OFFIDA – Un teatro pieno, un pubblico attento, una comunità che sceglie ancora una volta di non distogliere lo sguardo. Ad Offida il cinema è tornato a raccontare la Palestina con una serata intensa, partecipata, segnata da testimonianze, numeri, domande urgenti e da un film che non lascia scampo: “La voce di Hind Rajab”, che racconta la vicenda vera di una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano nel corso dell’invasione della Striscia di Gaza. Una storia che è diventata simbolo della violenza che da decenni colpisce la popolazione civile palestinese.

Ha preso così il via ieri sera, Lunedì 6 Luglio 2026, la seconda edizione della rassegna “Palestina mon amour”, curata dall’associazione “Blow Up”  con il sostegno del Comune di Offida.

Nonostante il cambio di location dovuto al maltempo, il Teatro Comunale “Serpente Aureo” era gremito: amministratori, attivisti e cittadini si sono ritrovati per assistere alla proiezione del film della regista tunisina Kaouther Ben Hania e per ascoltare il dialogo introduttivo tra l’arcivescovo Gianpiero Palmieri, vicepresidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e il giornalista di Fanpage Davide Falcioni, che è anche membro della sezione ANPI di Offida.

La serata, che ha riportato al centro del dibattito una tragedia che continua a consumarsi nel silenzio della comunità internazionale, è stata realizzata con la collaborazione del Gruppo Piceno per la Palestina, della sezione ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Offida, della rivista “Ithaca Editoriale” di Ascoli Piceno, della casa di produzione e distribuzione “Revolver” e del Nazra Palestine Film Festival.

L’intervento di mons. Gianpiero Palmieri, vicepresidente della CEI

Nella riflessione che ha introdotto il film, il vescovo Gianpiero ha offerto un’analisi ampia sulla crisi in corso a Gaza, definendola senza esitazioni “una strage gigantesca“. Ha ricordato che fu Papa Francesco a chiedere per primo alle Nazioni Unite di verificare se ci si trovasse davanti a un genocidio, ma ha sottolineato che “nessuno è riuscito a fermare questa strage infinita”.

Ripercorrendo la storia dei rapporti tra Santa Sede, Israele e Palestina, mons. Palmieri ha evidenziato come la prospettiva dei due popoli e due Stati sia stata progressivamente indebolita da una crescente opposizione interna alla società israeliana. Ha citato anche episodi significativi del dialogo interreligioso, ricordando l’intervento di un rappresentante ebraico nel 2000, che richiamò la guerra contro Amalek, quindi  lo sterminio totale di uomini, donne e bambini ritenuti nemici. “La sua dichiarazione creò un grande gelo” durante l’incontro avvenuto ad Assisi e dedicato alla pace.

Sul piano internazionale, il vescovo Gianpiero ha denunciato la crisi del multilateralismo: “Le Nazioni Unite non sono state coinvolte né per Gaza né per l’Ucraina”, ha detto. E ha osservato come i report e le sentenze internazionali restino spesso privi di effetti concreti.

Il vicepresidente della CEI ha descritto inoltre la trasformazione dei conflitti moderni, sempre più dominati dalla tecnologia, dai droni e dal potere dei grandi data center: “È il potere tecnocratico che decide la guerra“, ha affermato, evidenziando come alcuni soggetti privati dispongano oggi di capacità tecnologiche superiori a quelle degli Stati.

Rispondendo alla domanda sul rischio che le guerre future assumano un carattere genocidario, il vescovo del Piceno ha riconosciuto che “il rischio c’è ed è molto forte”.

Poi, sollecitato dal richiamo del giornalista alle parole di Papa Leone XIV sulla pace, Palmieri ha avvertito che l’appello del Santo Padre per «una pace disarmata e disarmante» rischia di restare inascoltato, in un contesto segnato dalla crescente corsa agli armamenti.

