(Foto ANSA/SIR)

Di Ivan Bianchi

L’aiuto più concreto e sentito, molto spesso, è quello che sui riflettori compare poco. Lo sanno bene i giovani che nel 1976, nell’estate successiva al primo terremoto che colpì il Friuli – quello del 6 maggio – partirono da Gorizia alla volta della val Raccolana, anch’essa colpita dal sisma e ospitata all’interno di tende, prima, e di baracche, poi.
Lo sapeva bene anche il poeta friulano Pierluigi Cappello. “Per me – scrisse nel libro Questa libertà, uscito per i tipi della Rizzoli nel 2013 – i colori del terremoto sono il bianco, il grigio, il nero: il bianco è il colore delle pietre macinate, delle ferite delle case, il grigio è il colore della polvere che copre i vivi e i morti insieme, il nero è il colore degli anziani che si aggirano fra le macerie, disorientati come giraffe nella neve”.
Fu anche Pierluigi tra quegli sfollati, mentre da alcune realtà parrocchiali cittadine, in questo caso da San Rocco, partirono nell’estate del 1976 alcuni giovani, spronati da mons. Ruggero Dipiazza, per sostenere le attività ricreative, di svago e di aiuto compiti per i giovani e i bambini che si trovavano a vivere tra tende e baracche.
“Si è cercato fin da subito di capire – racconta proprio don Ruggero – quali erano le necessità delle popolazioni colpite e cosa poteva offrire la nostra comunità. Ci siamo domandati quale poteva essere il luogo più idoneo da poter essere aiutato ed è uscita la val Raccolana, colpita anch’essa ma non in modo così pesante e disastroso”. La situazione fu capace di “suscitare in noi un’attenzione nuova: si sa che più il luogo è fuori ‘dal giro’ e più lo si sente proprio”.
I giovani di San Rocco già conoscevano la zona perché i campeggi spesso venivano effettuati a Sella Nevea. “Stabilimmo i contatti e, successivamente, i turni per poter offrire questo tipo di servizio che era ‘diverso’ rispetto a quanto facevano altri. Mentre le famiglie lavoravano c’era la necessità di seguire i bambini e i giovani e questo abbiamo fatto”. Dall’aiuto compiti al sopperire quelle settimane di scuola perse dopo il 6 maggio, i giovani “seguivano le indicazioni dei responsabili della tendopoli in modo che anche per loro stessi potesse essere un’esperienza formativa”, prosegue don Ruggero.
“I danni provocati dal terremoto – scriveva su Voce Isontina dell’11 settembre 1976 Giampaolo Cuscunà, tra i partecipanti alle missioni diocesane in loco – sono ben visibili in tutte le frazioni della valle: case puntellate, muri crepati, sistemazioni di fortuna in tende, furgoni, garage. Certo la situazione non è paragonabile a quella dei centri più colpiti, ma è aggravata da uno stato di isolamento, di povertà, di abbandono che non deriva dal sisma, ma ha origini ben più lontane”.
Non sono mancati momenti di svago e spensieratezza, come le feste organizzate il mercoledì all’interno della zona della tendopoli alle quali si presentava lo stesso don Ruggero fingendosi il genitore di quello o quell’altra per poterli far entrare a divertirsi. L’anno successivo, il 1977, ci fu un’organizzazione già diversa e indipendente dei giovani con un impegno diretto anche da parte dei locali.
Ma mentre i giovani si organizzavano per salire nel Canal del Ferro, a Gorizia, in parrocchia, la necessità era quella di recuperare il vestiario da poter donare alle popolazioni terremotate, così come il cercare di capire quali fossero le reali necessità della società di Raccolana.
“Un esempio lo diede Giuseppe, l’ortolano del San Luigi, che con 30 milioni di lire acquistò i semi affinché il primo raccolto dell’anno potesse essere seminato”.
Contestualmente, don Ruggero ricorda l’azione di don Silvano Cocolin che raccolse oltre 4 miliardi di vecchie lire per Casasola e le altre frazioni locali. “Quel terremoto – ricorda don Ruggero – mi ha aiutato anche durante il mio periodo di direttore della Caritas diocesana [incarico durato dal 1989 al 2007] quando ci siamo trovati ad affrontare il problema del sisma nell’ex Jugoslavia. Capire le esigenze e le necessità fin da subito”.
Ricorda bene quegli anni, definendo il tutto “una bellissima esperienza al di là della tragedia“, Elisabetta Pecar, all’epoca sedicenne, che partì con uno dei primi gruppi per tre settimane di ausilio e aiuto alle popolazioni di Raccolana. Partirono in una decina di loro, “dormendo in tenda assieme agli altri” e portando “attività di gioco, lettura, scrittura”. “Io – ricorda – frequentavo la quarta superiore al Liceo scientifico di Gorizia e, terminata la scuola, partimmo rimanendo lì tra il giugno e il luglio del 1976”. I bambini “avevano subito un grande spavento e con loro si era poi creato un forte legame”. Momento particolare fu proprio la messa finale quando “arrivammo con qualche minuto di ritardo e i bambini, sentendo entrare qualcuno, si girarono, mi riconobbero e corsero ad abbracciarmi”.
Vita da tendopoli, con solo la zona ristoro e la cucina in muratura. “A livello umano è stata una delle esperienze che mi hanno formato molto”, conclude. Tra i ricordi anche quello del padre Giuliano che si era recato nelle zone colpite dal sisma per recuperare i pianoforti tenendoli al sicuro da vandali e pioggia nel proprio magazzino di Gorizia per poi ritornarli ai proprietari una volta ricostruite le case.
E fu una gran festa, domenica 5 settembre, tra i valligiani e i tanti che erano arrivati dall’arcidiocesi di Gorizia per dare il proprio aiuto alle popolazioni: “Gli amici di Gorizia hanno compreso il dramma e l’isolamento profondo di questa gente“, scriveva, sempre su Voce Isontina dell’11 settembre 1976, il parroco di Chiusaforte, don Adolfo Comelli. “Hanno trascorso le loro giornate fianco a fianco con i loro bimbi senza presunzione o miracolismo; hanno condiviso la loro solitudine, portato un po’ di sole nelle loro squallide e devastate case. Già, perché anche il sole è avaro in questa vallata. Fra poche settimane di sole non ce ne sarà più fino a febbraio. La vallata diventerà ancor più triste”.

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