(Foto SIR)

Di Riccardo Benotti

A volte una domanda basta a cambiare prospettiva: “A che cosa vorresti che servisse la tua vita?”. L’ha posta Giovanni Miselli, della Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro, a chi lavora ogni giorno con persone con autismo ad alti livelli di sostegno – quelle per cui la domanda “viene posta più raramente, perché pensiamo di sapere già che cosa è importante per loro”. Questa mattina, nella sede della Cei a Roma, esperti, educatori, famiglie e operatori si sono seduti attorno a un tema che il decreto legislativo 62 del 2024 ha messo nero su bianco senza ancora risolvere: il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato per le persone con disabilità. “Il progetto di vita non può essere una variabile: facendo così non solo andiamo a perdere una straordinaria opportunità, ma andiamo a ledere un diritto fondamentale”. Roberto Speziale, presidente dell’Anffas, ha usato parole nette. Giovanni Marino, presidente dell’Angsa, ha posto il problema centrale: senza le unità di valutazione multidisciplinare delle aziende sanitarie, “il progetto di vita rischia di diventare un progetto di ripiego, messo in piedi per singoli pezzi”. I servizi esistenti – residenze, ambulatori, centri diurni – “sono nati per moduli, per standard, e devono trasformarsi in servizi individualizzati”. Non è una questione tecnica: è la differenza tra un percorso che accompagna e uno che cataloga.

Il punto di partenza non è il sistema, ma la persona
Il pedagogista Roberto Franchini, moderatore della giornata, ha scelto di partire dall’aggettivo nel titolo: “inevitabile”. Nella complessità dell’autismo di livello 3, alcune parole chiave – lavoro, affettività, inclusione – “potrebbero non essere pienamente attingibili”. Un’onestà necessaria. Serafino Corti, della Fondazione Osservatorio nazionale sulla disabilità, ha sottolineato un allineamento inatteso: il decreto 62 e le linee guida sull’autismo dell’Istituto Superiore di Sanità del 2025 “sono allineati in modo straordinario”. La sua sintesi: “La norma ti dà la cornice; la persona ti dice che cosa fare; la scienza ti dice come farlo al meglio”. Miselli ha illustrato le procedure di valutazione delle preferenze raccomandate dall’Iss: metodi capaci di rilevare avvicinamento o evitamento anche in chi ha comunicazione molto limitata. “È difficile che una persona riesca a toccare i propri valori se non le è mai stato permesso di scegliere anche solo se voleva lo zucchero nel cappuccino”. La formula di Francesco Maria Chiodaroli, della Fondazione Tanelli, ha chiuso il cerchio: “Quando una persona può fare esperienza, può desiderare; quando può desiderare, può scegliere; e quando può scegliere, può vivere il progetto di vita”. Non è retorica. I dati di Monica Giorgis, della Cooperativa Amicizia di Codogno, lo confermano: negli appartamenti per dieci ragazzi con autismo di livello 3, i comportamenti problema si sono dimezzati nel primo anno. “Una ragazza aveva mandato in infortunio sette operatrici in sei mesi. A due anni di distanza non c’è stato più nessun infortunio”. Costruire contesti stabili e prevedibili non è un lusso: è la condizione perché la vita possa dispiegarsi.

La ricerca che non arriva a chi ha più bisogno
Marco Bertelli, presidente della Società italiana per i disturbi del neurosviluppo, ha portato un dato scomodo: su 350 lavori sull’autismo pubblicati l’anno scorso, solo 9 riguardavano l’autismo profondo. “La maggior parte della nostra attenzione viene profusa all’autismo di livello uno, trascurando chi ha più bisogno”. È una distorsione che riguarda la ricerca ma anche le politiche. Maria Luisa Scattoni, dell’Istituto Superiore di Sanità, ha illustrato i percorsi del Fondo Autismo e la rete Edeco per le emergenze comportamentali, operativa in tutte le regioni ma in attesa di coordinamento pieno. Il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha inviato un messaggio video: “Non dobbiamo mai lasciare sole le famiglie; le nostre comunità debbono tanto crescere, imparare a essere vicini”. Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale Cei per la pastorale delle persone con disabilità, ha chiuso i lavori con un biglietto trovato la sera prima nella cappella: “Vi chiedo di pregare per mio marito: abbiamo appena avuto la diagnosi di nostro figlio autistico grave, è in depressione, non so cosa fare”. Un appello anonimo che ha riassunto la posta in gioco meglio di qualsiasi relazione. Il seminario, alla fine, non parlava di decreti: parlava di famiglie che aspettano risposte e di persone che aspettano di poter scegliere. La domanda di Miselli torna come una bussola: a che cosa vuoi che serva la tua vita? Anche le istituzioni dovrebbero saperle rispondere.

Entra a far parte della Community de L'Ancora (clicca qui) attraverso la quale potrai ricevere le notizie più importanti ed essere aggiornati, in tempo reale, sui prossimi appuntamenti che ti aspettano in Diocesi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *