ASCOLI PICENO – Si è tenuta, venerdì 13 febbraio, presso la Sala Morgante in via Lungo Castellano ad Ascoli Piceno, la presentazione del volume Sermoni dei Santi del Venerabile Antonio Marcucci.

A presiedere l’incontro il vescovo Gianpiero Palmieri, Suor Maria Paola Giobbi e Padre Vincenzo La Mendola, curatori del volume, e la giornalista Piersandra Dragoni in veste di moderatrice.

Presenti nel pubblico don Vincenzo Catani, parroco di Castignano, e le consorelle di suor Paola Giobbi, le pie operaie dell’Immacolata Concezione.

Ad aprire l’evento il coro Amici del Marcucci, diretto dalla professoressa Antonella Di Basilio, con un Inno al Marcucci.

Introduzione di Piersandra Dragoni: “Perché leggere questo libro?”

Concluso il canto “Inno al Marcucci”, a prendere la parola è la moderatrice di questo incontro, Piersandra Dragoni che ringrazia il vescovo Palmieri, i curatori e la buonissima affluenza di persone, dimostrandosi molto entusiasta per questa presentazione; a dimostrazione di ciò, ecco le sue parole: «Grazie per questa introduzione così speciale, bella e potente che ci hanno donato i membri e le suore del coro, Amici del Marcucci ed un ringraziamento speciale va alla direttrice di questo coro, la professoressa Antonella Di Basilio. Grazie a tutti per essere qui questo pomeriggio, radunati per presentare e conoscere l’ultimo volume dell’immensa collana di volumi appartenenti a Francesco Antonio Marcucci. Perché si dovrebbero leggere i Sermoni dei Santi? Perché sono una fonte incredibile di esempi di vita, di notizie storiche, infatti, il Marcucci era anche un appassionato di storia e quindi, leggendo i suoi sermoni, scopriamo anche gli stili di vita del suo tempo. Io, per esempio, ho scoperto, da un sermone dedicato a San Cristanziano, che di Ascoli non era solo Nicolò IV, primo papa francescano, ma anche San Lino Papa, che è stato il successore di Pietro e che il Marcucci definisce “oriundo”»

Vescovo Palmieri: “La scienza dei Santi non è solo conoscenza teologica, ma soprattutto intima, calda e sentimentale”

Non volendosi dilungare troppo, la Dragoni passa la parola al vescovo Palmieri che, tra l’altro, ha curato personalmente la presentazione di questo volume. Queste sono state le parole del vescovo: «Faccio una semplice presentazione di quello che ho cercato di fare per il volume, che ci presenta l’ottica con cui il Marcucci ha vissuta la stesura di queste omelie oltreché, in generale, della sua vita spirituale; infatti, per lui la spiritualità, l’intercessione, la devozione e la contemplazione della vita dei Santi è qualcosa di fondamentale. Nella cripta della Cattedrale abbiamo, grazie al restauro, la fededegna rappresentazione della Gerusalemme del cielo: la vita dei cristiani parte dal fonte battesimale e porta poi, attraverso il sacramento del battesimo, nella vita cristiana, nel corpo di Cristo, rappresentato dalla Cattedrale, per poi partecipare alla mensa eucaristica ed entrare nella Gerusalemme del cielo, rappresentata da tutti i santi. Questo è un itinerario spirituale: la vita che comincia con il battesimo, viviamo la comunione dei santi nel cielo, nostri compagni ed amici, uniti nel pane eucaristico fino ad arrivare alla Gerusalemme del cielo. La cattedrale diventa un simbolo, un qualcosa che raffigura la nostra vita di cui i Santi, nostri compagni di cammino e che sono rappresentati nella cattedrale, sono partecipi e ci aspettano. Marcucci sentiva molto la presenza dei santi e queste omelie lo confermano: per comprendere la città di Ascoli nel 700 dobbiamo capire che le chiese ci dicono ciò che ha a che fare con la spiritualità dei santi, tutti quelli che hanno influenzato la spiritualità di Marcucci e che avevano la capacità di incidere nella vita spirituale degli ascolani, grazie al proprio carisma. Questo ci permette di capire quanto fosse importante la scienza dei santi, ovvero quella conoscenza intima, mistica e spirituale del mistero di Dio che plasma la vita. Non è solo conoscenza teologica, ma intima, calda ed affettiva dove c’è sentimento. Per Marcucci al centro della scienza dei Santi c’è una grazia che plasma le virtù della carità, della fede e della speranza; allora, questo libro, dunque, non è un libro che rappresenta una specie di appendice della spiritualità di Marcucci, ma rappresenta un tentativo di comunicare l’amore dei santi tramite queste omelie».

