Di Lucilio Santoni
PROVINCIA – Si avvicinano le elezioni amministrative. I candidati parlano di misure economiche per rilanciare il territorio: attività produttive, turismo.
Tutti discorsi corredati da numeri e grafici che, si auspica, tenderanno verso l’alto. Ma la realtà è un’altra.
Una città può anche avere grandi ricchezze in denaro, ma se le persone che la abitano si svegliano la mattina con l’angoscia nel cuore, allora quelle ricchezze diventano inutili. Se le persone hanno uno sguardo vuoto, anche le mani che lavorano saranno avvilite.
Una città non va in rovina quando finiscono i soldi, una città si sfalda quando finisce il soffio vitale.
Quando le parole vuote sovrastano quelle piene. Quando l’amicizia muore e lascia spazio ai rapporti di convenienza. Quando le persone vengono pesate sulla bilancia del conto in banca. Quando non ci si commuove più e, invece, si pensa che l’accumulo possa metterci in sicurezza la vita.
Quando “mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate” (T. S. Eliot – Cori da “La Rocca”).
In definitiva, il funerale di una città non è dato dal pianto dei sui abitanti, ma dal fatto che è solo un pianto d’angoscia, perché non ha più il profumo del sacro.
Allora il crollo finanziario è solo l’ultimo colpo di grazia, ma il crollo era già avvenuto da tempo, fatto di solitudine, rancore, indifferenza, vuoto. Una città che non sa più commuoversi e desiderare è una città che ha già firmato la sua resa e nessuna banca centrale potrà salvarla. Pertanto, proviamo a invertire la rotta.
Lasciamo spazio alla preghiera e al silenzio.
Impegniamoci ad ascoltare la fame d’amore e la poesia. Alimentiamo lo stupore di essere in relazione con l’altro. Diamo valore e sostanza alla città che non si vede, piuttosto che a quella in vetrina. Ecco che allora, forse, la comunità imparerà di nuovo a cantare e piangere di commozione e magari troverà una strada per la bellezza.




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