FORCE – «Con gioia ci ritroviamo insieme in questo luogo, in cui la nostra presenza testimonia quanto vi siamo affezionati. Dedicata a Sant’Elia, il profeta che ascoltò in profondità, lasciandosi mettere in discussione, la Parola di Dio, proprio le Letture di oggi ci parlano di una Parola capace di seminare frutti buoni nel nostro cuore».

Con queste parole il vescovo Gianpiero Palmieri ha introdotto la Santa Messa, celebrata domenica 12 luglio, in occasione della riapertura della chiesa di Sant’Elia, situata a Montemoro, frazione di Force. La celebrazione è stata presieduta dal vescovo Gianpiero e concelebrata da padre Roberto Basilico.

Numerosi sono stati i fedeli e le autorità presenti alla celebrazione, tra cui i sindaci di Force e Palmiano, Amedeo Lupi ed Emidio Ortolani, l’onorevole Augusto Curti, il senatore Guido Castelli e il presidente del BIM Tronto, Luigi Contisciani. Presente, inoltre, don Emidio Rossi, parroco di Sant’Elia per dieci anni, fino alla fine degli anni Ottanta.

Un nuovo inizio: il taglio del nastro

La funzione è iniziata alle ore 10 nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Elia. Qui il vescovo Gianpiero e le autorità presenti hanno dato il via alla cerimonia del taglio del nastro, segnando simbolicamente un nuovo inizio per questo luogo di culto.

Omelia del vescovo Palmieri: «Perché la comunità si riunisce in chiesa?»

Conclusa la proclamazione delle Letture e del Vangelo del giorno, il presule ha pronunciato un’omelia che, per l’occasione, ha intrecciato le storie del profeta Elia e di san Francesco con il significato della parabola dei terreni nei quali cade il seme:

«Il Vangelo è una macchia d’inchiostro nero su una superficie bianca: è lettera morta; tuttavia, quando qualcuno sale sull’ambone, “luogo elevato”, e proclama la Parola, allora questa prende vita e la sua formula conclusiva, “rendiamo grazie a Dio” o “questa è Parola di Dio”, testimonia il fatto che la comunità crede che la Parola qui proclamata è Parola di Dio.

La storia di Elia è bellissima: è la storia di un profeta che va in crisi perché pensa che Dio non gli parli più. Allora Dio lo porta sul monte Oreb e gli parla in “una sottile voce di silenzio”, dicendogli che non è mai stato solo, ma che è stato il suo tormento interiore a farglielo credere. Una situazione simile l’ha vissuta san Francesco, del quale ricorre l’ottavo centenario della morte, che anche lui sosteneva di essere stato abbandonato dal Signore, fino a quando ha ricevuto una parola non verbale: le stigmate.

Qui la comunità cristiana si riunisce perché crede davvero che, quando viene letta la Parola di Dio, il Signore ci parla e noi fedeli tentiamo di rispondere come possiamo. In particolare, Gesù mette a disposizione tre terreni positivi e tre negativi: a volte entriamo in chiesa completamente impenetrabili alla Parola, a causa di tutte le problematiche e i cattivi pensieri che ci portiamo da fuori. Così facendo diventiamo la strada del Vangelo di oggi, quella in cui non attecchisce nulla.

Gli altri due terreni negativi nascono dalle preoccupazioni per le ricchezze, da cui deriva il terreno spinoso, oppure da un entusiasmo apparente che ci porta a uscire colmi della Parola per poi dimenticarla alla prima occasione. Questo è il terreno sassoso.

Ci sono poi i terreni positivi che danno prima il 30, poi il 60 e infine il 100, perché la Parola di Dio che entra nel nostro cuore ci fa sentire che accanto a noi c’è il Signore: lo sentiamo vivo, capace di parlarci, e questo ci scioglie il cuore mettendoci in movimento».

Il vescovo Gianpiero ha poi richiamato i fedeli sui due pericoli derivanti da un ascolto errato della Parola: una lettura distratta e una lettura moralistica: «Noi ascoltiamo il Vangelo da quando siamo piccoli, quindi in questi contesti possiamo avere la seguente reazione: sentire le prime parole del Vangelo e chiudere le orecchie perché “so già come va a finire”. L’altro pericolo è un’interpretazione moralistica, ovvero “vediamo che cosa mi dice la Parola, così mi comporterò di conseguenza”, ma, in realtà, la prima parola che esce dal Vangelo è “ti amo, sei mio figlio”; pertanto, la cosa a cui dare priorità è il messaggio positivo del Vangelo: l’amore di Dio per noi».

