SPINETOLI – «Che le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnano a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana» (Proposizione 30 c del Documento di Sintesi del Cammino Sinodale della Chiesa Italiana “Lievito di pace e di speranza”, approvata dall’Assemblea Sinodale dei Vescovi e dei Delegati nell’Ottobre del 2025 con l’81% dei voti favorevoli)

«Che la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e la transfobia, etc …)» (Proposizione 30 d del Documento di Sintesi del Cammino Sinodale della Chiesa Italiana “Lievito di pace e di speranza”, approvata dall’Assemblea Sinodale dei Vescovi e dei Delegati nell’Ottobre del 2025 con il 77% dei voti favorevoli)

«(In riferimento a uomini e donne con tendenza omosessuale) … devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (Art. 2358 del Catechismo della Chiesa Cattolica)

Sono queste le fondamenta solide su cui si è pensata e costruita la serata di dialogo e riflessione avvenuta a Spinetoli lo scorso Venerdì 31 Luglio 2026, alle ore 20:30. Lo scopo non era quello di sdoganare o, peggio ancora, di far propria una visione differente da quella cristiana dell’affettività e della sessualità umana, bensì di mostrare il volto di una Chiesa disposta a dialogare con tutti su questi temi, una Chiesa determinata a contrastare ogni forma di disprezzo e di rifiuto delle persone.

L’appuntamento, dedicato alla presentazione del volume“Quanta bellezza! Mamme e papà di persone LGBTQ+ si raccontano”, ha riunito nel piazzale antistante la chiesa di San Pio X, in un incontro intenso e partecipato, molte persone: genitori, giovani, operatori pastorali, associazioni, membri dell’Ordine degli Psicologi e delle Psicologhe delle Marche e rappresentanti dell’Ambito Territoriale Sociale XXIII. Un appuntamento che ha intrecciato testimonianze, riflessioni e domande, offrendo alla comunità ecclesiale e non un raro spazio di ascolto e di verità.

L’iniziativa, fortemente voluta dal parroco don Giorgio Del Vecchio, ha ricevuto il sostegno della Diocesi di Ascoli Piceno e il patrocinio del Comune di Spinetoli.

La serata, a cui hanno partecipato 54 persone, è stata un’occasione per cominciare a costruire una rete di supporto competente alle persone LGBTQ+ e ai loro familiari e per restituire loro dignità attraverso uno spazio neutro e protetto di ascolto.

Tra i presenti anche Monica Panichi, assistente sociale, la quale dichiara:

“Ricorderò la serata come un momento sorprendentemente sereno. Non ci sono stati haters o disturbatori e il clima disteso ha dato a tutti la sensazione di una piccola conquista comunitaria. L’accoglienza è stata percepita come un vero biglietto da visita, qualcosa che non ha lasciato indifferenti i partecipanti e che ha aperto – almeno un po’ – il cuore e l’anima delle persone presenti.

Ho apprezzato tantissimo le testimonianze delle famiglie. Se da un lato Silvia e Francesco hanno dato voce alla sofferenza di tanti genitori credenti, portando una luce di speranza, dall’altro lato Luigi e Nadia, con il loro linguaggio vicino e diretto, sono stati capaci di  raggiungere una platea non esclusivamente cattolica. La loro semplicità ha aperto dubbi, domande, emozioni condivise e molti sono rimasti a bocca aperta.

Un episodio mi ha colpito particolarmente, perché mi è sembrato un segno: l’arrivo inatteso di quel ragazzo biondo che ha occupato l’ultimo posto libero, come a dire: ‘Sono io il tassello mancante di questa serata. State facendo un incontro su di me. Un incontro per me!’. Un gesto semplice, ma capace di dare un senso figurato alla serata: la presenza dell’individuo, dentro una storia che parla anche di lui“.

Le diversità di genere: comprendere per accogliere

Nella prima parte dell’incontro, la conduttrice Monica Panichi, ha spiegato il significato linguistico di alcune parole fondamentali oggi in uso,  come sesso biologico, identità di genere, espressione di genere e orientamento sessuale, sottolineando come ciascuna dimensione contribuisca all’approfondimento della complessità dell’esperienza umana.

