MALTIGNANO – “Siamo davvero tanti oggi, radunati tutti insieme: familiari, amici, parenti, amministratori. Tutta una città, tutto un territorio, che si stringe perché sente il bisogno di pregare, ringraziare e mettere nelle mani di Dio Claudio. Lo sentiamo con tutto il cuore questo bisogno, perché la morte ci spiazza sempre, soprattutto quando sopraggiunge così, a seguito di una malattia e in un tempo così breve”.
Con queste parole l’arcivescovo Gianpiero Palmieri, vescovo delle Diocesi del Piceno e vicepresidente della CEI, ha aperto la sua omelia durante la Messa da lui presieduta ieri, Giovedì 9 Luglio 2026, alle ore 17:00, presso la chiesa Santa Maria delle Grazie, durante la quale si è celebrato il funerale del sindaco di Maltignano, Claudio Flamini, morto a 56 anni dopo aver lottato invano contro una malattia incurabile.
Alla Santa Messa, che è stata concelebrata da numerosi presbiteri delle Diocesi del Piceno, erano presenti anche numerosi sindaci della provincia. Tra i banchi anche alcuni rappresentanti dei Comuni limitrofi dell’Abruzzo. Presente inoltre l’Amministrazione Comunale locale al completo, a partire dalla vicesindaca Federica Filiaggi.
Chiamati a vivere con la lampada accesa e le vesti del servizio
Mons. Palmieri, dopo aver sottolineato la grande partecipazione della comunità e riconosciuto lo smarrimento provocato dalla morte, ha proseguito la sua omelia ricordando che il cristiano è chiamato a vivere il mistero della vita e della morte “alla luce del Vangelo”, dove Dio si rivela come Colui che dona la vita gratuitamente e senza condizioni.
Il vescovo Gianpiero ha insistito sul tema centrale dell’amore come dono: “Entrare nel movimento di Dio, che dona se stesso, è la cosa più bella che una persona possa fare”. La vita, ha spiegato, non si compie quando la si trattiene gelosamente; al contrario, “si sperimenta la pienezza della vita, quando viene offerta con generosità, con dedizione, come sanno fare un padre, una madre, gli sposi e anche gli amministratori che servono una comunità. C’è una sorta di paternità e di maternità che si sperimenta quando ci mettiamo davvero a servizio degli altri”.
Richiamando le parole di Giovanni, ha detto: «Noi siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo». E ancora: «In questo abbiamo conosciuto l’amore: nel fatto che Cristo ha dato la sua vita per noi; anche noi siamo chiamati a donarla per i fratelli».
Riflettendo sul Vangelo, Palmieri ha evocato l’immagine dello sposo che ritorna e trova i suoi servi pronti: “Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà svegli, con la lampada della fede accesa e con le vesti del servizio indossate”. Ha quindi invitato tutti a vivere così:
- “con la luce della fede che ci permette di guardare la realtà con gli occhi di Dio, riconoscendo il bene che c’è, i segni della speranza, le possibilità di futuro che il Signore continua a seminare nella storia”;
- “con le vesti del servizio, quelle di chi non ha paura di sporcarsi le mani per gli altri, di prendersi cura dei fratelli più fragili, dei poveri, degli anziani, di chi bussa alla nostra porta”.
Gesù dice una cosa sorprendente: quando troverà i suoi servi così, sarà Lui stesso a farli sedere a tavola e passerà a servirli. È questa la promessa del Signore: il suo servizio diventa la nostra vita eterna. Cristo ci accoglierà oltre la soglia della morte e continuerà a servirci con il suo amore, introducendoci nella casa del Padre, dove ci attendono coloro che ci hanno preceduto e dove la comunione non finirà più.
Ma già ora siamo chiamati a vivere così: con la lampada accesa e con le vesti del servizio. Sempre attenti a riconoscere la voce dello Sposo che bussa alla nostra porta. Può avere il volto di un povero, di un anziano, di una persona fragile. Ogni volta che qualcuno chiede il nostro aiuto, è il Signore stesso che viene a visitarci. Quando viviamo così, che splendore c’è nella vita! Siamo già passati dalla morte alla vita. Ed è questa passione per il bene, questa dedizione agli altri, che diventa il segno di qualcosa che non finisce, perché appartiene già all’eternità di Dio“.
Il saluto della comunità e l’eredità preziosa di Claudio Flamini
Al termine della celebrazione, la moglie Mara ha ringraziato i presenti, ricordando i 36 anni vissuti insieme e il vuoto che la sua morte lascia nella famiglia.
La figlia Maria Gabriella ha letto un messaggio intenso, ispirato alla cultura giapponese, salutando il suo «papone» con l’immagine del fiume da attraversare: un confine tra la vita terrena e quella eterna, che spera di ritrovare un giorno.
È stata poi letta una lettera del parroco don Adam Baranski, lontano da Maltignano in questi giorni ma vicino alla famiglia con il pensiero e la preghiera.
Infine la vicesindaca Federica Filiaggi, con la fascia tricolore, ha portato il saluto dell’amministrazione comunale: “Non so se sarò in grado di proseguire il lavoro che hai iniziato e che speravi di portare a compimento, ma sono convinta che in qualche modo sarai al mio fianco per aiutarmi, così come faranno i componenti della splendida squadra che hai allestito. Ciao Capitano. Ciao Claudio”.
Il funerale di Claudio Flamini non è stato solo un momento di commiato, ma la testimonianza di quanto il sindaco fosse radicato nella vita del paese. La comunità di Maltignano perde un amministratore appassionato, ma guadagna – come ha detto il vescovo Palmieri – una “eredità preziosa: la testimonianza di una vita spesa nel servizio, di una vita donata agli altri. Questo è il lascito di chi ha vissuto non per sé, ma anche per noi”. Un’eredità che ora la comunità è chiamata a custodire con impegno, dedizione, passione ed amore, proprio come ha fatto il sindaco Claudio Flamini.
Per ascoltare l’omelia integrale del vescovo Palmieri e il saluto della comunità, clicca qui: https://www.youtube.com/watch?v=meAeHna6Xb0&t=375s.






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