Goma: guerriglieri dell’M23 in azione (Foto ANSA/SIR)

Di Patrizia Caiffa

La guerra nella Repubblica democratica del Congo “può essere paragonata a un albero: le radici sono in Occidente, il tronco è in Rwanda e le foglie sono i gruppi ribelli”. Così l’attivista congolese Pierre Kabeza descrive un conflitto che dura da trent’anni e che vede il popolo congolese vittima di “una guerra di aggressione, finalizzata al saccheggio delle risorse minerarie”. Domenica scorsa Papa Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la Repubblica Democratica del Congo, ricordando le “grandi difficoltà” vissute dalla popolazione dell’Est, costretta alla fuga e colpita da una grave crisi umanitaria. Il Papa conosce bene il Paese: vi si recò nel 2009 come Priore generale degli Agostiniani. In questi giorni è stato annunciato il suo primo viaggio in Africa, che lo porterà in Angola, Paese confinante con la RDC. Intanto, le milizie filo-governative Wazalendo sono rientrate nella città strategica di Uvira, dopo il ritiro del gruppo armato M23, sostenuto dal Rwanda.

Papa Leone XIV ha lanciato domenica un appello per la pace nell’Est del Congo. Cosa rappresenta per voi?
È un segno di grande speranza. Il popolo congolese si sente spesso dimenticato. Già la visita di Papa Francesco aveva riacceso l’attenzione sul nostro dramma. Sentire oggi un nuovo Papa parlare del Congo e pregare per noi significa sapere che la Chiesa continua a camminare con il suo popolo. Papa Leone segue le orme di Papa Francesco, che amava profondamente il Congo. La sua frase “Giù le mani dall’Africa, giù le mani dal Congo” resta un appello fortissimo alla comunità internazionale: lasciare all’Africa – e al Congo – la sua libertà, dignità e sovranità.

I Wazalendo sono rientrati a Uvira dopo il ritiro dell’M23. Qual è la situazione?
In guerra la situazione resta sempre drammatica. La crisi umanitaria colpisce sia i rifugiati all’estero sia gli sfollati interni. È vero che il rientro dei Wazalendo ha suscitato gioia tra la popolazione, ma va detto chiaramente che

il Congo è vittima di una guerra di aggressione e saccheggio.

La gente ha accolto con gioia chi difende la propria terra. Il ritorno dell’esercito nazionale mostra la volontà di dire basta alla guerra e all’occupazione.

Milenioscuro, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Colpisce il fatto che i ribelli dell’M23 abbiano prima occupato Uvira e poi si siano ritirati, sostenendo di aver risposto ad una richiesta degli Stati Uniti. Cosa c’è dietro?

Perché questa guerra non nasce in Congo. È portata avanti dalle grandi potenze e sostenuta da multinazionali. Quello che vediamo sul campo è solo la superficie. La guerra del Congo è come un albero: le radici sono in Occidente, il tronco è in Rwanda, le foglie sono i gruppi ribelli. Quando le radici smettono di nutrire l’albero, i ribelli si ritirano. Dietro ci sono accordi e interessi geopolitici. Il Rwanda non agisce da solo: c’è il sostegno degli Stati Uniti e anche il ruolo crescente della Cina.

E’ la solita sporca guerra per il controllo delle terre rare e dei minerali. Cambia solo il volto dei gruppi protagonisti.

Sì, è una guerra di sfruttamento che dura da trent’anni. Si combatte solo nelle zone ricche di minerali. L’Est del Congo possiede risorse fondamentali per la tecnologia moderna: cobalto, coltan, tungsteno.

Questa enorme ricchezza è diventata la causa della nostra tragedia.

La popolazione è consapevole di questi interessi?
Sì, la gente lo sa. Possono esserci dinamiche locali, ma l’origine del conflitto è il saccheggio sistematico delle ricchezze del Paese.

La proposta di dialogo lanciata l’anno scorso dalle Chiese che fine ha fatto?
La Chiesa cattolica in Congo cammina con il suo popolo. Insieme alla Chiesa evangelica ha chiesto un dialogo inclusivo tra tutte le parti. Alcuni politici lo hanno ostacolato per interessi personali. Ma l’obiettivo resta chiaro: far sedere allo stesso tavolo amici e nemici. Questa proposta è sostenuta anche dalla società civile e dal Nobel per la Pace Denis Mukwege. È l’unica strada possibile.

Ci sono segnali concreti?
Il lavoro continua sotto traccia. Negli ultimi giorni in Angola ci sono stati incontri con membri della Chiesa, dell’opposizione e del governo. È un segnale che ci stiamo avvicinando al dialogo.

Il viaggio di Papa Leone XIV in Angola potrà aiutare il Congo?
Ne siamo convinti. Il Papa conosce il Congo e i suoi protagonisti della società civile. In Angola incontrerà Chiesa e responsabili politici. Questo viaggio può aprire nuove prospettive di pace.

Abbiamo fiducia: il Papa segue da vicino la situazione e questo ci dà forza.

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