivenza. Nei giorni immediatamente successivi al passaggio del fronte, cercammo di tornare a casa in tutti i modi: a piedi o con carri di fortuna, affrontando macerie, campi minati e cadaveri. Ritrovavamo spesso abitazioni distrutte o depredate, con la necessità di arrangiarci per procurarci il cibo e l’acqua. Parlare di lavoro e di scuola sembrava parlare di un altro mondo.
Si sperava nel ritorno dei nostri motopescherecci, fuggiti verso i porti del Sud dopo l’armistizio. Eravamo in piena povertà, con il timore di una guerra che ancora ci ronzava nelle orecchie. Con il ritorno dei pescherecci sarebbero tornati anche gli uomini, che avrebbero potuto mangiare un po’ di pescato e avere qualche soldo per ricominciare a vivere.
Fu una notizia provvidenziale quella del protocollo italo-belga, firmato il 23 giugno 1946 dal nostro Governo. Conosciuto come accordo “uomini contro carbone”, prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani nelle miniere belghe, in cambio della garanzia di forniture di carbone per l’Italia, stremata dal dopoguerra.
I minatori dovevano avere meno di 35 anni e firmavano un contratto di cinque anni. Il patto fu ratificato dall’Assemblea Costituente nel 1947 e prevedeva l’invio di scaglioni di 2.000 lavoratori alla settimana. In cambio dell’impiego nelle miniere, lo Stato belga si impegnava a esportare in Italia quantità di carbone a prezzi agevolati.
Ben presto, però, l’accordo si rivelò particolarmente duro e vincolante. I lavoratori erano obbligati a svolgere almeno un anno di lavoro in miniera. L’abbandono del lavoro era punibile con l’arresto e il rimpatrio. I minatori italiani venivano sottoposti a visite mediche in condizioni che, per molti aspetti, rasentavano la mercificazione della persona.
L’accoglienza e l’ospitalità riservate ai giovani minatori italiani in Belgio nel secondo dopoguerra furono estremamente precarie e caratterizzate da condizioni di vita durissime, segnate da profonde discriminazioni e ben lontane dalle promesse di “alloggi convenienti” contenute nei contratti legati all’accordo bilaterale del 1946.
Moltissimi minatori vennero alloggiati nei vecchi campi di prigionia abbandonati dai tedeschi, precedentemente utilizzati per i prigionieri russi e alleati. Le baracche erano costruite in lamiera ondulata o in legno ricoperto di carta catramata: gelide d’inverno e soffocanti d’estate. I servizi igienici e i lavandini erano posizionati all’aperto, nei campi, spesso ridotti a distese di fango. Mancavano l’acqua corrente calda, il gas e un adeguato sistema di riscaldamento all’interno delle stanze.
Il sovraffollamento era un ulteriore problema: più uomini condividevano camerate spoglie, con letti a castello e pagliericci, senza armadi né spazi personali.
La popolazione locale accoglieva i migranti con forte diffidenza. Venivano disprezzati con l’appellativo di “macaronì” e accusati di portare via il lavoro o di abbassare i salari. A causa della lingua e del pregiudizio, le comunità italiane rimasero per anni confinate nei villaggi minerari, creando una rete di solidarietà interna per sopravvivere alla solitudine e alle ostilità.
Un altro grave problema era la mancanza di formazione. I giovani venivano gettati nelle gallerie senza un’adeguata preparazione tecnica, esponendosi a continui incidenti e al rischio di sviluppare precocemente la silicosi.
Solo dopo molti anni, e in particolare dopo lo shock internazionale provocato dal disastro di Marcinelle dell’8 agosto 1956, in cui morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, le condizioni abitative e i diritti dei lavoratori italiani in Belgio iniziarono lentamente a migliorare.
Una delle più gravi tragedie minerarie della storia si verificò l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier, appena fuori dalla cittadina belga di Marcinelle, dove si sviluppò un incendio che causò una strage. Morirono 262 minatori, a causa delle ustioni, del fumo e dei gas tossici. Di questi, 136 erano italiani.
La causa dell’incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all’origine del disastro vi fosse un’incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa.
Erano le 8.10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare l’olio fuoriuscito e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre, a 1.035 metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo.
Solo sette operai riuscirono inizialmente a risalire. In totale, i superstiti furono dodici.
Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo devastato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido di orrore:
«Tutti cadaveri!».
In ricordo della tragedia, oggi la miniera di Bois du Cazier è patrimonio dell’UNESCO.
