Di Don Francesco Mangani

L’11 febbraio la Chiesa fa memoria dell’apparizione di Lourdes, un evento che non parla solo di miracoli, ma di uno sguardo nuovo sulla fragilità umana. Non è un caso che proprio in questo giorno sia stata istituita la Giornata mondiale di preghiera per il malato, di cui siamo giunti alla 34° edizione: come a ricordarci che la fede cristiana non rimuove la sofferenza, ma la prende sul serio, la guarda in faccia, ne fa un “luogo” di incontro con il divino.
Il tema scelto quest’anno da Papa Leone nel Messaggio annuale per questa giornata, propone la parabola del Buon Samaritano come icona della compassione cristiana, intesa non come un sentimento fine a se stesso, ma come partecipazione reale al dolore dell’altro. Amare significa farsi prossimo, cioè entrare volontariamente nella ferita altrui, sull’esempio di Cristo, vero Samaritano, che si è chinato sull’umanità ferita.
La compassione inoltre esige la relazione: con il sofferente, con la comunità che si prende cura, e con Dio, fonte dell’amore. Per questo il Papa cu ricorda che la cura dei malati non è mai un gesto privato, ma un’azione ecclesiale e sociale, criterio di verità della fede e della maturità umana di una società. La sofferenza del fratello è sofferenza del Corpo di Cristo.
Pregare per i malati quindi non si può ridurre ad un gesto occasionale o riservato a una ricorrenza. È un atteggiamento permanente del cuore cristiano, perché i malati sono coloro che, in modo spesso silenzioso e nascosto, portano su di sé il peso della croce di Cristo.
Tuttavia, questa giornata ci invita a una riflessione più profonda: ci chiede di interrogarci sul valore della sofferenza e sul nostro modo di stare accanto ad essa. Non solo su come la alleviamo negli altri, ma anche su come la accettiamo quando entra nella nostra vita personale. Ed è così che la sofferenza diventa una domanda che ci attraversa, un’esperienza esigente che mette alla prova la nostra fede, il nostro amore, la nostra capacità di sopportare con pazienza l’ora della croce.

“Cura” non solo “tecnicismo”
Questa giornata coinvolge ovviamente anche il mondo sanitario e ospedaliero. Non si identifica con esso, ma lo interpella in modo diretto e profondo. Il mondo ospedaliero, infatti, è chiamato in prima linea a stare accanto alla sofferenza, soprattutto a quella che ha bisogno di cure immediate, di tempo e di attenzione quotidiana. Per questo è importante pregare per il mondo sanitario, per i medici, per gli infermieri, per tutti gli operatori: perché non dimentichino mai di essere chiamati a curare persone, uomini e donne concreti, e non semplicemente a svolgere una funzione tecnica sul corpo umano. Prima dello schermo dei computers e delle cartelle cliniche, ci sono volti e vite vissute. La cura dell’umano è il cuore di ogni vocazione sanitaria, viene infatti prima di ogni competenza specialistica, in quanto ne è il terreno che la rende veramente efficace. È più importante dell’aspetto puramente tecnico, più importante di una visione che rischia di ridurre l’altro a un corpo da riparare, a una macchina da aggiustare, o peggio ancora a un costo da contenere. Il rischio del solo “tecnicismo”, che vale per ogni ambito lavorativo, è quello di non vedere altro al di là delle proprie visioni e competenze. Si rischia di ristagnare nel proprio bagaglio di professionalità, ma senza quel respiro etico che ci apre al mondo profondo dell’umano, che a sua volta è segno di un vero progresso della società e concime di rapporti profondi tra le persone. Inoltre al di là dei giusti ed importanti discorsi sulla gestione economica delle aziende ospedaliere, il mondo sanitario, per sua natura e per la sua vocazione più profonda, non può mai diventare un ambito guidato dal profitto.
Purtroppo vediamo anche oggi segni evidenti di disuguaglianza in base ai redditi personali ed una radicalizzazione di una certa mentalità economica che ha preso il sopravvento nello stesso linguaggio comune. L’ etica maturata da secoli di esperienza assistenziale, anche a motivo di un’individualismo contemporaneo, fa fatica ad essere riproposta nella sua verità valoriale di assoluta importanza. La sanità smarrisce la sua anima quando dimentica che il suo centro non è il guadagno o salire sul carro del vincitore di turno per custodire un’apparenza di funzionalità, ma il bene comune del malato, del fragile, di chi porta nel corpo e nello spirito il peso della sofferenza. Come ci ricorda anche il Papa, parlando di compassione, siamo chiamati a custodire i valori etici del mondo sanitario, maturati nei secoli come patrimonio umano e cristiano. La cura non è mai un atto tecnico neutro, ma nasce da rapporti umani autentici, fondati sulla prossimità, sulla responsabilità e sul rispetto della dignità della persona. Quando nel mondo sanitario entrano altre mentalità (utilitaristiche, efficientistiche o riduttive della persona) questi rapporti rischiano di deteriorarsi, e con essi si svuota il senso stesso della cura.
Per questo pregare per il mondo sanitario significa sperare che non perda mai il suo cuore pulsante, affinché resti umana prima ancora che apparentemente funzionale.

Diventare piccole “case sollievo della sofferenza”
Guardiamo allora a Cristo sofferente. Egli non offre una risposta facile, non consegna una spiegazione fatta di parole umane che chiudono il problema. Ci parla piuttosto attraverso la Parola di Dio, attraverso l’esperienza della sofferenza nella quale ogni credente può — e deve — trovare un senso alla propria. È lì che impariamo a guardare alla sofferenza non come un assurdo da subire, ma come un luogo in cui Dio può incontrare l’uomo. I Santi sono stati di questo, segni concreti e coraggiosi.
Pensiamo ad esempio a san Pio da Pietrelcina: santo dei miracoli, sì, ma soprattutto uomo che ha compreso che la vera risposta alla sofferenza non è l’attesa immatura del solo prodigio, bensì la vicinanza e la cura reciproca. Non a caso la sua grande eredità, il suo testamento morale, è un’opera concreta: la Casa Sollievo della Sofferenza. Un ospedale all’avanguardia che negli intendi del Santo di Pietrelcina, doveva esprimere i valori piu alti e nobili del mondo sanitario.
Non dimentichiamo che l’idea stessa di ospedale, nel senso moderno del termine, nasce proprio in seno alla Chiesa e alla sua instancabile attività caritateva di cura ed accoglienza.
In questo senso, tutti siamo chiamati nella reciprocità a diventare “ospedali” e “case sollievo della sofferenza”. In conclusione custodiamo e riflettiamo oggi su queste tre parole: “compassione” “accoglienza” e ” sollievo”: concimi per vivere il Vangelo della carità, centro stesso della nostra fede. Essere accanto a chi soffre, senza fuggire, senza spiegazioni frettolose, senza giudizi. Nello stesso tempo imparare ad affrontare la nostra sofferenza con quello spirito del martire, che non è culto del dolore, ma maturazione dell’umano: testimonianza di una forza che non viene da noi, di una speranza che non delude, di una vita che va oltre la morte e apre già ora all’eterno, dove il Signore asciugherà ogni nostra lacrima.

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