SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Per il Comune di San Benedetto del Tronto, si è concluso Venerdì 5 Giugno l’appuntamento con “Archivissima 2026“, il festival italiano che apre le porte degli archivi storici di enti, istituzioni ed aziende, per promuovere e valorizzare i patrimoni in essi conservati (leggi qui l’articolo: FOTO San Benedetto, carte antiche e musica raffinata: gli studenti del Liceo “Rosetti” fanno rivivere l’Archivio Storico).

La città di San Benedetto del Tronto ha partecipato per il sesto anno consecutivo, sotto la guida del dott. Giuseppe Merlini, storico ed archivista dell’Archivio Storico comunale della città rivierasca. Lo abbiamo incontrato per saperne di più sul festival e sul suo prezioso lavoro di custode della memoria sambenedettese.

Con il festival “Archivissima”, in sei anni cosa è riuscito a rendere accessibile?

“Archivissima” è stata l’occasione per avvicinare ai nostri archivi persone che normalmente non li frequentano. Abbiamo offerto pillole di storia sambenedettese, approfondimenti su viaggi, migrazioni ed immigrazioni, ricerche sulle delibere novecentesche del Consiglio Comunale e percorsi guidati per far capire come nasce e si conserva la memoria di una comunità.

A quale pubblico si è rivolto?

Negli anni abbiamo coinvolto varie realtà culturali del territorio, come il Circolo dei Sambenedettesi, l’associazione “Ribalta Picena”, il Liceo Linguistico “Agusto Capriotti” e, negli ultimi tre anni, il Liceo Scientifico “Benedetto Rosetti”: con loro abbiamo costruito progetti di ricerca, attività laboratoriali e percorsi di educazione alla memoria che hanno coinvolto studenti e cittadini.

È chiaro che la collaborazione con le Scuole del territorio conduca ad un pubblico più vasto: in primis ci sono gli studenti e le studentesse, che sono i primi fruitori dei documenti archivistici, perché, per poter organizzare l’evento, devono leggerli, comprenderli, studiarli; poi ci sono i genitori, i fratelli, le sorelle, i nonni e le nonne, che partecipano all’iniziativa per vedere il proprio giovane parente e finiscono per scoprire documenti inediti o comunque sconosciuti; infine ci sono gli amici, gli appassionati, i turisti e i curiosi, che ogni volta ci sorprendono.

A tal proposito, colgo l’occasione per ringraziare la dirigente del Liceo “Rosetti”, la prof.ssa Elisa Vita, che ha permesso di portare avanti il progetto negli ultimi anni. E un grazie immenso va alla prof.ssa Genoveffa Simone, che, con passione ed impegno, ogni anno cura personalmente la preparazione degli studenti e delle studentesse coinvolti.

Il suo lavoro l’ha condotta ad operare in molti archivi. Quali sono state le esperienze più significative?

Ho lavorato in diversi archivi storici comunali, come quelli di Grottammare, Cupra Marittima e San Benedetto del Tronto. Tra il 2006 e il 2013 ho svolto la mia professione anche presso l’Amministrazione provinciale. Ho inoltre riordinato numerosi archivi parrocchiali e ho reinventariato quelli della cattedrale Santa Maria della Marina a San Benedetto del Tronto, dove, grazie alla scarsa dispersione dei documenti, è stato possibile svolgere un lavoro scientifico molto accurato. Ho anche seguito un corso di Archivistica ecclesiastica della CEI, che ha rafforzato il mio approccio metodologico.

Come gestisce il conflitto latente tra la necessità di conservare i documenti originali e la richiesta di renderli accessibili al pubblico?

L’obbligo principale di un archivista è non aspettare i curiosi, ma proiettarsi verso l’esterno. Un archivio vive solo se qualcuno lo interroga. La conservazione resta fondamentale: rispetto dei regolamenti, tutela dei materiali, attenzione ai supporti. Ma l’accesso è parte integrante della missione: le carte sono silenti, si esprimono solo quando qualcuno le consulta.

Negli ultimi anni l’Archivio Storico comunale di San Benedetto del Tronto ha avviato importanti interventi di recupero. Quali sono i più rilevanti?

Da diversi anni stiamo recuperando documenti fondamentali della nostra storia. Con il Liceo Scientifico “Benedetto Rosetti”, negli anni in cui era retto dalla dirigente Stefania Marini, siamo intervenuti con lavori di nuova legatura sulle delibere di giunta novecentesche e quelle podestarili del ventennio. Il Lion’s Club ha sostenuto il recupero di tutta la serie catastale dal 1652 alla fine del XVIII secolo. Le socie dell’Inner Wheel sambenedettese hanno contribuito al restauro di un vecchio registro settecentesco e al recupero di antiche carte del vecchio Ospedale Madonna del Soccorso e anche il Rotary Club Nord ha effettuato diversi lavori di salvaguardia e valorizzazione dell’Archivio, oltre alla donazione di due bellissimi quadri del pittore Marchegiani.