Tra il 1946 e il 1956, più di 140.000 italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Il nostro Paese, a quell’epoca, soffriva ancora degli strascichi della guerra: due milioni di disoccupati e vaste zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Così si arrivò al durissimo accordo italo-belga.
Mi permetto un’aggiunta. L’emigrazione italiana del dopoguerra, in particolare negli anni Cinquanta, seguì due principali direttrici: verso le miniere di carbone del Belgio, in Europa, regolate da accordi statali, come già scritto in precedenza, e verso le Americhe, compresa l’Argentina, dove gli emigrati trovavano lavoro soprattutto nei settori agricolo, industriale e cantieristico.
Mentre il Belgio offriva un impiego immediato, ma in condizioni estreme, l’Argentina rappresentava un esodo transoceanico di più ampio respiro, con prospettive di radicamento a lungo termine.
La tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio, è ricordata anche a Mar del Plata e in tutta l’Argentina perché simboleggia il dolore, il sacrificio e il contributo di tutti gli emigrati italiani caduti sul lavoro all’estero.
L’Argentina è stata una delle principali mete dell’emigrazione italiana nel dopoguerra. Moltissime famiglie del Paese sudamericano conservano ancora oggi la memoria dei parenti partiti in cerca di un futuro migliore.
Proprio per onorare questa vasta comunità, l’Italia ha istituito l’8 agosto quale Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, celebrata anche dalle numerose associazioni di emigrati e dai centri regionali presenti a Mar del Plata, tra cui quelli friulani, abruzzesi, molisani, marchigiani ed emiliano-romagnoli, insieme alle comunità sambenedettesi.
Grazie all’impegno dei nostri concittadini e della famiglia Contessi, a Mar del Plata è stata costruita una chiesa intitolata al nostro Santo Martire Benedetto. Al suo interno è stata posta una statua, copia di quella venerata nella nostra città e donata dalla Comunità Sambenedettese.
La città di Mar del Plata onora la memoria del disastro minerario di Marcinelle anche attraverso cerimonie organizzate in occasione della “Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo”, alla quale partecipano le rappresentanze diplomatiche italiane e le comunità degli emigrati.
Occorre aggiungere che la devozione verso il nostro Santo Martire ha seguito i nostri emigrati anche in Argentina. Grazie a loro, nella città di Mar del Plata è stata costruita una chiesa a Lui intitolata, dove è stata posta una statua, copia dell’originale, donata dalla Comunità Sambenedettese.
Questa storia racconta non soltanto la tragedia di Marcinelle, ma anche la difficile esperienza di migliaia di italiani costretti a lasciare la propria terra per cercare lavoro e dignità. Uomini e famiglie che, partendo da condizioni di estrema povertà, portarono con sé la memoria delle proprie origini, le proprie tradizioni e la devozione verso i santi della propria terra, contribuendo alla nascita di nuove comunità italiane nel mondo.
Anche il Sindaco di San Benedetto del Tronto, Nicola Mozzoni, ha scritto una nota in merito:
Non è un caso che proprio l’8 agosto sia stato scelto come “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”: una data che ci impone di fermarci a riflettere sul prezzo, spesso altissimo, pagato da chi ha lasciato la propria terra per lavorare altrove, e sul valore della sicurezza sul lavoro come diritto non negoziabile. Il sito di Bois du Cazier, oggi Patrimonio dell’Umanità UNESCO, non è soltanto un luogo della memoria: è un monito che attraversa i decenni e che continua a interrogare le istituzioni, le imprese e la società civile sulla necessità di garantire condizioni di lavoro dignitose, sicure e regolari. A distanza di 70 anni, purtroppo, le cronache ci ricordano quanto quel monito resti attuale. Ogni incidente sul lavoro, ogni vita spezzata da una mancata prevenzione o dall’assenza di controlli, ci richiama alla responsabilità collettiva di costruire una cultura della sicurezza fondata su regole chiare, formazione adeguata e vigilanza costante. In occasione di questo importante anniversario, l’Amministrazione comunale si unisce al ricordo delle vittime di Marcinelle e di tutti i lavoratori italiani caduti nel mondo, rinnovando l’impegno a promuovere, nel proprio territorio, iniziative di sensibilizzazione sulla sicurezza sul lavoro e sul contrasto al lavoro irregolare, affinché la memoria di quella tragedia si traduca in un impegno concreto e quotidiano.





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