DIOCESI – “Si tratta di tre incontri formativi: il primo lo definirei delicato, il secondo molto importante, il terzo davvero urgente“.
Con queste parole, la dott.ssa Stefania Cagliani, psicologa dell’età infantile, presenta la giornata formativa di domani, Venerdì 15 Maggio 2026, che si terrà tra Comunanza e Force e che sarà interamente dedicata alle emozioni e all’educazione, dalla prima infanzia fino alla preadolescenza.
L’iniziativa, curata dal Centro Famiglia di San Benedetto del Tronto, registrerà la partecipazione, oltre che della dott.ssa Stefania Cagliani, anche del dott. Ezio Aceti, psicologo dell’età evolutiva. La giornata si articolerà in tre momenti:
- “Crescere con le emozioni. Un percorso alla scoperta del proprio mondo interiore”Il primo incontro sarà dedicato ai più piccoli: durante la mattinata, infatti, la dott.ssa Stefania Cagliani incontrerà gli alunni e le alunne della Scuola Primaria a Comunanza, mentre nel primo pomeriggio quelli del Plesso di Force.
- Nel tardo pomeriggio si svolgeranno due incontri rivolto al corpo docente:“A Scuola di emozioni. Educare alle competenze non cognitive trasversali”, dedicato alle insegnanti e agli insegnanti della Scuola dell’Infanzia e della Scuola Primaria;“Emozioni e relazioni: quale educazione?”, dedicato ai docenti e alle docenti della Scuola Secondaria di Primo Grado.
- “Educare oggi: è ancora possibile?”La serata infine sarà rivolta a tutta la comunità montana, con particolare riguardo ai genitori e alle persone che svolgono una funzione educante, come nonni e nonne, catechisti e catechiste, allenatori ed allenatrici, …
Per saperne di più abbiamo incontrato la dott.ssa Stefania Cagliani.
L’incontro più delicato: quello con i bambini e le bambine
“Il primo incontro, che e durerà l’intera mattinata, è quello più delicato di tutti, perché i bambini sono da toccare con rispetto, soprattutto nel loro mondo interiore“: dichiara la dott.ssa Cagliani.
“Ci occuperemo di alfabetizzazione e gestione emotiva, cercheremo cioè di dare un nome all’emozione provata, di riconoscere l’emozione provata dall’altro e di scegliere un modo per esprimere le emozioni o per reagire ad esse – spiega la psicologa -. Metteremo in atto delle attività molto concrete di collaborazione in piccoli gruppi con i bambini e le bambine dalla Classe Prima alla Classe Quarta della Scuola Primaria di Comunanza, appartenente all’Istituto Comprensivo Interprovinciale dei Sibillini.
Poi ci sarà un secondo incontro dedicato ai bambini, che avverrà nel primo pomeriggio. Non è in locandina, ma è altrettanto importante: lo faremo in un altro Plesso dell’Istituto dei Sibillini, quello di Force, dove ci sono pochissimi alunni ed alunne, tanto che le Classi sono state riunite: la Prima e la Seconda insieme, poi la Terza e la Quarta insieme. Sebbene l’appuntamento non fosse inizialmente previsto, la dirigente scolastica mi ha voluto anche lì e sono stata davvero felice di accogliere la sua richiesta”.
L’incontro più importante: quello con insegnanti e docenti
Per quanto riguarda l’incontro con insegnanti e docenti, la dott.ssa Cagliani precisa: “L’incontro pomeridiano è quello forse più importante perché il mondo odierno ha davvero bisogno di qualcuno che educhi alle emozioni, che sia un po’ pronto a dire qualcosa di ben orientato ai bambini rispetto alla loro interiorità. La scuola sembra essere, al momento, il luogo più adatto: oltre ai saperi, adesso bisogna educare alle emozioni”.
“Fino a poco tempo fa – spiega la psicologa – si pensava che le emozioni fossero una cosa del cuore. Le emozioni, in realtà, nascono nella testa, sono una cosa della testa perché, sono frutto di pensieri. La scuola, che da sempre ha il compito di educare ad un buon modo di pensare, ha quindi un ruolo chiave: educare alle emozioni vuol dire educare i bambini a pensare bene, a che cosa stanno provando e quindi a come reagire“.