Alla fine del discorso del vescovo Palmieri torna a parlare Piersandra Dragoni, che ringrazia il vescovo per le parole e rafforza quanto già stato detto ricalcando il messaggio che il Marcucci voleva dare: «Credo che, alla base di questo volume, il Marcucci ponga le idee di esempio, di modello nel cammino verso la perfezione, di umiltà, ma anche di intercessione», queste sono state le parole della Dragoni prima di lasciare la parola a Suor Paola Giobbi.

Suor Maria Paola Giobbi: alcune informazioni sulla struttura del volume

Viene invitata a parlare Suor Paola Giobbi, curatrice, insieme a Padre Vincenzo, del volume e lo fa ringraziando i presenti, e presentando la struttura del volume. Ecco le sue parole: «Inizio presentando la copertina dove è possibile vedere l’Annunciazione dell’angelo a Maria e, con un fascio di luce accanto, abbiamo i santi più antichi, c’è poi il centro dell’immagine con il Marcucci e, dopo di lui, i santi più recenti. In mezzo a noi c’è l’autore, Fausto di Flavio che non è la prima volta che ritrae il Marcucci: nella chiesa di San Marcello lo ha dipinto come educatore ed ha poi restaurato molte opere presenti nel nostro museo, oltre ad aver restaurato la tela originale, raffigurante il Marcucci, di Nicola Monti. Il volume è stato raccolto in tre capitoli:

  1. Settenario a San Giuseppe: Il Marcucci, da giovane, lo recitò nella Cattedrale di Montalto dove venne invitato dall’allora vescovo, Leonardo Cecconi, a fare questa predicazione. Poiché molte persone sono curiose di conoscere i manoscritti ho riportato due pagine: sulla pagina di sinistra abbiamo grafie molto chiare, con grandi capilettera di colore nero scuro; invece, sulla pagina di destra abbiamo delle grafie proposte a mo’ di appunto, probabilmente derivate da momenti di riflessione e di ricerca. Nel periodo del settenario scrisse le Costituzioni dell’Immacolata Concezione, a Montalto è dedicata la seconda delle quattro che ha scritto.
  2. 16 omelie sui Santi: la prima è dedicata a San Benedetto Abate. Nel periodo in cui compose l’omelia, il Marcucci stava predicando un quaresimale ed ha voluto donare ai cittadini questa riflessione sul santo loro patrono. In un secondo momento, predicando ad Atri, dedica un’altra omelia alla patrona di questa città, Santa Reparata, una vergine e martire dei primi secoli della Chiesa e la chiesa, a lei dedicata, si trova vicino alla cattedrale di Atri. Il Marcucci va poi a Maltignano dove scrive l’omelia a San Cristanziano, patrono di Maltignano ed amico di Sant’Emidio. Aggiungo poi che il Marcucci nutriva grande ammirazione per i francescani, così come la sua famiglia: Antonio era il nome del nonno; inoltre, in casa della famiglia Marcucci c’era una tela dedicata a Sant’Antonio. In questo capitolo ci sono molti altri santi del nostro territorio, oltre a quelli “classici”.
  3. Varie omelie che ha predicato nella cattedrale a Montalto, tra queste importante è quella dedicata a San Vito Martire, protettore di Montalto; si tratta di un adolescente morto, nelle persecuzioni cristiane, sotto l’imperatore Decio».

“Intervista” a Padre Vincenzo La Mendola e momento di dibattito con i curatori ed il vescovo Palmieri

Torna a parlare Piersandra Dragoni e propone di far parlare Padre Vincenzo La Mendola, come se fosse un’intervista, la prima domanda che gli pone è: «Ho visto che lei ha sottolineato che l’attenzione del Marcucci per i santi si mostrava attraverso i pellegrinaggi e con una devozione particolare per le reliquie. Possiamo prendere esempio dal Marcucci?»

