DIOCESI – Nell’ambito del progetto su comunicazione ed informazione denominato “La foresta che cresce“, il giornale L’Ancora ha indetto un concorso rivolto agli studenti e alle studentesse delle Scuole Superiori del Territorio: ogni giovane che ha preso parte al progetto potrà scegliere una notizia della settimana precedente e commentarla con un articolo scritto singolarmente o a più mani. Tutti gli articoli verranno pubblicati, di volta in volta, sul giornale L’Ancora e durante il Meeting Nazionale dei Giornalisti e delle Giornaliste, che si terrà tra la fine di Maggio e l’inizio di Giugno 2026 a San Benedetto del Tronto, verranno decretati i vincitori o le vincitrici.

Oggi pubblichiamo l’articolo scritto da Alessandro Pignotti e Filippo Troiani della classe 3ª C del Liceo Scientifico “Rosetti” di San Benedetto del Tronto.

Bambini soldato in Sudan

Di Alessandro Pignotti e Filippo Troiani

La guerra in Medio Oriente e in Ucraina ha attirato l’attenzione di tutto il mondo, ma nel cuore dell’Africa è in corso una tragedia che rischia di cancellare il futuro di un popolo intero. Scoppiata nella primavera del 2023, la guerra in Sudan ha ormai raggiunto il terzo anno di devastazione e ha causato una drammatica perdita demografica. Nonostante ciò, rimane esclusa dalle cronache internazionali.

Il conflitto ha origine da una spietata lotta per la conquista del potere tra due uomini che un tempo erano alleati, il generale Al-Burhan, a capo dell’esercito regolare, e il generale “Hemedti” Dagalo, comandante dei paramilitari delle Forze di Supporto Rapido. Perciò la speranza nel cambiamento di forma di governo, da dittatura a democrazia è sfociata nel sangue, trasformando città storiche come Khartoum in macerie dove i civili sono diventati bersagli. Parliamo di oltre 150 mila morti, ma i più pessimisti fanno salire questa cifra addirittura a 400 mila, tra bombardamenti, assalti, carestia e vari altri problemi.

Le conseguenze di questa guerra sono disastrose. Sono 9 milioni le persone sfollate all’interno del Sudan, mentre circa 4 milioni hanno cercato riparo nei paesi vicini, Ciad, Egitto e Sud Sudan. L’economia del paese è in crisi, i terreni da coltivare sono stati abbandonati a causa delle condizioni pessime e il sistema sanitario è quasi totalmente crollato. Tuttavia, anche se la situazione è critica, i governi delle potenze mondiali sembrano essersi dimenticati del Sudan. Fanno bei discorsi, ma quando si deve passare ai fatti non intervengono. Nel frattempo, i Paesi vicini continuano imperterriti a mandare armi ai due comandanti per non perdere il controllo sulle miniere d’oro e sulle strade del commercio, pensando solo ai loro interessi, cioè aumentare le loro ricchezze.

Non considerare il Sudan è un errore strategico oltre che morale. L’instabilità di questa nazione si estenderà oltre i suoi confini, produrrà altre ondate migratorie e destabilizzerà i Paesi vicini. La risoluzione non deve essere trovata combattendo spietatamente contro il nemico: per fermare tutto c’è bisogno che i Paesi del mondo si mettano d’accordo per contrastare l’egemonia dei due generali. Bisogna ricominciare ad ascoltare i bisogni dei cittadini sudanesi, poiché fermare questa guerra di cui non parla nessuno è l’unico modo per evitare che il Sudan sia abbandonato a se stesso e che tanti altri innocenti muoiano.

Questa guerra si sta svolgendo da molto tempo. È assurdo il fatto che nessuno intervenga per interromperla, perché non è una guerra ideologica, ma un’inutile lotta di potere che sta distruggendo scuole, ospedali e il futuro dei giovani, molto differente da quello che spetterà ai giovani nati in un Paese pacifico.

Mentre noi studenti ci preoccupiamo dei piccoli ostacoli che si presentano ogni giorno, come un’interrogazione di fisica, i ragazzi in Sudan affrontano una realtà insensata: la loro priorità è sopravvivere; la loro giornata non si divide tra studio e divertimento, ma tra il provare a fuggire dalle violenze dei paramilitari e la disperata ricerca di un pezzo di pane.

 

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