Di Paride Petrocchi, Fraternità Le Grain de blé

L’altra sera, dopo cena, stavo camminando. Il tempo era quello tipico di maggio: caldo ma non oppressivo, con un’aria che profumava di fiori e di fioritura. Pregavo il Rosario, quasi senza accorgermene, quando mi è affiorato un pensiero semplice e, allo stesso tempo, esigente: quale legame profondo unisce la devozione mariana alla pedagogia cattolica incarnata da figure come Don Bosco, don Lorenzo Milani — e tanti altri educatori del Vangelo?

Non era una domanda teorica. Era viva, come quella sera.

Perché se Maria è davvero Madre e Maestra, il suo stile non può non lasciare traccia nel modo in cui la Chiesa educa, accompagna e forma i più giovani.

Don Bosco: Maria Ausiliatrice dei giovani

Pensavo a Don Bosco, mentre camminavo. A quel ragazzo di Castelnuovo d’Asti che a nove anni sogna una donna luminosa in mezzo a una banda di ragazzi selvatici, e sente dirsi: Ti darò la Maestra. Non un programma pedagogico. Una promessa. Una presenza.

È questo che mi colpisce: Maria non è un titolo devozionale, è una compagnia reale. A Valdocco, in mezzo ai ragazzi di strada di Torino, Don Bosco non costruisce solo un oratorio — costruisce un ambiente dove il bene è possibile, dove si previene il male non con il controllo ma con l’amore: il celebre sistema preventivo. E dietro questo stile, c’è lei: Ausiliatrice, cioè colei che aiuta davvero, che non lascia soli.

Mi chiedo spesso se i miei studenti percepiscano qualcosa di simile quando entrano in classe. Se sentano che c’è qualcuno che crede in loro prima ancora che lo dimostrino.

Don Lorenzo Milani: Maria e la coscienza dei poveri

Don Milani è più scomodo, e forse proprio per questo mi affascina. Convertito da un ambiente laico e colto, abbraccia il cattolicesimo senza sconti: liturgia, dogmi, Madonna — tutto. Non per abitudine, ma per scelta radicale.

A Barbiana, tra i figli dei contadini toscani che la scuola aveva già abbandonato, don Milani non parla di Maria con il linguaggio della devozione. Ma il suo “I care” — mi importa, mi prendo cura — risuona come un’eco del Magnificat. Quella preghiera dove una ragazza di Nazareth, giovane e povera, annuncia che Dio rovescia i potenti e ricolma di beni gli affamati.

Don Milani lo sapeva: dare la parola ai poveri non è solo pedagogia. È atto profetico. Ed è, in fondo, uno stile mariano.

Il filo mariano che li unisce

Continuavo a camminare, e il pensiero si faceva più nitido.

Don Bosco e don Milani non si sono mai incontrati — li separano decenni e contesti diversissimi. Eppure, più ci penso, più mi sembrano riconoscersi in qualcosa di fondamentale: entrambi si sono messi dalla parte dei ragazzi che nessuno voleva. I ragazzi di strada di Torino. I figli dei contadini di Barbiana. Gli ultimi dei sistemi educativi delle loro epoche.

E in entrambi, Maria non è decorazione. È orientamento.

Per Don Bosco è Ausiliatrice: colei che aiuta a costruire ambienti dove i giovani possono fiorire, protetti e amati. Per don Milani è figura profetica: colei che nel Magnificat aveva già detto tutto sulla giustizia, sulla dignità, sul Dio che non dimentica i piccoli.

Due stili diversi, quasi opposti nel temperamento. Ma lo stesso sguardo sulla realtà: i deboli non sono un problema da gestire, sono i destinatari privilegiati del Vangelo. E Maria — Madre, Maestra, Profetessa — è la prima a saperlo.

Quella sera ho pensato che forse è proprio questo il cuore di una pedagogia cristiana autentica: non trasmettere contenuti, ma generare persone. Come fa una madre. Come fa lei.

Educare oggi

Mentre ci avviciniamo alla fine di quest’anno scolastico, mi ritrovo spesso a chiedermi se le mie classi assomiglino anche lontanamente a quell’ideale. Se riesco a essere abbastanza presente da prevenire il disagio, abbastanza coraggioso da restituire parola a chi sente di non averne.

Don Bosco e don Milani mi ricordano che non si tratta di metodi perfetti, ma di uno stile: quello di chi ama davvero i ragazzi, soprattutto i più difficili. E Maria, in questo maggio profumato di fiori, sembra suggerirlo ancora, con la discrezione che le è propria.

Per noi docenti — anche di religione — questo significa trasformare le classi in spazi vivi: piccoli oratori contemporanei dove ogni ragazzo si senta visto, ascoltato, chiamato per nome.

Sono rientrato a casa con quel pensiero ancora tra le mani, come si tiene un’Ave Maria appena recitata.

Non avevo risposte definitive. Avevo qualcosa di meglio: una domanda che brucia, nel senso buono. Quella domanda che non ti lascia stare comodo, che ti segue in classe il lunedì mattina e ti guarda mentre chiami l’appello.

Forse è questo il segno che una riflessione è vera: non quando ti dà certezze, ma quando ti cambia lo sguardo. E questa sera, tra i fiori di maggio e i misteri del Rosario, qualcosa nello sguardo si era spostato.

Don Bosco e don Milani non hanno controllato l’educazione. L’hanno abitata. Con tutto il rischio che questo comporta.

Maria li ha accompagnati. Forse accompagna anche noi — con la stessa discrezione con cui quella sera profumava l’aria, senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

E tu? Cosa ti porta a credere ancora che educare valga la pena?

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