Infine, sul tema migratorio, ha espresso una posizione netta: “La parola remigrazione non ci può piacere, non ha niente di evangelico“, ha spiegato il vicepresidente della CEI, richiamando i quattro verbi indicati dal Papa – accogliere, accompagnare, promuovere, integrare – e ricordando il forte valore simbolico del recente viaggio del Pontefice a Lampedusa.

Numeri, responsabilità e un appello alla pace

La visione del lungometraggio “La voce di Hind Rajab” è stata intensa. Il film ricostruisce la storia della bambina palestinese di cinque anni uccisa nel Gennaio 2024 dall’esercito israeliano assieme a sei familiari e due paramedici della Mezzaluna Rossa nel corso dell’invasione israeliana della Striscia di Gaza, incorporando la vera registrazione della sua telefonata fatta agli operatori della Mezzaluna Rossa che rese famoso il suo caso.

I genitori della piccola Rajab, dopo la tragedia, hanno fondato “The Hind Rajab Foundation“, con sede a Madrid, un’organizzazione che raccoglie segnalazioni sui soldati coinvolti in crimini di guerra quando si trovano fuori da Israele, esercitando pressione sulle istituzioni affinché vengano perseguiti legalmente. Un lavoro silenzioso ma costante, che negli ultimi mesi ha portato alla segnalazione anche di militari presenti in Italia.

Il film, hanno ricordato dagli organizzatori, si inserisce in una narrazione più ampia: “Ricordiamoci che quello che state vedendo a Gaza sarà probabilmente definito il genocidio dei bambini”. Durante la serata sono stati divulgati i dati diffusi nei giorni scorsi: 75.000 i morti, tra cui 21.000 bambini e 450 neonati; 58.000 gli orfani. Numeri che, è stato sottolineato, rappresentano una stima per difetto.

Gli interventi degli organizzatori hanno evidenziato come la questione palestinese non sia un conflitto recente, ma una storia di colonialismo ed insediamento che dura da decenni. “Il genocidio di un popolo sotto colonialismo inizia dall’inizio di quel colonialismo”, è stato ricordato.

Da qui un appello accorato alla pace, che rischia però di restare inascoltato, come osservato dagli ospiti, alla luce delle scelte politiche dei Paesi occidentali. È stato ricordato, ad esempio, che l’Italia si prepara ad acquistare 18 miliardi di dollari di armamenti dagli Stati Uniti in due anni, mentre la Santa Sede continua a denunciare la corsa agli armamenti e la riconversione industriale verso l’economia di guerra.

Tra tutti gli interventi, anche quello del sindaco di Offida, Luigi Massa, il quale ha ribadito il valore civile dell’iniziativa: “Stasera stiamo facendo cultura, oltre che un esercizio di vicinanza al popolo palestinese”.

Le parole di una spettatrice, Mariaelena Cucchiarelli

Tra il numeroso pubblico anche Mariaelena Cucchiarelli, offidana, la quale racconta:

“È stato un docufilm lento e straziante, quasi quanto la morte della bambina. Sentire l’audio originale dell’unica sopravvissuta mi ha turbata nel profondo e lo stesso sconcerto l’ho visto negli occhi di mia figlia, che ha 13 anni e per tutta la serata ha continuato a ripetermi quanto la storia fosse sconvolgente.

La speranza che l’intervento della Mezzaluna Rossa potesse essere risolutivo l’ha accompagnata per tutta la durata del film. Poi, invece, è sceso il gelo: ha capito che non restava più nulla, solo macerie: nei soccorritori, nella bambina e in tutto ciò che avrebbe potuto salvarli. Ho visto la sofferenza attraversarle lo sguardo. Le ho spiegato che la guerra è così: ‘alla guerra sopravvivono solo i morti’.

Eppure, proprio in quel dolore, mia figlia ha compreso che la pace non è semplice, ma è l’unica via possibile. Come genitori abbiamo un dovere: lasciare un’eredità che non sia fatta di paura, ma di speranza. Perché alla glacialità dei sentimenti che la guerra impone, deve corrispondere una speranza di pace che nei giovani diventi forza, visione, imperativo morale”.

 

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