(Foto SIR)

Di Fiamma Andrei

“I giovani possono diventare costruttori della cultura della pace”. Ne è convinto mons. Jules Boutros, vescovo siro-cattolico del Patriarcato di Antiochia, tra i relatori del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, in corso a Fiesole fino al 23 luglio. Il presule ha coordinato una delle sessioni di lavoro dell’iniziativa, che riunisce 34 delegati delle Chiese che si affacciano sul “mare nostrum” per promuovere il dialogo, la fraternità e percorsi condivisi.

(Foto SIR)

Che cosa rappresentano questi giovani, anche per la loro età e per il fatto di provenire da Paesi così diversi?
Rappresentano la realtà dei giovani delle nostre società, che si estendono dal Medio Oriente fino alla Spagna. Abitiamo tutti lo stesso mare e, geograficamente, le distanze sono molto ridotte. Eppure, le differenze culturali sono enormi.

Ci sono Paesi nei quali mancano la pace e perfino l’elettricità, dove si vivono la guerra, la violenza, il terrore e le persecuzioni. Altri, invece, godono di maggiore stabilità e pace.

Naturalmente, ogni Paese ha le proprie sfide: l’Italia, la Spagna e la Francia hanno le loro, così come i Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e dei Balcani. Questi giovani rappresentano, quindi, un mondo che è, allo stesso tempo, molto vicino e molto diverso. Le amicizie che nascono qui testimoniano che il mare e le frontiere non ci separano davvero. C’è qualcosa di molto più forte che ci unisce: la fraternità universale.

Che cosa possono portare nei loro Paesi i giovani che partecipano a questo momento di incontro e di scambio?
La prima cosa è la conoscenza dell’altro, di chi è diverso da noi. Da noi si dice che si ha paura di ciò che si ignora: quando, però, conosci l’altro, quella paura scompare. In questo modo cadono molti pregiudizi e anche forme di razzismo che spesso portiamo avanti senza rendercene conto. Ci sono idee che ereditiamo dalla nostra cultura, dalla famiglia o dall’ambiente in cui cresciamo e che ripetiamo per abitudine. Quando, però, incontri persone provenienti dalla Palestina, dalla Siria, dall’Iraq, dalla Spagna o dal Marocco, tanti pregiudizi vengono meno. Nascono nuove conoscenze e consapevolezze.

Si scopre che possiamo essere amici anche parlando lingue diverse, perché condividiamo la stessa sete di verità, di fraternità e di amicizia.

Proprio per questo possiamo costruire insieme obiettivi comuni, al servizio dell’umanità più fragile e ferita. Nasce anche una corresponsabilità che supera i confini del proprio Paese. Non ci si sente più responsabili soltanto di ciò che accade nella propria nazione, ma si sviluppa un’empatia più ampia. Le gioie degli altri diventano anche le nostre, così come le sofferenze e i momenti di dolore.

Nei Paesi segnati da conflitti che durano da decenni, dove molti giovani non hanno mai conosciuto una vera situazione di pace, perché proprio loro possono essere decisivi?
Perché sono i giovani a costruire la cultura del presente e del futuro. Le persone più anziane hanno ormai consolidato convinzioni e modi di pensare che, con il passare degli anni, diventano più difficili da cambiare. Un giovane, invece, è ancora all’inizio del proprio percorso di vita. Se viene educato al bene comune e impara a costruire la pace nella società e nella politica, anche attraverso i valori della dottrina sociale della Chiesa, è molto più aperto ad accogliere nuove convinzioni e nuove idee. Per lui questi valori possono trasformarsi in un sogno e in una missione personale. Può arrivare a dire: il senso della mia vita sarà costruire la pace nel mio Paese oppure promuovere la giustizia nel mio contesto. È così che un valore umano e cristiano diventa una visione concreta, capace di orientare tutta la sua vita.

Guardando alla situazione del Libano, quale sentimento prevale oggi tra i giovani e nella popolazione?
Ai nostri giovani manca soprattutto una cosa: la pace e, quindi, la stabilità. Se chiedessi a mille giovani libanesi di che cosa hanno bisogno, il 99% risponderebbe: vogliamo la pace.

Dove non c’è pace, non ci sono sviluppo né opportunità di lavoro. Per questo tanti giovani pensano di lasciare il Paese.

Non perché non lo amino: al contrario, il Libano è un Paese bellissimo, ricco dal punto di vista culturale, umano e geografico. Il problema è che chi ha dei figli teme che possano crescere nella violenza, nei bombardamenti e nel terrore. La guerra limita tutto: lo studio, il lavoro e le opportunità di crescita personale, oltre a creare enormi difficoltà sociali ed economiche. Per questo il grande sogno dei nostri giovani è semplicemente vivere in pace.

Personalmente, quale ritiene sia il primo passo da compiere oggi per arrivare alla pace?
Il primo passo è credere che la pace esista davvero e che sia possibile. Dopo cinquant’anni di guerre quasi continue, nel nostro Paese c’è il rischio di abituarsi alla violenza e all’assenza di pace. Si finisce per pensare che la pace possa esistere in Italia, in Svezia, in Canada o in Australia, ma non da noi. Questa delusione genera un’altra conseguenza: nessuno costruisce qualcosa in cui non crede. Se non credo che la pace sia possibile, non lavorerò davvero per costruirla. E, anche se ci proverò, lo farò senza convinzione, considerandola soltanto un’utopia o una teoria. Al contrario, si costruisce la pace solo quando si ha fiducia che possa diventare una realtà concreta anche nel proprio contesto.

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