DIOCESI – Pubblichiamo la riflessione del Vescovo Carlo Bresciani pronunciata, ieri, mercoledì 2 marzo, presso la Parrocchia di San Filippo Neri, in occasione del ritiro del clero della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto per l’inizio della Quaresima.

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (Deut. 6, 4-9).

“L’ascolto è il tema portante di questa stagione della vita delle Chiese che sono in Italia e in particolare della prima fase del Cammino sinodale. Il Papa parla di un ascolto che parte dalla Parola di Dio «per praticare la misericordia», ovvero per uscire dal cortile dell’individualismo e avviarsi insieme verso gli orizzonti grandi della fraternità. Occorre, dunque, rivolgere orecchie e cuore a Gesù e ai fratelli. È il profilo del credente da far maturare in un tempo fortemente caratterizzato dalla paura verso un virus, verso gli altri e, persino, verso la storia”. Così il card Bassetti alla prolusione del Consiglio permanente CEI del 24 gennaio 2022. L’ascolto trasforma anzitutto chi ascolta scongiurando il rischio della supponenza (so già tutto e quindi non mi do il tempo per ascoltare nessuno, per un aggiornamento…) e anche il rischio dell’autoreferenzialità.
Nel nostro ritiro di inizio quaresima ci mettiamo in sintonia con questa esortazione all’ascolto meditando sull’ascolto della Parola di Dio: questo è il ritiro spirituale. Il primo ascolto del cristiano è la Parola di Dio. Non dimentichiamo però che l’ascolto della parola di Dio e dei fratelli va di pari passo. L’ascolto dell’Altro/altro è il presupposto della conversione: dobbiamo convertirci all’ascolto. È il primo passo del cammino sinodale. Colui che ascolta solo se stesso, non avvertirà mai il bisogno di conversione, e, se lo avvertirà, mancherà della Parola che lo salva. La parola che salva non è, infatti, l’eco delle parole che diciamo a noi stessi, ma la parola che ci chiama alla vita e risveglia la nostra identità relazionale. La parola che risveglia e salva il bambino, infatti, è quella che il genitore gli rivolge. La parola che salva l’uomo non è il soliloquio narcisistico, fin troppo diffuso nel nostro tempo, ma la parola gli viene da altrove, dall’altro, cristianamente dall’Altro.

Prendo come punto di partenza per la nostra meditazione Deut. 6, 4-9 (cfr. anche Mc 12, 29).
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio» (Dt 6, 4). L’inizio della professione di fede quotidianamente presente sulle labbra di ogni Israelita è “Shemà’ Jisra’el”, «Ascolta, Israele!», giustamente una delle preghiere più care e sentite della tradizione liturgica giudaica. Gli Ebrei recitano lo Shemà due volte al giorno ed i genitori insegnano ai figli a farlo prima di dormire la sera. La nostra Liturgia delle Ore ha recepito questo dato e colloca la pericope dello Shemà come lettura breve nella preghiera di Compieta dei primi vespri della domenica e delle solennità. È questa la singolare espressione di continuità e di ricezione degli elementi che contraddistinguono la fede nell’unico Dio e nel Signore Gesù Cristo.
Nello Shemà l’amore di Dio per il suo popolo si esprime come un vero e proprio comando, lo stesso che caratterizza tutti i libri e gli interventi profetici che abbiamo nella Bibbia. È il primo comandamento, come ricorda Gesù stesso (Mc 12, 29).
Questo primo comandamento esplicita l’adesione che ogni vivente è chiamato a dare a Dio: il primo passo della fede è però l’ascolto di Dio. Il testo rappresenta l’affermazione dell’essenza del monoteismo, cioè della fede nel Dio unico, il vivente, il ‘parlante’. L’ascolto sta al centro del rapporto tra il fedele e il suo Dio, nella convinzione profonda che da lui solo può venire la parola che salva, la guida sicura del popolo oltre che del singolo fedele.
Il cristiano, prima ancora che il prete, è colui che si mette in ascolto di Dio e per questo inizia la sua giornata con la preghiera e la meditazione della Parola. I miei genitori mi hanno insegnato a incominciare la giornata con la preghiera del “Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore… mi hai fatto cristiano e mi hai conservato in questa notte, ti offro le azioni della giornata, fa’ che siano tutte secondo la tua volontà…”. Cosa che faccio ancora oggi. È la preghiera con la quale il cristiano esprime il suo Shemà. Di chi possiamo metterci in ascolto profondo se non innanzitutto della Parola di Dio? Ecco perché non possiamo incominciare la giornata se non con la preghiera e la meditazione della sua Parola. Sarà essa a dare il tono a tutte le nostre azioni: alla pastorale del giorno, ma non solo ovviamente. Tutte ispirate all’amore per Dio e per i suoi figli.