Il libro, infatti, contiene informazioni autorevoli ed accurate al riguardo, tanto da essere annoverato tra i testi consigliati agli studenti universitari in alcuni specifici indirizzi di studio. Tra gli autori del libro, ci sono anche il prof. Roberto Baiocco e la prof.ssa Jessica Pistella, dottori di ricerca in Psicologia e docenti presso l’Università “La Sapienza” a Roma. A loro si aggiunge anche Carlo Terriaca, un papà dell’AGEDO Roma (associazione di genitori, parenti e amici di persone LGBTQ+), che ha messo a disposizione le storie di diversi genitori iscritti all’associazione.

Emozioni e stati d’animo: voci che chiedono ascolto

La seconda parte della serata ha dato spazio alle parole dei giovani, attraverso la lettura di alcune pergamene consegnate all’ingresso, sulle quali erano riportati alcuni pensieri di ragazzi e ragazze LGBTQ+.
Frasi brevi, dirette, spesso dolorose, che sono state lette direttamente dalle persone presenti tra il pubblico e che hanno restituito la complessità emotiva di chi vive il proprio percorso di autodeterminazione in contesti non sempre accoglienti:

«Mi sento in colpa, mi sento sempre inadeguato. Mi vergogno per quello che sono. A volte mi sembra che sia nato sbagliato» (Matteo, 19 anni);

«Quando l’ho detto a mio fratello maggiore, non sapevo come avrebbe reagito: a scuola mi evitava e non mi ha mai difeso, quando gli altri mi prendevano in giro. Ho subito bullismo omofobico a scuola, per tutta la durata delle Scuole Medie» (Antonello, 19 anni, ragazzo gay e cis.);

«I ragazzi della mia età sono pieni di pregiudizi e luoghi comuni sul mio essere lesbica. Molti pensano che essere lesbica abbia a che fare con il sesso; la cosa più importante, invece, è la dimensione affettiva» (Viola, 21 anni, ragazza lesbica e cis);

«Io so che posso andare incontro anche a discriminazioni, però per me non dirlo sarebbe non vivere» (una ragazza trans).

La lettura di queste testimonianze è stato un momento di grande coinvolgimento emotivo: i presenti sono stati profondamente colpiti dai pensieri ascoltati, che hanno mostrato quanto spesso la sofferenza nasca dal sentirsi non compresi, non nominati, non riconosciuti, non amati, resi invisibili.

La serata ha permesso di trasformare queste voci in un appello alla responsabilità comunitaria: ascoltare, proteggere, accompagnare.

Lo smarrimento dei genitori dopo il coming out dei figli: paura, domande, rinascita

La terza parte dell’incontro ha dato spazio alle testimonianze dei genitori presenti: i coniugi Luigi e Nadia Merelli, genitori appartenenti ad AGEDO Roma; i coniugi Silvia e Francesco  Domenicucci, genitori appartenenti a “Famiglie in Cammino” della Diocesi di Pesaro e di Fano; Luca Perilli, vice presidente di AGEDO Marche. Le loro esperienze – sia quelle tratte dal libro e riguardanti altri ma lette con pathos, sia quelle vissute in prima persona – hanno mostrato quanto il coming out di un figlio o di una figlia possa generare domande profonde e un senso di spaesamento.

Nadia, in particolare, ha raccontato i suoi sentimenti a seguito del coming out della figlia: “Le parole che per lunghe settimane ripetevo a me stessa erano: ‘Non capisco … Non capisco … Perché?… Ho paura’. Poi ho capito che avevo paura di una cosa che non conoscevo, ma mia figlia stava facendo un percorso ancora più doloroso del mio. Quindi ho lasciato le mie paure per sostenere lei”.

Anche Luigi ha ricordato i suoi pensieri di quel momento: “Non avevo capito niente di mia figlia! Mi chiedevo: dove ho sbagliato? Come se il nostro comportamento influisse sul suo orientamento! Poi, però, ho iniziato a vedere le cose sotto un altro punto di vista e oggi sono orgoglioso di nostra figlia, perché questo ci ha migliorato come persone”.

Silvia, fin da giovanissima impegnata in parrocchia, ha testimoniato la difficoltà di accettare la realtà dei figli, anche per una famiglia cristiana impegnata nel sociale: “Nostro figlio chiedeva di essere guardato, capito, amato nell’interezza della sua persona, figlio di Dio e figlio nostro. Questa è stata la mia fatica più grande: deporre ogni pretesa di controllo (sulla vita mia e degli altri) per iniziare ad affidarmi a chi già aveva camminato su questa strada (le altre famiglie, gli operatori pastorali che le accompagnano) e, finalmente, fidarmi del Signore“.

