SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – “Ti raccomando: dai spazio anche agli altri!” – Si è conclusa così l’intervista con l’autore del libro “Le parole della vocazione – Il bambino dal cuore d’amor malato”. E, nonostante gli abbia ripetuto per l’ennesima volta che agli altri presbiteri saranno dedicati altri articoli, lui insiste: “Ok. Allora va bene, ma scrivi il meno possibile!“. Nessuna sorpresa! Del resto don Marco Claudio Di Giosia è così: sorridente e amabile con tutti, ma schivo con chiunque, se per qualche motivo si ritrova al centro dell’attenzione.
Anche la presentazione al pubblico della sua opera prima, rispecchia questo suo desiderio di non essere protagonista: è avvenuta infatti Venerdì 23 Gennaio 2026, presso la chiesa Sacro Cuore in Sant’Egidio alla Vibrata, in compagnia di mons. Vincenzo Catani e don Duilio Pili. Seppur con grande partecipazione di pubblico, è stata una serata intima, in cui ognuno dei tre presbiteri ha raccontato la sua storia vocazionale: tre testimonianze per raccontare soprattutto ai giovani come fare esperienza di Dio, in che modo scoprire di essere amati dal Signore più di ogni altra cosa al mondo e perché fare della propria intera esistenza un’offerta a Dio e alla Chiesa.
Perché ha voluto con lei altri due preti alla presentazione del suo libro?
È stata una scelta naturale.
Don Vincenzo Catani per me non è solo lo storico e l’archivista della Diocesi Truentina, ma anche il prete di riferimento della mia infanzia. Con lui c’è un rapporto personale di vicinanza ed affetto. Per due anni è stato il mio parroco, quando io ero ancora piccolo e facevo il chierichetto. Poi, quando mio padre è morto, lui è venuto al funerale e questo ci ha legato parecchio. Oggi posso dire che, per me, è come un padre.
Don Duilio Pili, invece, è un giovane prete che si è appena unito alla nostra comunità. Insieme siamo chiamati ad una grande sfida per la quale stiamo già lavorando da alcune settimane: la realizzazione dell’Unità Pastorale di Sant’Egidio alla Vibrata. Quale migliore occasione per conoscerci meglio, per scoprire la sua storia e per familiarizzare un po’ anche con i nostri parrocchiani?! Ho pensato infine che la sua giovane età potesse avvicinare più giovani e magari farli riflettere su come vivere in pienezza la vita.
Il suo libro è stato stampato alcuni anni fa, ma destinato solo agli amici più stretti. Come mai ora ha deciso di presentarlo anche al grande pubblico ?
In realtà non ho mai avuto velleità da scrittore. Ho sempre scritto per me. Dai 16 anni fino alla mia ordinazione presbiterale, ho tenuto un diario in cui ho vomitato i miei pensieri più intimi. Il termine che ho usato forse è un po’ brutale, ma rende bene l’idea: erano pensieri che venivano dalle viscere, improvvisi e con una tale potenza che sentivo la necessità di riversarli fuori di me. Qualche anno fa don Vincenzo mi ha incoraggiato a superare ogni mio imbarazzo e mi ha convinto a raccogliere quei pensieri in una pubblicazione da dare agli amici. Per me era finita lì, ma don Vincenzo ha insistito, dicendomi che la mia esperienza avrebbe potuto aiutare altri giovani a comprendere i propri pensieri e a fare discernimento. Alla fine mi sono arreso e ho accettato, forse perché ora, sentendomi una responsabilità più grande, so che devo farmi conoscere e preferisco questo modo a tanti altri.
Dunque il suo libro parla del percorso di discernimento che ha fatto per comprendere pienamente la sua vocazione?
Si e no, nel senso che il mio libro parla essenzialmente del mio rapporto con Dio. Un legame che, per me, era totalmente interiore e che doveva invece trovare un modo per essere espresso attraverso le parole. Non riuscivo più a trattenerlo. Nel mio caso le mie riflessioni e le mie esperienze di vita mi hanno condotto alla vocazione presbiterale, ma non è detto che sia così per tutte le persone. Il legame con Dio e con la spiritualità è un bisogno di tutti gli uomini e di tutte le donne, a cui poi ognuno risponde secondo la propria vocazione. Quello che è importante è lasciarsi abitare dallo Spirito!
A questo punto siamo davvero curiosi: quando ha pensato per la prima volta di farsi prete?
Il primo segno è legato al tempo della Prima Comunione. Ricordo un’onda di bambini, frutto del boom demografico degli Anni Sessanta. Mentre siamo in visita alla Santa Casa di Loreto, accompagnati dal parroco don Ruggero e delle catechiste, ricordo un momento: la Santa Casa, io dentro e due fasci di luce che promanano dalle due porte. Curiosamente in quel momento non c’è nessun pellegrino, poi mi sento improvvisamente strattonare dalla mitica catechista Vittorina, che mi scuote e rimprovera: “Tutti i bambini sono in pullman, pronti a partire. Manchi solo tu! Ti abbiamo cercato dappertutto! Cosa ci fai qui?”. Rispondo: “Cosa ci faccio qui?! Ma dico io, non avete mai letto nel Vangelo che Gesù fu rimproverato nel tempio e diede una risposta pepata a Giuseppe e Maria che angosciati lo cercavano? Faceva la volontà di Dio!”. Siccome ho scomodato il Vangelo, ricevo uno scappellotto di sottomissione e dritto a casa.