Padre Vincenzo La Mendola: «Rispondo alla domanda che mi è stata posta partendo dal contesto storico in cui è vissuto il Marcucci, ovvero il Settecento, che è stato il secolo dei viaggi: molti sono stati i viaggiatori e gli intellettuali che si sono mossi per tutta Europa e molti di questi intellettuali, venivano in Italia soprattutto per motivi di ricerca archeologica, di pittura, scultura ed architettura. Marcucci era un viaggiatore devoto per due motivi: il primo era per le costanti visite a luoghi di spiritualità, il secondo era per motivi di ufficio. Possiamo dire che il viaggio è trasformato in un tour della santità, perché basta leggere le lettere inviate alle suore ed alle educande per farci rendere conto che questo scambio epistolare arrivi a diventare un vero e proprio diario di viaggio. I dettagli erano narrati con moltissimi particolari, ed erano frutto delle sue osservazioni e della sua sensibilità estetica e spirituale. Pensando a Sant’Antonio, il Marcucci, a Padova, poté visitare la tomba del santo ed addirittura contare le lampadine che vi erano all’interno. Va poi a visitare la chiesa del Beato Marco da Montegallo che trovò chiusa, ma, nonostante questo, fece comunque il suo pellegrinaggio. Penso che la sensibilità del Marcucci verso la santità si possa riscontrare non solo in questo testo che, sì, riporta le vite dei santi, ma solo di quelli che ci sono pervenuti; perciò, immaginiamo quanti potevano essere i manoscritti che per “x” motivi non ci sono pervenuti ed inoltre alcuni manoscritti, qui presenti, potrebbero essere mutili. Quello che emerge dalla lettura di questi sermoni è il tipo di sermonario usato dal Marcucci: il suo preferito era quello familiare, che non rispondeva alle regole del rigido sermone “ciceroniano” che conosce, ma usa con parsimonia. Alcune caratteristiche dei sermoni del Marcucci erano la brevità, la vivacità della sintassi, che non prevedeva periodi complicati o contorti, l’interlocuzione usata per destare l’attenzione, il discorso diretto ed altre caratteristiche ancora. Il Marcucci non predicava per dar sfoggio di erudizione, ma per evangelizzare, nutrire le anime e si può dire che il Marcucci, tramite i suoi sermoni, voglia proporre un cammino di approfondimento della fede, un cammino di vita spirituale. Marcucci è un illuminista ed umanista cattolico: comprende l’Illuminismo per quello che serve alla predicazione, ma poi fa in modo che i suoi ascoltatori non perdano il proprio senso religioso. Per Marcucci i santi sono modelli di virtù e, leggendo il testo, è possibile vedere che ad ogni santo è associata una virtù. Altro elemento importante è che il Marcucci comprende quanto la devozione ai santi sia importante per gli uomini; infatti, egli ci offre riflessioni su Sant’Emidio, su San Cristanziano, su santi che sono legati ad una città: c’è un dialogo tra santi e realtà cittadine. Spendo una parola sui Santi laici, che Marcucci proponeva spesso alle sue suore; infatti, un esempio su tutti è la figura di Santa Francesca Romana. Non dimentichiamo l’impegno e la fermezza nel promuovere ed approvare il culto di Giuseppe Benedetto Labbre, un santo “pidocchioso” che faceva paura ai cardinali e ad un certo tipo di ecclesiastici per i suoi modi. A far impressione del Marcucci è anche come abbia smosso tutta questa letteratura: egli aveva una capacità di erudizione e di spaziare nella letteratura agiografica e biblica molto grande; infatti, il Marcucci non scrive per compiacere gli eruditi da salotto, ma per arrivare al popolo. Nella sua predicazione ci sono due finalità: quella pedagogica e quella parenetica, ovvero esortativa.»

