Di Pietro Pompei
DIOCESI – Nel 31° anniversario della morte (25 aprile 1995) di Mons. Filippo Consorti, per tutti “don Pippo”, desidero ricordarlo attraverso la rilettura del suo testamento spirituale. Un testo scritto molti anni prima della sua morte, ma capace di racchiudere tratti profondi della sua persona e del suo ministero sacerdotale.
Soprattutto negli ultimi anni della sua vita, don Pippo si è rivelato una figura difficile da dimenticare: grande è stata la stima e l’affetto che ha saputo suscitare, tanto da riunirci ancora oggi nel suo ricordo.
Rileggere le sue parole è anche un modo per fare memoria e per pregare, proprio come lui stesso ci aveva chiesto. Siamo ancora nel tempo della Risurrezione, giorni in cui la liturgia ci invita ad assaporare il senso dell’eternità. In questo clima di fede e speranza, ci è caro immaginare don Pippo vicino a Gesù, al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita.
In attesa della pienezza della gioia eterna, mi permetto di aggiungere l’augurio che lo stesso don Pippo amava ricordare, tratto dall’ingresso del cimitero:
«Mors regnat, regnum se brevis mortis erit».
Nel suo testamento spirituale, redatto l’11 giugno 1969, si legge: “Entrando oggi nel sessantesimo anno di vita, guardo alla morte, sempre nella luce Cristiana, con maggior concretezza; in vista di essa sento il dovere di rivolgere a quanti mi conobbero e particolarmente agli ex-alunni, ai fedeli della mia parrocchia e a tutti i concittadini Ripani, una parola sacerdotale conclusiva: “Quod aeternum non est, nihil est” (ciò che non è eterno è nulla) (Sant’Agostino). È il ricordo che lascio a tutti, tutti invitando a credere in Dio, ad amarlo e servirlo secondo la rivelazione del Figlio suo Gesù Cristo e l’insegnamento della Santa Chiesa Cattolica. Chiedo perdono a Dio di tutti i miei peccati, confidando, per i meriti di Gesù Salvatore e l’intercessione della Madonna e dei Santi, nel suo misericordioso perdono e ripetendo ancora una volta “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.”. A tutti chiedo umilmente perdono delle offese volontarie e involontarie, assicurando tutti di ricambiare tanta bontà con l’incessante preghiera presso Dio nella vita eterna. Al mio Vescovo e ai confratelli nel sacerdozio il mio bacio filiale e fraterno di addio in Cristo, invocando per l’anima mia il loro suffragio nella Santa Messa. Tutti benedico nel supremo distacco, forte nella fede su cui si fonda la beata speranza. “In domum Domini ibimus”! Offro la mia vita per la santa Chiesa, il Papa e la salvezza delle anime da Gesù redente”.





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