Un anno dopo, il 24 Settembre 1971, muore mio padre. Faccio a piedi il breve percorso dai nonni a casa mia e lì ad accogliermi ci sono le pie donne del circondario che mi si spupazzano come un birillo e le prefiche iniziano a dire: “Povero bambino!“. Io avrei voluto dire: “Ma andate a quel paese!“. Io non verso neanche una lacrima. O buon Gesù, anche Tu, salendo il Calvario, ti sei imbattuto sulle nelle pie donne e gliele hai cantate: “Ahò, non piangete su di me! Piangete sui vostri figli!“. Insomma, poi come fa uno a non serbare ermeticamente tutti i suoi sentimenti? Ma esiste Dio! Lo stesso giorno viene in casa a trovarci il giovane viceparroco, don Vincenzo. Lui non dice una parola, solo mi stringe in un abbraccio così forte che quasi soffoco. Era l’abbraccio autentico della Chiesa: lo ricorderò per sempre. Quello è il solo momento in cui, tutte le lacrime che devono piovere, piovono copiose! Quando chiudono la bara di mio padre, fino all’ultimo la guardo per memorizzare il suo viso, mentre faccio ciao con la manina e dico: “Ci rivediamo!“. Fu quella la mia prima, alta professione di fede.
Quando poi ha palesato questo suo desiderio di diventare prete?
Qualche anno più tardi, durante la Scuola Media. Viene un missionario, il quale mostra a noi alunni delle riprese fatte in Amazzonia, che suscitano in me molto entusiasmo. Ci assegnano un compito in classe sull’argomento e io scrivo: “Sarebbe bello essere un sacerdote che porta Gesù ai fratelli e ai sofferenti!“. La mia insegnante d’Italiano, avendo in casa uno zio prete, fiuta la cosa e ai colloqui avverte la mia famiglia che si profila una vocazione. Da quel giorno tutti a scorgere, tra i miei componimenti, tracce di questo “pensiero strano”. Un giorno mi fanno anche notare che, nei miei disegni, i paesaggi contengono chiese e croci. Che novità! Ma io dico: con tutta questa gente che non si faceva i cavoli suoi, l’ermetismo divenne una necessità! Da quel momento ho sempre proferito poche parole in merito alla mia vocazione. Per descrivere quel periodo, mi tornano in mente le parole di Antoine de Saint Exupéry, il quale, dopo aver fallito tutte le relazioni con gli adulti, scrive ne “Il Piccolo Principe“: “Ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno con cui parlare“. Anch’io dunque non parlavo, scrivevo. L’incontenibile veniva vomitato nell’inchiostro blu.
Dunque, tutto quello che non ha detto all’epoca, lo ritroveremo nel suo libro?
In gran parte sì! Quello che leggerete, infatti, pur essendo in versi, non intende scomodare la poesia. Si tratta di una prosa diaristica, autobiografica e cronologica in cui non tutti gli anni sono riportati. Per circa 12 anni, infatti, non ho scritto più, se non durante il periodo in cui sono stato militare alla Folgore.
Quando ha scelto definitivamente di diventare prete?
Dopo aver ascoltato la testimonianza di quel prete in missione in Amazzonia, sono stato affascinato dal Movimento Neocatecumenale, che ho voluto conoscere da vicino e che ho vissuto intensamente per molti anni. Mentre ero in missione, prima a Berlino e poi a Hong Kong, ho sperimentato veramente la bellezza di Dio. Dio è Bellezza. Dio è giovinezza. Più ancora è Sapienza. Dunque venne la Santa Madre della Sapienza a cercarmi, a riprendermi. Questo non lo racconterò. Questo è un segreto. Dai 20 ai 24 anni, l’intuito forte della Sua presenza sconvolse ogni cosa, fino ad ammettere: “Signore, Tu non vuoi delle cose. Tu vuoi me!“. Tutto il resto è la storia di un graduale distacco dalla fascinazione del mondo e di un sempre progressivo avvicinamento a Dio, fino all’Ordinazione Presbiterale avvenuta il 26 Giugno del 1999.
Cosa si sente di dire a un giovane che magari prova un’inquietudine dentro di sé, ma non sa ancora come definirla e se si tratti di una vocazione al presbiterato o meno?
L’importante è dirlo a qualcuno che sappia aiutare a fare discernimento. Come avviene a Samuele, che durante la notte, mentre dorme nel tabernacolo vicino all’arca di Dio, sente per tre volte una voce chiamarlo e va dal sacerdote Eli, il quale comprende che è il Signore a chiamare Samuele e dà istruzioni al giovane di rispondere: “Parla, Signore, perché il tuo servo ascolta“.
Questo per dire che oggi, non c’è un calo di chiamate, ma di risposte. Il problema delle vocazioni è che i ragazzi sono molto confusi, storditi da mille cose, tra le quali anche i social, ma non solo. Nel loro cuore il Signore parla certamente, solo che è difficile per loro ascoltare quella chiamata e decifrarla. Ecco perché diventa molto importante trovare una persona che aiuti a comprendere: un confessore, un maestro spirituale, qualcuno che sappia discernere i pensieri, che sappia capire se quei pensieri provengano da te o da Dio.
A tal proposito vorrei dire ai giovani che il Signore parla a tutti, magari per il matrimonio, per la vita consacrata, per la vita presbiterale, per la missione. Quello che è importante è prima di tutto rivolgersi a qualcuno per discernere bene quello che lo Spirito Santo suggerisce e poi dire al Signore quello che ha gli ha detto anche Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ascolta“. Questa disposizione d’animo è la cosa essenziale in qualsiasi tipo di vocazione.
Cosa si augura che i lettori pensino leggendo il suo libro?
Spero che non perdiate tempo a voler comprendere tutto. Vorrei invece che, leggendo, possiate scorgere in voi quel sussulto dello Spirito Santo che incessantemente muove e commuove lo spirito di ogni uomo.







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