“Nell’occasione – aggiunge Cagliani – tratteremo anche le indicazioni nazionali del 2025 che sono state appena approvate e che saranno operative dall’Anno Scolastico 2026-27, le quali affermano chiaramente che, accanto ai saperi, vanno incrementate e approfondite le dimensioni emotive che sono state riconosciute come fondamentali. Si tratta delle cosiddette soft skills, cioè le capacità e le competenze emotive e relazionali, ciò che ci fa stare bene dentro le relazioni. La società oggi è molto complessa ed è quindi è necessario avere più competenza per gestire un conflitto, tollerare la frustrazione, posticipare la realizzazione di un desiderio. Nella scuola, in particolare, è importantissimo collaborare, cooperare, avere intenti comuni, trovare conciliazioni: questo è il compito della Scuola, perché è il compito della società che promuove la pace“.
L’incontro più urgente: quello con i genitori
“Se quello con bambini e bambine è il più delicato e quello con insegnanti e docenti il più importante, l’incontro con i genitori è, senza dubbio il più urgente – dice chiaramente la dott.ssa Cagliani -. I genitori, infatti, sono spesso un po’ smarriti davanti al loro ruolo fondante: dare qualche strumento di lettura e di intervento può farli sentire più competenti e riconoscere davvero che la dimensione emotiva è centrale nella crescita di una persona. Qualche volta anche noi genitori ci sentiamo un po’ persi di fronte alle cose della vita e non possiamo pensare che i nostri bambini crescano naturalmente capaci; al contrario, dobbiamo proprio metterci lì e educarli”.
“Durante la giornata – chiarisce la dott.ssa Cagliani – io e il dott. Aceti ci divideremo per competenze: io mi occuperò della fascia dei bambini e delle bambine della Scuola dell’Infanzia e della Scuola Primaria e dei loro insegnanti; il dott. Aceti, invece, si occuperà dei docenti dei ragazzi e delle ragazze della Scuola Secondaria di Primo Grado. Mentre nel pomeriggio, con insegnanti e docenti, saremo divisi in due sottogruppi in due sedi diversi, al contrario in serata, con i genitori staremo tutti insieme, anche se io approfondirò di più gli aspetti della prima infanzia e lui quelli della preadolescenza. Ovviamente si tratta di dare delle linee genitoriali generali, per cui valgono un pochino in maniera trasversale”.
Perché emozioni ed educazione sono collegati?
La dott.ssa Cagliani spiega che educare alle emozioni vuol dire educare a pensare:
“L’emozione nasce da una interpretazione della realtà, che è soggettiva. Per fare un esempio, lo stesso stimolo o la stessa situazione produce, in persone diverse, reazioni emotive diverse. Questo vuol dire che non è lo stimolo in sé che produce l’emozione, ma il pensiero e l’interpretazione che io faccio di quello stimolo.
Se io prendo un voto negativo a scuola e ho un’immagine di me molto al ribasso, con una certa disistima, è evidente che quel voto inciderà negativamente sull’immagine che io ho, quindi l’emozione che proverò sarà molto difficile da gestire: non sarà solo tristezza, sarà proprio frustrazione, ma sarà anche timore, paura di non farcela nel futuro, perché penserò all’immagine che ho di me, che è già molto negativa, e anche alle ripercussioni familiari, a quello che potrebbero pensare di me la mamma e il papà, i compagni.
Se al contrario io ho un’immagine di me solida, saprò che il voto scolastico dice la mia preparazione, non la mia persona; sarò convinto che potrò rimediare, che potrò avere una seconda opportunità; sarò certo che gli adulti che ho attorno, mi daranno occasioni per dimostrare che posso fare meglio. Quella stessa situazione, quindi, sarà per me occasione per rivedermi, per impegnarmi di più, per diventare più capace, per chiedere aiuto”.
Cosa possiamo fare noi adulti?
Gli adulti di riferimento, come insegnanti, docenti, genitori ed educatori in generale, possono lavorare su due aspetti fondamentali.
Afferma la dott.ssa Cagliani: “Il primo lavoro da fare è sugli stimoli in ingresso. Cercherò di dirlo bene a genitori ed insegnanti. Che cosa facciamo entrare nella mente del bambino? Questo è di un’importanza cruciale, perché, una volta che lo stimolo è entrato, il bambino lo lavora mentalmente e da lì nasce l’emozione. Quindi le domande che dobbiamo porci sono:
Che cosa facciamo entrare nella testa dei nostri bambini?
Quali parole usiamo quando parliamo a loro?
Che posizione fisica abbiamo nei loro confronti?
