MONTEPRANDONE –
Giovedì 28 maggio, alle ore 21, presso la Sala Giovanni Paolo II della parrocchia Sacro Cuore di Centobuchi di Monteprandone, si è svolta una serata di formazione rivolta ai Ministri straordinari della Comunione. Il titolo dell’incontro, affidato alla relazione di don Gianluca Pelliccioni, era “Liturgia: hic et nunc”.
Ad aprire la serata è stato don Ulderico Ceroni che, nel suo intervento introduttivo, ha offerto una riflessione sul significato della Liturgia: «La Liturgia “hic et nunc”, “qui e ora”, è il momento presente della salvezza donata, celebrata e vissuta. La Liturgia è il luogo fondamentale dove nasce la Chiesa, dove il popolo di Dio sperimenta la salvezza, celebra le meraviglie del Signore ed è chiamato a testimoniare e vivere la propria identità cristiana dentro la realtà del mondo. Stasera vogliamo affidare il tema al prof. don Gianluca Pelliccioni, il quale ci aiuterà ad entrare nel grande mistero della Liturgia, che è incontro con Dio, con il popolo santo di Dio e con la salvezza che Gesù ci ha donato attraverso la sua Pasqua di morte e Risurrezione e che, mediante il suo Spirito, continua ad esprimere la sua presenza e a comunicare la salvezza a tutti noi che celebriamo attraverso la Liturgia».
«Cercherò di offrire una meditazione piuttosto che una lezione, perché la trovo più interessante». Con queste parole don Pelliccioni ha dato inizio alla sua riflessione, entrando subito nel cuore del rito liturgico. «Gesù, nell’Ultima Cena, non ha prima spiegato e poi lavato i piedi, ma ha fatto esattamente il contrario. Questo è il metodo della Liturgia ed è anche il metodo dell’azione dello Spirito Santo. Stasera entreremo nello specifico nel ministero straordinario, straordinario nel senso che non è ordinario. Il ministero ordinario è quello del sacerdote».
Il relatore ha quindi spiegato che il suo intervento sarebbe stato un commento alla lettera apostolica sulla formazione liturgica pubblicata da Papa Francesco nel 2022, “Desiderio desideravi”. Riprendendo il pensiero di un teologo degli anni Sessanta, ha osservato come il credente contemporaneo abbia progressivamente smarrito la capacità di compiere l’atto di culto. A questo proposito ha ricordato anche le parole di Papa Francesco, che più volte ha sottolineato l’importanza di ripartire dai bambini, insegnando loro il segno della croce senza necessariamente spiegarlo, poiché esso è già di per sé un atto di preghiera e di culto.
«La razionalità e la tecnologia ci stanno allontanando dall’atto di culto. Noi vogliamo controllare la realtà, pensiamo che tutto dipenda da noi, non ci fidiamo e utilizziamo la razionalità per gestire la nostra vita. Quando si parla di rapporto tra Liturgia e vita, io non sono molto d’accordo nel distinguerle. Nella Liturgia c’è già la nostra vita, ci siamo noi. La Liturgia è soltanto una breve interruzione della nostra vita ordinaria, ma è comunque parte della nostra esistenza. La Liturgia è già pastorale».
Don Pelliccioni ha poi approfondito il dinamismo proprio dell’azione liturgica: «La Liturgia interrompe il nostro quotidiano per trasformarci e farci riprendere il cammino della vita con maggiore consapevolezza, permettendoci di tornare alla quotidianità con “più vita”, oserei dire. Tutto è grazia di ciò che accade nella Liturgia».
Tra i temi affrontati, anche una delle domande più frequenti nel dibattito contemporaneo: «Si può credere in Dio senza Liturgia e senza riti?». Una questione che, secondo il relatore, mette spesso in difficoltà i fedeli. «La Liturgia non è soltanto espressione della fede, ma la nutre e la genera. La Liturgia è iniziata quando Gesù se n’è andato. In quel momento la Chiesa doveva elaborare il lutto, diremmo oggi. Pensiamo ai discepoli di Emmaus, che se ne vanno confusi. La fede è un dono. Gesù aveva promesso che sarebbe tornato, ma non è tornato subito e così si è iniziato a celebrare, cioè a mantenere viva la memoria delle sue opere attraverso i racconti degli apostoli e il mangiare insieme, come aveva fatto nell’Ultima Cena. Non a caso il nome più antico della Liturgia è “Cena del Signore”. Noi celebriamo oggi nell’attesa del ritorno di Cristo; dopo il suo ritorno non avrebbe più senso celebrare».
Proseguendo la sua meditazione, don Pelliccioni ha sottolineato come il rito non sia una ripetizione dell’evento salvifico: «Dio è immenso e immensa è stata la sua manifestazione. Quando celebriamo il rito ricordiamo l’evento, ma non possiamo rifarlo: esso è unico e storico. La Liturgia non viene celebrata per ottenere la grazia; la Liturgia è essa stessa esperienza di grazia».
Ampio spazio è stato dedicato anche alla Liturgia eucaristica. «Nell’offertorio, quando portiamo all’altare il pane e il vino, portiamo i frutti del nostro lavoro e quindi la nostra quotidianità. Nella Liturgia c’è chi presiede, il sacerdote o il vescovo, ma tutti i presenti concelebrano. L’ostia, la particola che consuma il sacerdote sull’altare, è la stessa che viene distribuita ai fedeli durante la Comunione. Non c’è differenza. Per questo penso che il canto dovrebbe iniziare già quando il sacerdote consuma la sua ostia e non soltanto quando inizia la distribuzione ai fedeli».
Una riflessione che ha portato il relatore a ribadire il valore della partecipazione attiva dell’assemblea: «La Messa non è un teatro con attori e spettatori. Siamo tutti protagonisti della celebrazione. C’è chi presiede e chi celebra con lui. Siamo tutti invitati alla mensa del Signore. La particola del sacerdote viene frazionata, quella distribuita al popolo generalmente no, ma sono la stessa realtà. Nell’ostia c’è Gesù e l’ostia rappresenta tutto il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo è l’unità della Chiesa».
Rivolgendosi in modo particolare ai Ministri straordinari della Comunione, don Pelliccioni ha evidenziato il valore del loro servizio ecclesiale: «Il sacerdote è il ministro ordinario, voi siete i ministri straordinari. Voi portate Gesù e rendete partecipi dell’unità della Chiesa anche coloro che non possono essere fisicamente presenti alla Liturgia. Si potrebbe dire che quando il ministro straordinario della Comunione si reca a casa di un malato, celebra la Liturgia insieme a lui. Il ministro della Comunione è anzitutto ministro di unità. Il termine “straordinario” serve semplicemente a distinguerlo dal ministro “ordinario”, cioè il sacerdote che presiede».
In conclusione, il relatore ha lasciato ai presenti un ultimo invito: «Ricordatevi che è importante celebrare “bello”, non semplicemente “bene”, come spesso si dice. Bello nel senso che dentro la celebrazione riscopriamo la Pasqua, veniamo trasformati e torniamo nella nostra quotidianità diversi, migliori di come eravamo quando siamo entrati in chiesa».
L’incontro si è concluso con queste parole e con la consapevolezza che il tempo a disposizione non avrebbe consentito di approfondire ulteriormente un tema tanto vasto e ricco di significati.





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