Piersandra Dragoni: «Può approfondire la venerazione del Marcucci per gli angeli e gli arcangeli? Soffermandosi, magari, sull’Angelo Custode»

Padre Vincenzo La Mendola: «Diciamo che l’Angelo Custode è una devozione che l’età moderna ha scoperto; quando visitiamo le chiese romane, ma anche in altre città, troviamo altari dedicate agli Angeli Custodi. Questa forma devozionale proviene dai Gesuiti, ma anche da altre istituzioni, che, nell’insegnamento ai piccoli, avevano bisogno di figure di riferimento; da qui questa devozione all’Angelo Custode che, con il tempo, passa dall’arte alle preghiere. Il Marcucci attinge a queste grandi scuole: se noi spulciamo nella storia di queste istituzioni, l’Angelo Custode è una figura sempre presente. Il Marcucci mette sempre insieme predicazione, insegnamento ed arte; infatti, basta vedere nella pinacoteca marcucciana per rendersi conto di come la figura degli angeli sia una costante».

Piersandra Dragoni: «Lei ha ricordato l’amore dell’arte per il Marcucci, egli non solo amava l’arte, ma la capiva. Faccio questa domanda anche al vescovo: siamo abituati a pensare che Dio è semplice, ma perché nessuno ci dice che Dio è bello?»

Padre Vincenzo La Mendola: «Non mi pare che nessuno ci dica che Dio è bello, forse siamo noi che non lo abbiamo intercettato. C’è comunque una branca della teologia, la teologia della bellezza, che studia queste caratteristiche, basta investigare nella storia dell’arte sacra per rendersi conto di come la bellezza di Dio venga trasmessa attraverso i vari generi artistici. Forse questa bellezza non è stata così esplicitata come si vorrebbe, ma tutta la storia delle predicazioni, della preghiera e dell’arte sacra sono parte della bellezza di Dio».

Vescovo Palmieri: «La tradizione cristiana vede la bellezza poi, certo, bisogna intendersi su cosa significhi bellezza dal punto di vista della spiritualità. Noi siamo abituati a pensare alla bellezza nei termini di armonia delle forme; invece, esiste una bellezza che vuole sottolineare la luce contenuta nelle cose. Pensate al crocifisso: non è armonioso nelle forme, se ci pensate il volto è sfigurato dal dolore. La tradizione cristiana applica il Salmo 44: “Tu sei il più bello tra i figli del mondo”, questo perché il volto esprime la luce dell’amore. Un modello di riferimento per molto pittori cristiani è quello di rappresentare questa luce che viene da dentro. Tenete conto che, nel racconto della Genesi, il primo giorno Dio disse “Sia luce, e luce fu”, ma gli astri e le stelle vennero poi; quindi, cos’è questa luce? La luce increata, divina, che coincide con il Verbo Eterno di Dio. Il problema era esprimere questa luce, che ha a che fare con lo Spirito Santo e con l’amore, che viene espressa nel volto dell’uomo, ed è questa tradizione che è definita bellezza. È paradossale questa bellezza: è qualcosa che ha a che fare con una dimensione altera ed altra, ma che può rivelarsi nelle forme fisiche, incarnate; dunque, di questa bellezza gli autori cristiani ne hanno sempre parlato e, anche se nei trascendentali della filosofia medievale di parla dell’Uno, del Vero e del Buono, c’è anche la bellezza che, in modo particolare, ha a che fare con il mistero di Dio che si rivela. Questo fa parte anche dell’esperienza umana: noi diciamo “che bello” non solo quando vediamo una perfetta armonia delle forme, ma anche quando abbiamo a che fare con qualcosa di più profondo.»

Padre Vincenzo La Mendola: «Mi permetto di aggiungere una cosa: Marcucci è un’esteta, basta vedere come concepisce la casa religiosa; infatti entrare in un qualunque monastero di vita contemplativa ed entrare nella casa delle pie operaie è un’esperienza del tutto diversa: il monastero è un luogo di penitenza, di preghiera, di mortificazione in cui l’uomo deve passare dal vecchio al nuovo; la casa delle pie operaie del Marcucci è luminosa, qui le persone devono crescere senza mortificarsi di nulla.»

Piersandra Dragoni: «Fra i santi laici, Anna e Gioacchino, i genitori della Madonna, sono i più amati dal Marcucci, come mai?»

