Articolo della Dott.ssa Maria Chiara Verdecchia

Le parole pronunciate in queste ore sulla vicenda che ha coinvolto due minorenni ad Ascoli meritano attenzione e rispetto. In un tempo in cui la risposta immediata allo sbaglio è spesso la condanna sommaria, sentire parlare non solo di giustizia ma anche di recupero rappresenta un segnale culturale importante, che va colto e sostenuto.

Recuperare non significa giustificare. Significa riconoscere che l’errore va condannato, ma che la persona non può essere ridotta al suo errore. “Recupero” è una parola potente: rimanda alla possibilità di rinascita, alla costruzione di consapevolezza, alla responsabilità che si forma attraverso la relazione educativa e non esclusivamente attraverso la sanzione.

Il ragazzo ha sbagliato nei confronti della ragazza e su questo non esistono ambiguità. Ma è altrettanto vero che un minore che sbaglia è, prima di tutto, un minore che chiede aiuto, spesso nel modo più disfunzionale possibile. Ed è qui che si apre una domanda che riguarda tutti noi adulti.

Da pedagogista e psicologa, con oltre venticinque anni di lavoro quotidiano con bambini e adolescenti, incontro ogni giorno ragazzi che portano disagi profondi: fragilità emotive, confusione identitaria, difficoltà nella regolazione delle emozioni e delle relazioni. Disagi che, se non intercettati e accompagnati da adulti competenti, rischiano di trasformarsi in vere e proprie patologie.

La verità che fatichiamo ad ammettere è che l’aumento delle difficoltà nei ragazzi è lo specchio di una difficoltà ancora più grande nel mondo adulto. Siamo spesso adulti stanchi, incoerenti, poco formati, incapaci di essere modelli autentici e credibili. Non basta esserci, fare, apparire.

Serve saper stare nella relazione educativa.
Oggi più che mai è necessaria una formazione continua, rigorosa e verificata per chi educa, insegna, accompagna. Non possiamo più affidarci al pressappochismo, all’improvvisazione o al “si è sempre fatto così”.

La ricerca scientifica ci dice chiaramente cosa funziona e cosa no, ma troppo spesso questo sapere resta fuori dalle pratiche quotidiane. I ragazzi non sono indifferenti: gridano aiuto, ciascuno con il proprio linguaggio. Alcuni attraverso il silenzio, altri con l’aggressività, altri ancora con comportamenti che spaventano e scandalizzano. Sta a noi adulti saper leggere quei segnali prima che diventino cronaca.

Per questo accolgo con favore le parole del questore e mi auguro che, accanto al percorso di giustizia, venga costruito per entrambi i ragazzi un vero percorso educativo e di cura. Restituire fiducia nella vita, nel futuro e nelle relazioni è possibile, ma richiede competenza, tempo e una responsabilità collettiva che non possiamo più rimandare.

La sicurezza vera non nasce solo dal controllo, ma da una società adulta capace di educare.

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