Francesco, che è cresciuto nell’Agesci ed è tuttora capo Scout, ha concluso: “Il mio primo pensiero nel momento del coming out è stato: ‘Quante sofferenze mio figlio ha dovuto e dovrà attraversare? E poi, quante porte chiuse troverà nella società, nella Chiesa e nell’Agesci, di cui fa parte? Cosa potrà mai accadere alla vita di nostro figlio?‘. Per noi genitori la solitudine e lo stigma sociale sono tra le difficoltà maggiori; difficilmente si vede una speranza, un raggio di luce. Riflettevamo tra noi, chiedendoci: ‘A noi che siamo credenti, cosa sta dicendo Dio? Come ci stiamo, da credenti, in questa nuova situazione?’ Avevamo paura. Non sapevamo ancora quanti segni di speranza avremmo poi trovato intorno a noi!“.

Luca ha letto una testimonianza tratta dal volume presentato, quella di Antonio, un uomo di 67 anni e padre di un ragazzo trans di 28, che ha scelto come nome di elezione Noah. Le sue parole hanno proiettato al pubblico tutta la difficoltà e il dolore di chi vive le problematiche della disforia di genere, vale a dire di chi non sente il proprio corpo corrispondere al genere al quale sente di appartenere. E ha testimoniato quanto basti poco per ferire un figlio trans: non nominarlo col nome scelto, non usare i pronomi corrispondenti, la difficoltà nel vedere un corpo che ancora non corrisponde al genere percepito.

Il racconto di tutti i genitori ha mostrato comunque la possibilità di una rinascita, in alcuni casi attraverso l’incontro con altre famiglie, in altri casi attraverso il sostegno delle Diocesi o delle comunità, in altri casi ancora attraverso la formazione spirituale offerta da associazioni di cristiani LGBTQ+.

Queste parole hanno dato voce a un cammino che molti genitori vivono in silenzio, spesso senza sapere a chi rivolgersi.

Il mandato per tutti: essere lievito di pace e di speranza

Don Giorgio Del Vecchio, al termine della serata, ha ringraziato gli ospiti e tutti coloro che hanno reso possibile l’incontro. Tra tutti il vescovo Gianpiero Palmieri, “per la sua audacia pastorale” e “la fiducia” che gli ha accordato.

Poi ha detto:

“Sono consapevole che questa iniziativa abbia suscitato interrogativi e, in alcuni casi, anche critiche. Le accolgo con rispetto, perché il confronto sincero fa parte della vita della Chiesa. Tuttavia, sento il dovere di chiarire il senso profondo di questa serata. Questo incontro non nasce dal desiderio di promuovere un’ideologia o di alimentare quella che alcuni definiscono ‘propaganda gender’. Nasce, piuttosto, dalla convinzione che un sacerdote non possa scegliere chi ascoltare e chi no. Il Buon Pastore, nel Vangelo, dice: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle io devo guidare» (Gv 10,16). Come presbitero, sento che il mio ministero mi chiede anzitutto di ascoltare, accompagnare e dare voce anche a coloro che spesso rimangono invisibili. Tra questi vi sono molti genitori che vivono domande, sofferenze, paure e speranze legate all’esperienza dei propri figli e che, non di rado, faticano a trovare uno spazio di ascolto anche nelle nostre comunità”.

Infine ha chiosato:

“Il nostro intento è quello di vivere quella carità pastorale che papa San Giovanni Paolo II definiva ‘partecipazione allo slancio missionario di Cristo’, quella ‘santa inquietudine’ di cui parlava anche papa Benedetto XVI, mettendo in cammino quella ‘Chiesa in uscita’ tanto cara a papa Francesco e quell’invito ad ‘ascoltare e costruire ponti’ che papa Leone XIV continua a ricordarci.

Vorrei concludere con le parole che l’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia consegna a tutta la comunità ecclesiale nel DocumentoLievito di pace e di speranza’:

«Essere segno del Regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini. Siamo coscienti che occorre passare dalla logica escludente del “dentro/fuori” a una di implicazione e riconoscimento. Lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, poiché i discepoli sono in cammino verso una realtà che ha posto per tutti e tutte» (Lievito di pace e di speranza, n. 30).

Se questa serata avrà aiutato anche una sola persona o una sola famiglia a sentirsi meno sola e più vicina alla Chiesa, allora avremo compiuto un piccolo passo nella direzione indicata dal Vangelo del Buon Pastore. Grazie a tutti!”.

 

 

 

 

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