DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
«In passato il Signore umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
Comincia così il brano tratto dal libro del profeta Isaia che leggiamo come prima lettura questa domenica.
Ma quali sono le terre di Zabulon e di Neftali?
Zabulon e Neftali sono i nomi di due figli di Giacobbe e, quindi, di due delle dodici tribù di Israele. Ad essi erano state assegnate, nel momento dell’ingresso nella terra promessa, le terre del nord della Galilea, una più vicina al mar Mediterraneo, una più interna.
Essendo delle terre fertili, nella successione delle dominazioni degli Assiri e dei Babilonesi, molti di questi stranieri erano confluiti lì.
Un territorio, quindi, di frontiera, guardato con sospetto dai puri di Gerusalemme, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue. Da queste terre Gesù inizia la sua predicazione, dai confini della storia.
Lo leggiamo nel Vangelo di Matteo, che riprende proprio le parole del profeta Isaia: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zabulon e terra di Neftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare…».
È così che questa terra più volte umiliata, rinchiusa nelle tenebre dell’oppressione, vede la gloria e la luce. Continua infatti il profeta Isaia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia».
Si tratta di una gioia dirompente, del tipo di quelle che si provano alla fine delle attese lunghe e faticose; quella gioia, scrive sempre Isaia, che c’è «quando si miete», dopo aver aspettato e trepidato per tutto il tempo dalla semina alla maturazione del frutto. O della gioia che si prova quando «si divide la preda», quando, cioè, ci si spartisce il bottino alla fine di una guerra.
Che cosa fa Gesù per essere indicato come portatore di tanta gioia in quelle terre? Annuncia il Vangelo, la Buona Notizia che Dio viene a regnare. «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù non esordisce nella sua predicazione con discorsi moraleggianti tesi a suscitare pentimento, contrizione, cambiamento di condotta. “Cambia mentalità – ci dice Gesù -, entra in contatto con la luce che ti abita, non fermarti al male che trovi in te ma credi al bene che puoi fare”.
E ancora «…il regno dei cieli è vicino», cioè “io ti sono vicino, non te ne accorgi? Lascia andare i molti affari, le molte cose, recupera l’essenziale, come Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni che ho chiamato a diventare pescatori di uomini”. Pescatori di uomini, collaboratori di Gesù per tirar fuori dagli abissi della storia le donne e gli uomini che vi sono caduti dentro infangando la loro dignità, in una esperienza di comunione e autentica fraternità.
Capiamo, allora, l’energica esortazione di Paolo che richiama i fratelli e le sorelle della comunità di Corinto «per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire».
E là dove comparissero discordie e divisioni, significa che è tempo di tornare al Vangelo perché, evidentemente, ci stiamo nutrendo di altre parole e cerchiamo altre strade per giungere alla salvezza.
Preghiamo allora con il salmista: «Il Signore è mia luce e mia salvezza […]. Il Signore è difesa della mia vita […]. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore».




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