1. ‘Shemà’. La Bibbia esalta questo verbo, tant’è vero che esso punteggia non solo il Deuteronomio, il libro della Legge proclamata, ma tutta la Rivelazione. “Ascoltare” è sinonimo di “obbedire”. Si tratta, quindi, di un’adesione intima e non di un mero sentire il suono delle parole; occorre avere un orecchio libero dalle “ortiche” delle chiacchiere (per usare l’espressione della poetessa ebrea Nelly Sachs). Si tratta, infatti, di non essere un «ascoltatore smemorato, ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo (1,25: torneremo più avanti su questo passo). «Ascolta» e «amerai» sono, infatti, nel nostro testo di Deut. 6, 4-9 in parallelo tra loro. Ascolta ed ama; avrai ascoltato se amerai! Si tratta quindi di un ascolto che indirizza la vita, che dà la dritta giusta per la vita.
Il grande teologo tedesco, Karl Rahner, ha scritto un famoso testo (la sua tesi di laurea) dal titolo “Uditori della Parola”. È una bella definizione del cristiano e della comunità cristiana nel suo insieme.
È questo il desiderio che come cristiani e come sacerdoti portiamo nel cuore: accostare la Scrittura, accogliere la Parola di Dio così da essere sempre più “uditori della Parola” e per questo amici del Signore Gesù.

2. La seconda considerazione che vorrei fare tocca, invece, il cuore di questo ascolto-obbedienza. È l’accoglienza ferma della professione di fede monoteista: «Il Signore è uno solo!». Qui c’è l’esortazione a liberarsi da tutti gli idoli:la lotta di sempre di ogni fedele. Ce ne sono sempre tanti che bussano alla nostra porta o stanno accovacciati davanti ad essa e che ci impediscono un ascolto pronto della parola di Dio.
Ognuno deve combattere contro i propri idoli, il primo dei quali è il nostro io, quell’io di Adamo ed Eva (che poi è anche il nostro io) che vuole sostituirsi a Dio. Si tratta dell’ipertrofia dell’io che dilaga nel nostro tempo. Ogni tempo ha i suoi idoli, ogni persona ha i suoi idoli, e anche noi sacerdoti possiamo avere i nostri. Ovviamente si presentano sempre sotto mentite spoglie, non sono così ingenui da rivelare subito la propria identità, rovinando così subito la loro opera. Sappiamo per esperienza che non è facile staccarsi da questi idoli, così come non è facile riconoscerli e chiamarli per nome: la forza della Parola di Dio è qui liberante, perché svela le loro falsità, li mette a nudo, se noi l’ascoltiamo.
Il nostro Dio non ha attorno a sé un pantheon di altre divinità, è assolutamente incompatibile con esse, ma non è neppure l’ente supremo astratto, immobile e impassibile nella sua eternità e nella sua trascendenza. Infatti, viene detto che egli «è il nostro Dio», ha cioè con noi un legame non di dominio, ma di alleanza. In questa luce si capisce anche perché la Bibbia non è un’asettica raccolta di teoremi o speculazioni teologiche, ma è una storia viva e tormentata di relazione tra due soggetti personali, liberi e capaci di amore: Dio e il popolo, Dio e l’umanità.
Come è bello meditare sulla forza di quei due termini ‘nostro’ e ‘solo’: nostro Dio: ‘nostro’ non esclude l’io, non lo umilia, ma lo include un un cerchio più ampio di salvezza. ‘Nostro’ dice la pluralità nella quale siamo costituiti, ‘solo’ dice il principio di unità: l’ascolto comunitario del ‘solo Dio’ realizza l’unità del popolo. Non c’è unità senza questo ascolto, né potrà mai esserci.
Potremmo dire che lo Shemà non è atto individualistico, ma comunitario, è l’atto del popolo di Dio, quell’atto che ci costituisce come Popolo e popolo di Dio. Dio allarga sempre gli orizzonti, oltre l’io, non li restringe. È l’idolo che restringe gli orizzonti e nello stesso tempo divide e porta alla solitudine.
Se Dio è il ‘nostro’ Dio e lui è ‘uno solo’, il suo ascolto non può che portare all’amore pieno e totale per lui solo.

“Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”.
Noi ascoltiamo Dio non solo per assumere il suo pensiero, ma soprattutto per rispondere all’amore con cui egli ci ha amati per primo (cf. 1Gv 4,19), ci ha fatti ‘suoi’. Il primo atto di amore è appunto l’ascolto. Non esiste comandamento più importante, perché chi ascolta, ama. Un tempo, almeno dalle mie parti, per indicare due innamorati si diceva: “si parlano”.
Radicati in questo amore, siamo resi capaci di amare i fratelli del suo stesso amore. Ecco perché Gesù, quando ricorda questo comandamento, aggiunge immediatamente: “Il secondo comandamento è questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)”, poi conclude: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”.
Gesù quando ha riassunto i doveri dell’uomo verso Dio, facendo eco a questa antica parola, ha ricordato: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima…» e vi ha aggiunto anche la mente (Mt 22,37) a significare che l’adesione a Dio non è semplicemente una questione di cuore e sentimento, ma anche di ragione e di volontà. Un cuore guidato dalla ragione e non dall’emotività e dall’irrazionalità.
Soltanto chi ama di quell’amore che viene dal cuore di Dio, di quell’amore che viene dal silenzio orante della preghiera, dalla meditazione della Parola e dell’Adorazione, parafrasando Sant’Agostino (ama et fac quod vis), sarà in grado di fare ciò che vuole.
Se vogliamo sapere quanto abbiamo ascoltato la Parola di Dio, guardiamo a come sta di salute la nostra capacità di amare. Si potrebbe qui rimandare per questo esame al famosissimo inno alla carità di san Paolo nella 1Cor.

