Di Pietro Pompei

Nell’aprile del 1945 gli Alleati angloamericani e le organizzazioni partigiane portarono a compimento la liberazione di tutto il territorio nazionale dai tedeschi occupanti e dagli ultimi fascisti loro alleati.

Già con il Patto di Salerno dell’aprile del 1944, stipulato tra il Comitato di Liberazione Nazionale e la Monarchia, si decise, tra l’altro, di sospendere la scelta tra la Monarchia e la Repubblica fino alla fine della guerra.

I partiti antifascisti che condussero la Resistenza non avevano perdonato a Vittorio Emanuele III di avere dato l’incarico di formare il nuovo governo nel 1922, in seguito alla marcia su Roma, al capo del Partito Fascista Benito Mussolini, e neppure gli perdonarono di non avere fatto alcunché per impedire che questi trascinasse l’Italia nella dittatura, nella sciagurata alleanza con Hitler e nella rovinosa avventura della guerra. Con il Patto di Salerno si decise anche che, a guerra terminata, gli italiani avrebbero dovuto eleggere un’Assemblea Costituente con il compito di redigere una nuova Costituzione. Lo Statuto Albertino non rappresentava più, semmai lo aveva fatto, la reale volontà degli italiani. La Costituzione del Regno d’Italia del 1848 era ancora formalmente in vigore poiché le leggi fasciste che lo avevano travolto erano state in certa misura già abrogate a partire dal 25 luglio 1943, dopo la destituzione di Mussolini. Erano trascorsi più di vent’anni di dittatura e si era consumata una sconfitta militare nella più sanguinosa guerra che la storia dell’umanità avesse mai conosciuto e di cui lo stesso fascismo italiano fu corresponsabile.

Si trattava ora di porre le basi del nuovo Stato, di un’Italia diversa in cui gli stessi valori che avevano ispirato la Resistenza e la lotta contro il nazifascismo — i valori della democrazia, della libertà, della giustizia e della solidarietà — fossero posti alla base della nuova società a cui la maggioranza degli italiani aspirava.
Ora la guerra era terminata e la parola dalle armi doveva passare alle urne, ma, sia per difficoltà tecniche relative all’apprestamento delle nuove liste degli elettori, sia a causa di pressioni politiche delle forze più moderate, che temevano nell’immediato dopoguerra una reazione popolare troppo favorevole alle forze più innovative, dovettero trascorrere ancora tredici mesi perché si giungesse alle prime elezioni libere attraverso le quali gli italiani avrebbero dovuto porre le fondamenta delle nuove istituzioni del Paese.
Dal 1928 il popolo italiano non era più stato chiamato alle urne e, finalmente, il 2 giugno 1946 si celebrarono le elezioni. Ad ogni italiano, uomo o donna di almeno 21 anni di età, vennero consegnate due schede: una per la scelta fra Monarchia e Repubblica, il cosiddetto referendum istituzionale, l’altra per l’elezione dei 556 deputati dell’Assemblea Costituente sulla base di un sistema elettorale proporzionale a liste concorrenti e collegi elettorali plurinominali. Esse rappresentarono, nella storia del Paese, le prime elezioni che si svolsero a suffragio universale, maschile e femminile; per la prima volta il diritto di voto venne esteso anche alle donne. Erano ormai lontani i tempi dell’Unità d’Italia in cui le percentuali degli aventi diritto al voto per la Camera dei Deputati si aggiravano attorno al 2% della popolazione; nel 1946 gli aventi diritto al voto rappresentavano il 61,4% degli italiani; bisognava però ancora attendere l’estensione del diritto di voto anche ai diciottenni nel 1975 perché la soglia degli aventi diritto superasse il 70% dell’intera popolazione. Il 9 maggio 1946 l’abdicazione del re Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto II fu l’estremo tentativo di presentare al popolo la dinastia dei Savoia con un nuovo volto meno compromesso con il regime fascista; tuttavia gli esiti del referendum istituzionale furono favorevoli alla Repubblica. Circa 12 milioni e settecentomila italiani, contro 10 milioni e settecentomila, decisero che l’Italia doveva trasformarsi da Regno in Repubblica, con un capo dello Stato elettivo.

Umberto II, l’ultimo sovrano d’Italia, passò alla storia con l’appellativo di “Re di maggio”. Dopo qualche temporeggiamento e la comunicazione dei dati definitivi, il 13 giugno 1946 egli decise di lasciare il Paese con la sua famiglia e andare in esilio, riconoscendo la sconfitta e la fine della Monarchia. Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione, preso atto dei voti espressi, sul cui computo non mancarono polemiche, proclamò ufficialmente la vittoria della Repubblica.

Gli esiti dell’elezione dei 556 componenti dell’Assemblea Costituente, che, in rappresentanza del popolo, avrebbero elaborato la nuova Costituzione, furono per lo più favorevoli a quei partiti politici che avevano combattuto la dittatura e, in particolare, nel corso della Resistenza si erano riorganizzati assumendo un ruolo guida nella lotta armata contro il nazifascismo e nella transizione dallo Stato fascista al nuovo Stato. Si trattava principalmente dei tre grandi partiti di massa che avrebbero caratterizzato anche la vita politica italiana nei decenni successivi all’entrata in vigore della Costituzione: la Democrazia Cristiana, che ebbe il 35,2% dei voti; il Partito Socialista di Unità Proletaria, con il 20,8%; il Partito Comunista Italiano, con il 19%. Ad essi si aggiunsero alcune formazioni minori tra le quali spiccavano: l’Unione Democratica Nazionale (i liberali), con il 6,8%; il Partito Repubblicano Italiano, con il 4,4%; il Partito d’Azione, con l’1,7%.

Infine, una modesta parte dell’elettorato italiano si espresse con un voto decisamente conservatore e rivolto al passato: il Fronte dell’Uomo Qualunque, che rappresentava un’ideologia di destra e retriva, ottenne il 5,3% dei voti; il Blocco Nazionale della Libertà, che interpretava ancora i desideri dei nostalgici della Monarchia, conseguì il 2,8% dei suffragi. I più alti e valorosi nomi della Resistenza italiana, accanto al fior fiore dei giuristi democratici dell’epoca e di una nuova classe politica che si stava formando, comparivano tra i Costituenti scelti dagli italiani.

Fra gli altri, i più noti furono, per la Democrazia Cristiana: Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giovanni Leone, Aldo Moro, Oscar Luigi Scalfaro, Antonio Segni; per il Partito Socialista: Pietro Nenni, Sandro Pertini, Luigi Preti, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone; per il Partito Comunista: Giorgio Amendola, Arrigo Boldrini, Giuseppe Di Vittorio, Nilde Iotti, Luigi Longo, Palmiro Togliatti; per il Partito Repubblicano: Ugo La Malfa e Ferruccio Parri; per i liberali: Benedetto Croce e Luigi Einaudi; per il Partito d’Azione: Riccardo Lombardi, Leo Valiani; per il Partito Sardo d’Azione: Emilio Lussu.

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