Padre Vincenzo La Mendola: «Essendo un mariologo, li preferiva perché erano santi vicini alla Madonna, così come tutte le figure ad essa vicine. In particolare, la figura di Sant’Anna era da lui favorita per la sua valenza di educatrice di Maria. Il Marcucci imposta la sua Congregazione con il desiderio di promuovere la donna in tutti i modi possibili; pertanto, questa idea era vincente, ma aveva comunque bisogno del supporto biblico, quindi di figure femminili nella tradizione cristiana a cui agganciare questo progetto di promozione della donna»

Vescovo Palmieri: «Mi permetto di aggiungere un’altra cosa e lo faccio usando un termine forse un po’ audace: Marcucci era molto sensibile alla bellezza femminile, vedeva le donne non come molti maschi del suo tempo, ma come persone mature, colte e capaci di parlare agli uomini del loro tempo. Nelle lettere, in cui accompagnava le sorelle, cercava di far emergere tutte le migliori qualità delle donne, ma anche degli uomini, che si mettevano alla sua scuola»

Suor Paola Giobbi: «Io dico, semplicemente, che bello. Grazie per queste riflessioni davvero profonde, che possono essere un invito ad essere quello che Marcucci sognava, egli non era un uomo solo di parte: poiché si concentrava soprattutto sulla donna, una persona, non sapendo, potrebbe dire che egli guarda solo una parte dell’umanità; tuttavia, il suo intento era che, attraverso queste figure più silenziose e messe da parte, si sarebbe potuta arricchire la società, egli voleva rinnovare la società e lo fa con l’intento di partire dalla donna»

Piersandra Dragoni: «Mi viene in mente una cosa leggendo i salmi: possiamo paragonare l’amore, che il vescovo sottolineava, e il riconoscimento che aveva il Marcucci per la donna? Mi ricordo una volta che venne don Piero Agostini a casa mia, quando ero piccola, per insegnare a me ed a mio fratello a pregare il rosario. Davanti a lui io dissi di voler pregare direttamente Gesù e non capivo perché dovessi pregare prima la Madonna; allora, don Piero mi prese e mi disse che nemmeno Gesù poteva dire di no alla Madonna e, per farmelo capire, mi raccontò l’episodio delle Nozze di Cana»

Intervento e saluto di don Vincenzo Catani: “Marcucci è kalòs kai agathòs, ovvero bello e buono”

Viene invitato a parlare don Vincenzo Catani, fino a quel momento presente in mezzo al pubblico, per condividere un pensiero in merito alla presentazione. Queste sono state le sue parole: «Volevo dire che di tutta la collana che abbiamo del Marcucci, abbiamo visto che lui era amante della musica, della letteratura, dell’arte e della bellezza e si poteva davvero dire di lui, come i greci erano soliti dire, kalòs kai agathòs, ovvero bello e buono. Questo perché bisognerebbe tornare indietro nella collana al famoso Regolamento di vita, esso è il fondamento di tutto l’itinerario marcucciano. In questo regolamento vediamo che lui parla dei santi, ma è lui stesso un santo; cioè, in quest’opera vediamo che lui, ad esempio, faceva le sue pratiche di pietà dal mattino alla sera e le scriveva per i preti di Montalto, ma in realtà era lui che predicava tutto questo, ovvero la bellezza che aveva dentro e lo si vedeva in questo regolamento, che lo ha accompagnato per tutta la vita fino a Roma. Si vedeva che la santità la avesse nel DNA e si vedeva che lui può parlare di santi e di fare omelie. Ricordo che c’è una lettera di un prete di Montalto, risalente agli anni dell’episcopato montaltese del Marcucci, in cui parla bene del vescovo dicendo “non serve che il vescovo parli, già dallo sguardo si vede che è santo”.»

L’inno a Madre Tecla Relucenti per chiudere l’evento

L’evento è, infine concluso, con i saluti dei curatori e del vescovo, con degli avvisi fatti da suor Paola riguardo i prossimi eventi e con il coro Amici del Marcucci che si esibisce in un Inno a Madre Tecla Relucenti, sorella del Marcucci.

 

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