La fede ex auditu
Se la parola di Dio giunge al cuore dell’uomo, allora vi desta la fede. La fede è innanzitutto dono di Dio, ma nasce dall’ascolto della sua Parola perché si fonda sulla sua Parola (fides ex auditu: Rm 10,17). C’è ascolto autentico laddove c’è povertà di spirito. Richiede farsi semplici, piccolissimi, vuoti d’ogni ambizione e progettualità meramente terrena.
La fede è dono di Dio, ma anche un atto umano: accoglienza del dono. È l’uomo a credere, a rispondere a Dio: “Amen, è così; io aderisco, io mi fido”.
La fede è la risposta umana alla Parola di Dio (fides ex auditu: fede che nasce dall’ascolto: Rm 10,17). La fede implica conoscenza (ho fede se conosco, quindi ho ascoltato) e ragione (ho fede se ho motivi per credere) -fides et ratio-, ma indica primariamente una fiducia tale da affidarmi a lui. Quindi, la fede non è solo un atto emotivo dell’essere umano: ha un contenuto (il Dio della rivelazione) ed è ragionevole. L’irrazionalità non appartiene a Dio, come non gli appartiene il razionalismo.
Prima di essere fede in dogmi, la fede è possibile solo perché conosco il soggetto della fiducia e sono disposto a dargli fiducia, o, come afferma la Bibbia; disposto a mettere il piede sul sicuro, mi affido come un bambino nelle braccia della madre (fides qua).
La fede come capacità di dare fiducia è, più in generale, una necessità umana: come si può vivere senza fidarsi di qualcuno? Come iniziare una storia d’amore senza avere fede nell’amore dell’altro? “Nessuno può vivere senza fede, si tratta di un ‘esistenziale’ del nostro essere, e cioè di una dimensione che ci è costitutiva e senza la quale sarebbe difficile comprenderci. Non c’è vita senza fede: se io non credessi a nessuno, finirei per impazzire, e molto rapidamente” (A.Geschè, Dio). L’incapacità di fidarsi rende impossibile la vita.
La fede è quindi un fidarsi, non si può essere uomini senza credere. Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno? Senza credere che qualcuno possa volere il mio bene? Solo quando gli esseri umani credono negli altri, la loro azione assume i tratti della fraternità, della corresponsabilità, dell’amore. Una storia d’amore tra un uomo e una donna, per esempio, è possibile solo quando uno si fida dell’altro. Si può essere comunità solo se se si capaci di darsi fiducia, al di là dei limiti umani di ciascuno.
Quando viene meno la fiducia fioriscono gelosia, rivendicazioni, invidie, falsità, conflitti, bugie, fughe, chiusure, insoddisfazioni: tutte le fragilità più che possibili nelle relazioni umane.
Nella situazione attuale di diffusa mancanza di fiducia nell’altro (causata dall’individualismo), come possiamo scandalizzarci della crisi della fede in Dio? Se l’atto umano della fede è così fragile, debole, contraddetto, come potrebbe essere facile credere in Dio? Parafrasando un’affermazione della prima lettera di Giovanni potremmo chiederci: se non sappiamo credere nell’altro che vediamo, nell’uomo, come potremo avere fede in Dio che non vediamo (cf. 1Gv 4, 20)? Come possiamo fidarci della Parla di colui che non vediamo?
L’attuale crisi di fede incomincia dalla crisi dell’atto umano del credere nell’altro: riconosciamolo, siamo poco disposti a fidarci dell’altro. Lo costatiamo ogni giorno: perché si preferisce la convivenza al matrimonio? Perché è diventato così difficile perseverare nell’amore? Di fronte ad ogni scelta definitiva la paura che subentra immediatamente è: “Fino a quando durerà?”: un dubbio gettato dal maligno.
Per questo non crediamo facilmente all’amore, pur parlandone come non mai forse. Come è possibile credere in Dio che non si vede se non sappiamo credere all’altro, al fratello che si vede? Per molti uomini è diventato infatti difficile credere a qualcuno per la generale sfiducia che la società comunica nei confronti degli altri.
I mass-media trasmettono messaggi del tipo: “fidati solo di te stesso”, “non dare troppa fiducia nell’altro/a perché presto ti tradirà”, “attento che gli altri vogliono solo sfruttarti”, “chi si fida degli altri è un ingenuo che verrà presto contraddetto dai fatti e pagherà amaramente la sua fiducia”. In questo contesto la Chiesa stessa (per non parlare delle altre istituzioni politiche, sociali o economiche) riscuote oggi ben poca fiducia, tanto, e sono parole di Benedetto XVI, da essere “divenuta per molti l’ostacolo principale alla fede” (J.Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, p.330).
Solo chi sa fidarsi di qualcuno può accogliere il dono della fede in Dio!
Mi pare di vedere qui un cammino di conversione veramente fondamentale per ognuno di noi: cammino che ha come fondamento la fiducia che Dio continua a dare a ciascuno di noi, donandoci la sua Parola e il suo amore. Come la fede è un atto di affidamento, anche la fiducia tra noi è un atto di affidamento. Affidarsi è riconoscere e accettare che la nostra vita non è solo nelle nostre mani e superare la paura di credere nell’altro e sapere che insieme siamo nella mani di Dio.

Fede: conoscenza, ragione, fiducia e amore
Dicevamo: la fede implica anche conoscenza (ho fede se conosco) e ragione (ho fede se ho motivi per credere), ma indica primariamente una fiducia tale da farci fare il “salto nella fede”, possibile solo perché conosco il soggetto della fiducia e ho motivi credibili per affidarmi a lui.
Ma la fede, appunto per questo, è anche dubbio e paradosso: “La fede che non conosce dubbi, è una fede morta” diceva il filosofo spagnolo Miguel de Unamuno.
È dubbio, perché dell’altro non avrò mai la certezza matematica: se pretendessi questo non potrei fidarmi neppure di mio padre e mia madre. Il motivo: l’indisponibilità dell’altra persona. Io non posso disporre dell’altro come vorrei e come desidererei. La sua libertà mi sfugge.
È un paradosso: la fede cristiana chiede di amare anche il non amabile (il nemico), di sperare contro ogni speranza (la morte non ha l’ultima parola), di credere l’incredibile (Dio invisibile o addirittura Dio fatto uomo).
Ecco allora perché lo Shemà porta all’amore, solo se presti fede alla Parola ascoltata. Infatti, come abbiamo visto, subito dopo l’invito ad ascoltare, ad avere fede, ad aver fiducia nell’unico nostro Dio, viene il precetto dell’amore. Motivo: Dio è amore, è l’Amore che ti parla. L’ascolto porta alla fede/fiducia, la fiducia all’amore e alla lotta che ogni amore comporta, perché l’amore è lotta contro tutti i dubbi che lo minacciano, lotta contro lo sfiducia nell’altro. È questo il peccato originale di Adamo ed Eva: la sfiducia insinuata verso quello che Dio aveva detto loro e il dubbio che Dio li ingannasse e non volesse che diventassero come lui.
Il cammino della fede, quello che richiede la conversione cui ci richiama la quaresima, è il cammino dell’amore appreso dall’ascolto del Dio unico, il Dio di Gesù Cristo. Il suo ascolto deve portare alla conversione del cuore così da renderlo capace di fidarsi e di affrontare la lotta dell’amore e non solo della mente.