Lei è anche uno storico. Quanto la scelta di chi inventaria influenza la futura narrazione storica?

Lo storico è l’utente dell’archivio. Il mio compito, come archivista, è quello di descrivere i documenti in maniera oggettiva. Inventariare significa creare strumenti di corredo utili per chi farà le ricerche future. Significa predisporre mappe per orientarsi tra le carte. La ricerca in archivio, infatti, è più complessa rispetto a quella da fare in una biblioteca, ma anche più affascinante: a volte allo storico capita persino di cambiare l’oggetto della ricerca! Per rispondere alla sua domanda, l’archivista ordina, descrive e garantisce neutralità. Lo storico, invece, è quello che interpreta. L’archivista quindi può facilitare o meno la ricerca dei documenti, ma l’interpretazione delle fonti e quindi la futura narrazione degli eventi resta allo storico.

Con l’avvento dei documenti digitali e delle e-mail, come sta cambiando il suo lavoro di selezione e conservazione rispetto ai tradizionali archivi cartacei?

Oggi la maggior parte dei documenti nasce digitalmente, quindi si tratta solo di trasporto tout court da un supporto tecnologico ad un altro. lo, però, sono un archivista storico, quindi il mio compito principale è conservare e conservare bene quello che è su supporto cartaceo. Mi piacerebbe digitalizzare tutto, ma onestamente questo è l’ultimo step: prima i documenti devono essere restaurati, per poi essere descritti e divenire strumenti di corredo. Se un documento cade a pezzi, digitalizzarlo non basta. Il nostro dovere è conservare per trasmettere ai posteri ciò che abbiamo ricevuto.

Qual è il documento o il fondo archivistico che le ha dato maggiori soddisfazioni?

I documenti più interessanti sono quelli conservati negli archivi parrocchiali, come i registri dei Battesimi, quelli dei Matrimoni e quelli dei defunti. Sono i più affascinanti perché raccontano vite reali di uomini e donne vissuti prima di noi. Tra questi mi è rimasto nel cuore il memoriale di un parroco di Colonnella dei primi dell’Ottocento, il quale descrive la perdita delle antiche memorie del paese dopo l’arrivo dei briganti. Il povero curato racconta della distruzione della chiesa di San Biagio, nell’immediato contado, e dell’assassinio del sindaco e del prete che lo ha preceduto. Uno spaccato drammatico e potentissimo.

Poi, per me, che ho ascendenze marinare, sono molto preziosi anche i documenti sulla civiltà del mare e sui naufragi. Anche quelli parlano di vita vissuta, di tecniche di pesca, di viaggi, di  uomini che hanno speso la loro vita in bilico tra la terra e il mare, a volte perdendola in circostanze drammatiche.

Come si affronta la sfida di lavorare su archivi privati o istituzionali che hanno subito epurazioni o distruzioni parziali nel corso del tempo?

Le dispersioni purtroppo sono molto frequenti, perché sono spesso dovute a bombardamenti, incendi, pestilenze. È un problema serio: un documento nasce per un fine giuridico e amministrativo, non storico. Se si perde, si perde un pezzo di identità. Nella nostra zona, ad esempio, i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale hanno disperso molti registri parrocchiali delle Diocesi del Piceno, lungo la vallata del Tronto, nel territorio interno della montagna ascolana e, non da ultimo, a San Benedetto del Tronto.

Quello che, però, più mi dispiace, è assistere a volte all’incuria, alla negligenza e alla trascuratezza. Bisognerebbe investire maggiormente sugli archivi, perché custodiscono la nostra memoria.

Cosa le procura maggiore soddisfazione nel suo lavoro?

La passione. In primis la mia passione totale per la storia locale, che mi ha portato a cercare di comprendere come vengano prodotti i documenti, soprattutto in base al profilo istituzionale di chi li produce.

Poi la passione dei giovani. Vedere i ragazzi e le ragazze appassionarsi è, per me, motivo di grande gioia. L’archivio è un’esperienza trasversale, che coinvolge tutto il percorso scolastico, dalla Scuola Primaria alla Scuola Secondaria di Primo e Secondo Grado. È chiaro, però, che con gli studenti e le studentesse delle Superiori l’approccio è più diretto e l’interesse è maggiore. Mi hanno raccontato che lo scorso anno, in una classe di 20 studenti, ben 15 hanno scelto, come capolavoro da portare alla maturità, il lavoro svolto in archivio. Questo è stato un risultato sorprendente! L’archivio non è una biblioteca né un museo, eppure li ha conquistati! E quando i ragazzi ne parlano con tanto entusiasmo, capisci che il tuo lavoro ha davvero un senso.

 

Entra a far parte della Community de L'Ancora (clicca qui) attraverso la quale potrai ricevere le notizie più importanti ed essere aggiornati, in tempo reale, sui prossimi appuntamenti che ti aspettano in Diocesi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com