Aspersione e incensazione dell’altare

Conclusa l’omelia, il vescovo Gianpiero ha proceduto con il rito di aspersione e incensazione dell’altare al fine di benedirlo.

«È un rituale che si compie sempre quando una chiesa viene riaperta dopo tanto tempo – ha spiegato il vescovo – perché l’altare ha cinque significati: è la pietra angolare, scartata dai costruttori, che regge tutto l’edificio; è l’ara del sacrificio di Gesù, per questo vicino all’altare c’è una croce; è il luogo in cui deponiamo la nostra vita per il sacrificio di lode e di ringraziamento al Signore; è la prefigurazione del banchetto del Paradiso; infine, è il letto di nozze».

Ringraziamenti e saluti delle autorità

Conclusa la funzione, una giovane rappresentante dell’oratorio locale ha preso la parola per ringraziare le autorità presenti e tutti coloro che hanno reso possibile la riapertura della chiesa dopo questi lunghi dieci anni.

In particolare, sono stati ringraziati il vescovo Palmieri, padre Roberto, don Emidio Rossi, il senatore Castelli, l’onorevole Curti, il sindaco Lupi, l’impresa di costruzione Turla e tutti gli ingegneri, gli architetti e i tecnici che hanno lavorato all’intervento.

Amedeo Lupi: «Voglio ringraziare tutti voi per la vostra vicinanza. Una sincera gratitudine è rivolta ai fedeli di Montemoro che, in questi anni, hanno comunque mantenuto vivo il ricordo di questa chiesa. Un ringraziamento molto speciale lo rivolgo a Luigi Contisciani, che ci ha sempre mostrato grande, grandissima vicinanza».

Guido Castelli: «Ringrazio tutti i dipendenti del Comune, perché se non ci fossero loro a lavorare dietro le quinte non potremmo ottenere quello che abbiamo. Due sono stati i piani di intervento: uno ai sensi della messa in sicurezza con l’architetto Traini e l’ingegnere Pierluigi; poi c’è stata la ricostruzione vera e propria, con l’architetto Galizzi, l’architetta Morganti e la ditta Turla, che è stata velocissima.

Ringraziamo inoltre la donazione da parte di una famiglia locale che ha concesso un rudere poi risistemato come oratorio, per permettere lo svolgimento delle funzioni ecclesiastiche. Quello che ci rende comunità è avere un luogo di aggregazione, luoghi dove insieme possiamo condividere gioie e tristezze».

Augusto Curti: «Oggi è un momento di gioia: aggiungiamo un pezzettino di puzzle alla serie di costruzioni che, dal 2016, ci eravamo messi in testa di realizzare. Oggi credo che dobbiamo prenderci questo momento per ricordare quello che è stato, ricordare le vittime di quel terremoto, ma anche i momenti di gioia che ci sono stati».

Luigi Contisciani: «È un orgoglio oggi vedere la comunità riunita in questa chiesa per la prima volta dopo dieci anni. Sebbene la chiesa non avrà un parroco fisso, dev’essere comunque un luogo in cui la comunità torna a stare insieme».

Don Emidio Rossi: «Ogni storia umana ha un presente, ma ha avuto un passato e avrà anche un futuro; pertanto, mi associo ai ringraziamenti per quanti hanno operato. Mi auguro che si possa restaurare anche la casa parrocchiale, affinché si possano creare ulteriori luoghi d’incontro. Voglio ricordare don Vincenzo Tassi, che ha davvero amato il paese e questa gente. Ora guardiamo al futuro».

Padre Roberto Basilico: «È davvero bello riaprire questa chiesa, perché è memoria storica di questo territorio e offre a tutti la possibilità di rivedere il passato che viene raccontato dagli anziani, che sono la ricchezza di questa comunità».

I saluti e i ringraziamenti sono stati anche occasione per rivolgere gli auguri di compleanno a Lino, storico abitante di Montemoro, che ha festeggiato i suoi 90 anni.

 

 

 

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