“Oggi, in Darfur, raggiungere anche un solo bambino può richiedere giorni di negoziazioni, autorizzazioni di sicurezza e viaggi su strade di sabbia attraversate da linee del fronte in continuo mutamento. Nulla in questa crisi è semplice: ogni spostamento è conquistato a fatica, ogni consegna è fragile. Eppure, il lavoro resta cruciale”. Ad affermarlo è Eva Hinds, Responsabile della Comunicazione Unicef Sudan, appena tornata da Tawila, “dove centinaia di migliaia di bambini sono fuggiti da violenze indicibili”.

“Le loro famiglie – racconta – hanno costruito un’intera città con bastoni, fieno e teli di plastica. È una città nata dalla disperazione, più grande della mia città natale, Helsinki, e ogni famiglia è lì perché non aveva altra scelta”. Nonostante tutto, sottolinea, “il sostegno sta arrivando. In sole due settimane, l’Unicef e i partner hanno vaccinato oltre 140.000 bambini, curato migliaia di persone per malattie e malnutrizione, ripristinato l’accesso all’acqua potabile per decine di migliaia di persone e aperto aule temporanee. È un lavoro precario – un convoglio, una clinica, una classe alla volta – ma per i bambini del Darfur rappresenta la differenza tra essere abbandonati ed essere raggiunti”. “Durante la missione – aggiunge – ho incontrato Doha, un’adolescente che sogna di tornare a scuola e insegnare inglese; Fatima, una bambina curata per malnutrizione dopo aver perso la madre; madri che mi hanno detto: “I bambini stanno congelando, non abbiamo nulla con cui coprirli”. Il Sudan è oggi la più grande emergenza umanitaria del mondo, ma anche una delle meno visibili. Senza attenzione internazionale e un’azione decisa, la sofferenza dei bambini più vulnerabili non potrà che peggiorare”.

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