Divenire uditori e operatori della parola di Dio (Luca 4:1-30; 1 Re 17:8-24)
La parabola dei due costruttori
24Perciò chiunque ode queste mie parole, e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo avveduto, il quale ha edificata la sua casa sopra la roccia; 25 La pioggia è caduta e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e hanno investito quella casa, ma ella non è caduta perché era fondata sulla roccia. 26 Chiunque ode queste mie parole, e non le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo stolto che ha edificata la sua casa sulla rena; 27 La pioggia è caduta, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e hanno fatto impeto contro quella casa, ed ella è caduta, e la sua rovina è stata grande (Mt 7, 24-27)
Il Signore racconta questa parabola nella quale vengono esposti i pericoli di coloro che sono meri ascoltatori della parola di Cristo, ma non si sforzano mai di mettere in pratica quel che essi ascoltano. Tale avvertimento, appropriato agli ascoltatori del Vangelo di tutti i tempi, e in tutte le parti del mondo, è la conclusione mirabilmente adatta al sermone della Montagna, in cui Cristo stabilisce le regole del suo regno spirituale, come norma e guida del suo popolo. La locuzione: «queste mie parole», lega insieme tutte le parti del sermone della montagna, ed esclude, come appare da tutto il contesto, la supposizione che i due ultimi capitoli altro non siano che una raccolta di sentenze pronunciate in diversi tempi.
Il contrasto messo in luce, dai due personaggi descritti in questa parabola è fra l’uomo che ascolta e fa, e colui che ascolta solamente. È la più decisa confutazione dell’accusa così spesso fatta a coloro che predicano il Vangelo: Gesù afferma vana la credenza teorica (fides quae), se non accompagnata dalle opere. Gc 1, 22-23 (lo vedremo tra poco) allude evidentemente all’insegnamento di questo passo del Vangelo. Nella parabola, c’è un parallelismo esatto tra molti particolari fra i due costruttori. Pochi sono i contrasti, ma di capitale importanza. Basta, per afferrarli a colpo d’occhio, mettere di fronte i due casi. Due uomini si sono fabbricata la casa, la quale rappresenta la vita di fede, ciò che è necessario per avere la vita eterna, come chiede colui che viene indicato come il giovane ricco al Signore.
Matteo 7, 24. L’uno ha edificata la sua casa sopra la roccia.
Matteo 7,25. E, quando è caduta la pioggia, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, ed hanno
investito quella casa, non è però caduta; perché era fondata sopra la roccia.
Matteo 7,26. L’altro ha edificata la sua casa sopra la sabbia.
Matteo 7,27. E, quando la pioggia è caduta, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e fatto
impeto contro quella casa, è caduta, e la sua rovina è stata grande.
L’apparenza esteriore delle due case è la stessa; ambedue sono esposte alla stessa tempesta, la quale rappresenta tipicamente le tentazioni, le avversità, le persecuzioni, le malattie, la morte, tutte le cose insomma che mettono alla prova la sincerità della fede e la solidità della vita, e da ultimo il giudizio finale. Ma la sorte delle case è affatto differente. Una rimane immobile in mezzo alla lotta degli elementi contrari che Gesù prevede che ci saranno (e ci saranno per tutti!), l’altra cade di fronte all’impeto delle forze avverse e cade con irreparabile rovina. Quella era fondata sulla roccia, mentre l’altra posava sull’instabile sabbia. Chiediamoci: che cosa indica la roccia? Che cosa indica la sabbia?