Quali attività proponiamo ai nostri bambini?
Li carichiamo di aspettative?
Li facciamo sentire che non possono fallire o li facciamo sentire liberi anche di sbagliare?
A loro è data la consegna di renderci felici?
Su questo aspetto dobbiamo lavorare molto, perché i bambini sono molto attenti”.
“L’altro aspetto – prosegue la psicologa – è quello finale, cioè che reazione abbiamo di fronte all’espressione emotiva del bambino o del ragazzo.
Se abbiamo parole di disistima, che manifestano il desiderio di allontanarli, o parole aggressive, che sono anche violente, il bambino o il ragazzo sente che tutta la sua dimensione emotiva è sbagliata. L’emozione, invece, non è mai sbagliata, perché l’emozione è naturale, spontanea, istintiva. L’emozione è il processo mentale a cui noi possiamo dare una svolta: è questo che fa la differenza.
L’emozione in sé è quella che parte del cervello e che è spontanea, ma tutto ciò che porta lì può essere tutto educato e tutto ciò che viene dopo può essere educato“.
La parola educa il pensiero
Conclude la dott.ssa Cagliani: “La parola educa il pensiero, tant’è che, quando un bambino ha difficoltà di linguaggio, ci si allerta sulle sue capacità di astrazione e quindi di pensiero. Questo vuol dire che, quando noi comunichiamo a un bambino attraverso il linguaggio verbale, gli consegniamo un costrutto, gli consegniamo un modo di vedere la realtà, di leggerla. Una realtà che il bambino fa sua.
Pertanto, se in una circostanza si sente dire alcune parole etichettanti, giudicanti e svalutanti, il bambino le assorbe come matrici per capire la sua identità. Se io dico a un bambino che è stupido, il bambino inizia a interpretare sé, nella realtà, come incapace. Cambia tutto, invece, se io dico al bambino: ‘Oggi, in questo compito, non sei riuscito ad ottenere un buon risultato‘. Cambia tutto, perché il bambino sente che è in quel momento, in quel compito, che non è riuscito a dare il meglio di sé; non è la sua persona sempre, ma solo oggi in quel compito. La parola fa tutto, perché riesce a delimitare, a circoscrivere, a descrivere una situazione.
Il bambino prende dalle figure più importanti per lui – i genitori, gli insegnanti – come lui è, chi lui è nel mondo. E se io dico a un bambino che non va bene, sto dicendo a un bambino che non funziona e il bambino inizierà a pensare che sia vero, perché il bambino desidera infinitamente essere visto, apprezzato e stimato dalle sue figure di riferimento, quindi crede a quello che noi gli diciamo. Noi adulti abbiamo un potere nella nostra parola che non è fondamentale, è fondante la persona“.
Noi adulti siamo all’altezza di questo compito?
Per chiudere l’intervista, stimolata dalle riflessioni precedenti, ho chiesto alla dott.ssa Cagliani un’ultima riflessione: “Viviamo in un’epoca in cui la vita è molto complessa, in cui i confini tra giovinezza e maturità si sono notevolmente sfumati, in cui gli adulti mostrano un approccio più dinamico e talvolta incerto alla vita. Noi adulti siamo all’altezza di questo compito?“.
Questa la risposta della dott.ssa Cagliani: “Per risponderle, mi viene in aiuto l’immagine del trifoglio, che uso anche nella mia pagina di presentazione sul web. Il trifoglio, infatti, per me, ha tre significati importanti. Uno è del tutto personale: è un simbolo dell’Irlanda, dove ho vissuto per molto tempo durante la gioventù e dove ho approfondito e definito il mio percorso di vita e professionale. Ma gli altri due significati possono riguardare tutti i lettori e le lettrici del giornale L’Ancora e magari dare una risposta alla sua domanda. Il trifoglio è anche un modo di stare nelle relazioni. Un modo semplice, anche ordinario. Se ci si aspetta un prato di quadrifogli per fare un pic-nic, si finirà per non farlo mai! Il trifoglio è un modo per rimanere ancorati alla realtà, a non aspirare alla perfezione, ma a rimanere ancorati alle cose che sono davvero importanti nella loro semplicità, a quelle che sono fondanti la persona. Infine il trifoglio dice anche il mio credo, perché per San Patrizio il trifoglio è il simbolo della Trinità. Il trifoglio, dunque, dice anche la nostra fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, che ci spingono solo ad amare e ad affidarci“.






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