Di Silvia Rossetti

La cronaca recente sembra raccontare due volti opposti delle nuove generazioni: da una parte la violenza cieca delle baby gang, dall’altra gesti di maturità e riconciliazione che sorprendono per profondità e consapevolezza. Ma è davvero possibile leggere il mondo giovanile attraverso questa contrapposizione? E cosa ci dicono rabbia, fragilità e difficoltà relazionali sul disagio che attraversa adolescenti e giovani adulti? Ne abbiamo parlato con Daniela Chieffo, direttrice dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Università Cattolica-Fondazione Agostino Gemelli.

Dall’uccisione del bracciante malese da parte di una baby gang a Taranto alla lettera dello studente bocconiano che sceglie il perdono verso i suoi aggressori: la cronaca restituisce due immagini opposte delle nuove generazioni. Quale ritiene più rappresentativa del mondo giovanile?

Non mi sento e non voglio pensare che una sia più rappresentativa dell’altra. Non possiamo permetterci di crederlo perché, se da un lato dovremmo pensare che abbiamo sbagliato tutto, con scarse possibilità di rimediare, dall’altro penseremmo di aver fatto tutto bene e quello che abbiamo dato ai nostri giovani, anche in termini di esempio positivo, sia stato recepito. Ai nostri giovani abbiamo consegnato un mondo complicato dove vige guerra e violenza. Non possiamo, di certo, stupirci che assimilino un modello violento e aggressivo per resistere, esistere ed affermarsi.

Il modo in cui adolescenti e giovani adulti vivono rabbia, frustrazione e relazioni sociali sta cambiando? In che misura il contesto attuale – precarietà, social network e pressione al successo – influisce sul loro equilibrio emotivo?

Moltissimo. Influisce su noi adulti che abbiamo una personalità strutturata. Pensiamo all’impatto che tale pressione e stress hanno su un carattere e su una personalità in formazione. Occorrono gli strumenti giusti per proteggere i ragazzi, per rassicurarli e vederli anche senza che eccellano, perché magari stanno già facendo il loro meglio. Purtroppo il messaggio che passa costantemente è che ci sia posto solo per i migliori, ma ciò vuol dire che gli altri sono outsider e, per questo, non inclusi. Questo genera una profonda ferita, dolore e rabbia.

Quando parliamo di violenza giovanile, siamo di fronte soprattutto a fragilità individuali oppure a un problema culturale e sociale più ampio? 

La violenza al giorno d’oggi è ovunque, se ci guardiamo intorno. Siamo tutti estremamente fragili e vulnerabili. La violenza è un fenomeno ereditato da un trigenerazionale che non ci ha difesi, non possiamo stupirci che i nostri ragazzi utilizzino questo modello per affermarsi ed esprimersi. Non sto di certo giustificando questo fenomeno, ritengo solo che occorre un intervento serio a livello sociale.

Quanto incidono i modelli basati su aggressività, dominio e umiliazione dell’altro?

Fanno più clamore, fanno più chiasso e, di conseguenza, hanno più risonanza e seguito. Un ragazzo può arrivare a percepire questi comportamenti come modelli da imitare, l’unica strada possibile per ottenere approvazione, emergere e dare voce a ciò che sente dentro di sé. Per questo occorre saper individuare precocemente le modalità disfunzionali di comunicazione e relazione, fornendo interventi reali.

Alcuni esperti parlano di “analfabetismo emotivo”. È una definizione che considera appropriata? 

Occorre una rivisitazione, oltre che del lessico, anche del concetto alla base. I giovani fanno fatica a sviluppare empatia, perché non glielo insegniamo. Non gli forniamo l’esempio giusto per comprendere e gestire le emozioni. Come potremmo mai pensare che lo facciano senza il nostro aiuto? Un adulto, un genitore, un insegnante, un educatore ha il compito di essere un esempio positivo. Occorre insegnare ai nostri figli che la fragilità esiste e che essa necessita di una valorizzazione. Occorre trasmettere un messaggio di inclusione reale.

Di fronte a episodi così estremi, come si può cercare di comprenderne le cause senza rischiare di trasformare la spiegazione psicologica in una giustificazione?

Comprendere le cause è doveroso da parte nostra, perché abbiamo il compito di intervenire su quei modelli di comportamento errati ai quali i nostri giovani assistono quotidianamente. Abbiamo il compito di dare la speranza che intervenendo si possa cambiare qualcosa. Questo non è fornire una giustificazione, è ricercare le cause dei nostri errori e porne rimedio.

Cosa manca ai nostri giovani: ascolto, limiti, tempo o punti di riferimento? O cosa hanno di troppo?

Ai nostri giovani manca un buon esempio, talvolta, manca ascolto, talvolta mancano le opportunità di dialogo e occasioni di contatto fisico ed emotivo. Mancano spesso gli abbracci, il calore, il conforto, la rassicurazione e la protezione. Noi adulti abbiamo il compito di aiutarli e di costruire dei modelli validi e comprensibili da seguire, valorizzando le peculiarità di ognuno.

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