Mettete in pratica (facitori) la Parola e non soltanto ascoltatori illudendo voi stessi (Gc 1, 19-26)
Lo sapete, fratelli miei carissimi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. 20Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. 21Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. 22Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; 23perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: 24appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. 25Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla.
26Se qualcuno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana.

v. 19: Lo sapete, fratelli miei carissimi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira.
Mi pare interessante che Giacomo metta insieme la prontezza ad ascoltare e la lentezza a parlare (cioè: pensare bene prima di parlare) con la lentezza all’ira: l’ira si controlla pensando prima di parlare. Solo un ascolto prolungato della Parola permette la saggezza e non la vuota ripetitività del nostro parlare. Chi parla in continuazione e non è capace di ascoltare è portato all’ira, cioè allo sforzo di imposizione e non al ragionamento che porta alla saggezza. Infatti, chi è nell’ira è incapace di ascoltare ragioni: c’è solo la sua ‘irragionevole ragione’. Sappiamo che nell’ira si parla a vanvera e non si compie ciò che è giusto davanti a Dio.
“Lento a parlare”: soprattutto quando si tratta di pettegolezzi che non hanno nulla a che fare con la Parola, ma solo con le parole. Noi sacerdoti siamo chiamati alla Parola, non alle parole! Lenti a parlare (anche sui social, forse soprattutto sui social!), soprattutto quando non si conosce e si va solo per presunzioni o, peggio, per pregiudizio o per chiacchiere sentite. Colui che sa ascoltare, sa custodire la parola ascoltata e fa discernimento prima di parlare. Il pettegolezzo è simile all’ira nel senso che rompe i rapporti, fa male al prossimo e semina zizzania. Spesso è dettato da un vacuo e nascosto desiderio di superiorità: ‘io so più di te’ (io ho più potere di te: idolo del potere!) e corro a dirtelo per fartelo sapere.

v. 22: Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi;
Non basta udire, non basta ricevere la Parola della verità e custodirla; perché essa compia l’opera sua in noi bisogna tradurla in pratica nella vita. È questa la nota fondamentale dell’Epistola di Giacomo, rivolta a dei cristiani che si contentavano della professione della fede, illudendosi che questo bastasse. Il verbo tradotto con illudendo significa propriamente “trarre delle conclusioni contrarie alla verità”, e così: ingannare e ingannarsi (Cfr. Gal 6, 3-4).
Questo verbo dipinge con verità l’uomo che cerca di addormentare la propria coscienza, di illuderla, appunto. Nella insistente esortazione di Giacomo, si sente l’eco delle parole del Maestro: «Chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo saggio… ecc.» (Cfr. Mt 7, 24-27; Lc 8, 21; 11,28).

vv. 23-24 Perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: 24appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era.
L’aver veduto riflesso nella lastra metallica pulita -che era lo specchio degli antichi-, il proprio volto, non serve a nulla, se l’uomo che ha costatato le sozzure da lavare, il disordine da eliminare, se ne va, dimentica tutto, e non fa niente di ciò che lo specchio gli ha mostrato doversi fare.
Così, a nulla serve l’aver udito la Parola che, a guisa di specchio, rivela all’uomo la sua figura morale: i peccati che hanno bisogno di perdono, i difetti che devono essere eliminati, le virtù che si devono acquisire, se poi chi ha conosciuta la verità non cerca il perdono presso Colui che lo può dare, non combatte le cattive inclinazioni, non abbandona i peccati conosciuti, non lotta per rivestire le virtù cristiane, in breve, se non mette in opera quello che la Parola di Dio comanda.
Chi si comporta in modo così poco serio, è simile all’uomo stolto che ha edificato la casa sulla sabbia. Prepara con certezza una crisi profonda nella prova.

v. 25 Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica,
Il verbo παρακυπτω contiene l’immagine di uno che si curva per guardare bene una cosa, per guardarci dentro. C’è l’idea del prender accurata conoscenza della legge divina, del “meditarla giorno e notte” come dice il Salmo 1, per ben comprenderne il senso e la portata, e per metterla in pratica nella propria vita. A tal fine, non basta uno sguardo fugace, frettoloso e superficiale, ma è necessario chinarsi e rimanere a guardare a lungo (Cfr. Fil 1, 25; Eb 7, 23): meditarla fino a farla scendere nel proprio cuore. Quello che viene chiamata la ruminatio.
San Giacomo chiama legge perfetta il Vangelo considerato nel suo contenuto morale, cioè come guida della vita. In Gc 2, 8-12, si parla della “legge regale” dell’amor del prossimo, e dei comandamenti del decalogo. Gesù non ha abolito la legge mosaica, ne ha perfezionato e spiritualizzato i precetti morali, come ben sappiamo, riportandoli alla centralità dell’unico precetto (Mt 5, 17).
La legge evangelica è quindi quel che di più completo, di più perfetto si può concepire in fatto di vita e di vita di fede in particolare.
Essa è caratterizzata ancora come legge della libertà (cfr. Gc 2, 12; Gal 5), due termini che sembrano escludersi a vicenda, poiché chi dice “legge” limita la libertà umana, ne delimita gli spazi. Così avviene delle leggi imposte all’uomo dal di fuori. Ma nel caso del cristiano che è stato liberato dalla condanna mediante l’opera di Cristo, che è stato liberato dalla paura della morte e del giudizio, che non è più schiavo ma figlio, che è stato rigenerato a vita nuova da Dio e liberato dal giogo del peccato, la volontà di Dio non è più un giogo che gli è imposto, ma una norma di vita scritta nel suo cuore, norma che egli è chiamato a seguire liberamente, con gioia, mosso dall’amore riconoscente. In altre parola: legge che guida alla vera libertà. Perciò è “la legge della libertà”, osservando la quale uno giunge ad essere veramente libero, se uno tiene la barra fissa in essa.

Questi troverà la sua felicità nel praticarla.
«Il cristiano trova la sua felicità nel fare quel che Dio comanda, perché questo suo modo di operare è la libera espressione dell’unione intima che esiste tra lui e il suo Dio gliene dà il dolce e profondo sentimento» (Kern). Sarà beato non solo nell’escaton, ma già qui; beato dentro le sfide della vita, perché il suo vivere sarà nella giustizia e nella pace di una coscienza che riposa la sua sicurezza in ciò che è buono e giusto.

Riflessione conclusiva sull’ascoltare e la sinodalità
Come possiamo ascoltare Dio che non vediamo se non sappiamo ascoltare le sorelle e i fratelli vicini a noi?
A volte sembra che anche oggi “ascoltare” sia un’attitudine o una virtù piuttosto rara. Gente – e quante volte ci siamo anche noi – che abbia voglia di parlare ce n’è a bizzeffe, molto più esigua è la schiera di coloro che siano disposti ad ascoltare.
Ascoltare significa innanzi tutto aprirsi al prossimo, ammettere che tutti possano avere qualcosa da dirci e che da chiunque si possa imparare; significa rispettare la sorella e il fratello, concedergli non solo il diritto di parola, ma anche quello di essere preso in considerazione.
Non si tratta infatti di “lasciar parlare”, ma di interessarsi a una visione delle cose che ci può essere estranea, di concedere fiducia a chi è diverso da noi, e proprio perché è diverso da noi.
Saper ascoltare non è dunque una questione soltanto di gentilezza, ma il fondamento di un’autentica relazione, anche quando ci sia disaccordo su quanto viene espresso. Non si può ovviamente essere sempre d’accordo su tutto, ma si può sempre concedere fiducia alla buona intenzione altrui e dare tempo, senza pretendere tutto e subito.
Su questi presupposti che cosa si costruisce? L’amore del prossimo, la comunità cristiana. Per questo, saper ascoltare non è soltanto una virtù civile, ma anche una virtù cristiana.
L’ascolto ci guarisce dal nostro egocentrismo, dal nostro ‘io ipertrofico’: siamo invitati ad uscire dal nostro mondo per entrare nel mondo di chi ci parla, con quella misericordia che sa comprendere e non ‘scartare’.
Per ascoltare occorre aver imparato a fare silenzio, dentro di sé, prima che esternamente. Aver imparato a meditare. Si può essere silenziosi esternamente (non viene proferita parola), ma internamente non disposti ad ascoltare e pieni di giudizi tutt’altro che benevoli. Se parliamo solo noi, non si ascolta né Dio, né il fratello.
Nello stile sinodale che le nostre comunità sono chiamate a vivere, siamo chiamati all’arte del silenzio per metterci in ascolto dei “semina Verbi” che ci sono anche in chi non crede come noi. Oggi è il tempo di una Chiesa e di comunità cristiane capaci di ascolto “empatico” e fraterno di tutti.
Nella vita spirituale si cresce a misura che si scende nelle profondità dell’ascolto dell’Altro/altro, che ci permette di entrare nella visione/rivelazione di Dio. Ascolta, Israele! Ascolta e convertiti al Vangelo che hai ascoltato! Non è questo l’invito della quaresima?

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