
Di Daniele Rocchi
La guerra in Medio Oriente segna profondamente anche la vita quotidiana delle comunità cattoliche di espressione ebraica in Israele. Tra allarmi, missili e rifugi, la Pasqua si avvicina in un clima di paura e incertezza, ma anche di fede e resilienza. A raccontarlo al Sir è padre Piotr Zelazko, vicario patriarcale del Vicariato di San Giacomo per i cattolici di espressione ebraica. “Non possiamo ignorare la realtà dolorosa e difficile intorno a noi”, afferma il sacerdote. “La guerra ha causato paura e sofferenza a innumerevoli persone in questa terra e in tutto il Medio Oriente”. In un contesto in cui le giornate sono scandite da sirene, missili e bombardamenti, la vicinanza delle comunità cristiane nel mondo rappresenta un sostegno concreto.
Nel bunker (Foto Vic. St. James)
Padre Zelazko esprime gratitudine per la solidarietà ricevuta dopo la Domenica delle Palme, quando al Patriarca latino, cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, è stato impedito l’ingresso nella Basilica del Santo Sepolcro da parte della polizia israeliana: “Le vostre preghiere ci hanno incoraggiato e ci hanno ricordato la profonda unità della nostra famiglia ecclesiale. Ho ricevuto tanti messaggi anche da amici rabbini che hanno ribadito la necessità del rispetto del diritto di tutti i credenti di pregare nei luoghi santi”.
L’attesa della Pasqua nel bunker. A pochi giorni dalla Pasqua, le restrizioni incidono anche sulla vita liturgica: “Possiamo radunarci fino a 50 persone, ma solo in luoghi con accesso diretto a un rifugio”, spiega il vicario che descrive i giorni della Settimana Santa vissuti a Tel Aviv, “nel bunker sotto la stazione dei bus, Tachana Mercazit, dove da oltre quattro settimane vivono numerose famiglie della nostra comunità, con 50 bambini”. Si tratta di persone le cui abitazioni non dispongono di rifugi nelle vicinanze: “È più sicuro restare lì, visto l’elevato numero di allarmi e di missili lanciati dall’Iran”. Nel bunker è nato una sorta di villaggio sotterraneo: “Abbiamo allestito tende e cerchiamo di assistere tutti al meglio. I bambini seguono la scuola a distanza al mattino, ci sono volontari che li fanno giocare, mentre i genitori, quando tornano dal lavoro, portano cibo e acqua. Non sono mai lasciati soli: quando i genitori escono, altri adulti si prendono cura di loro”.
L’Osanna della Domenica delle Palme. La Domenica delle Palme è stata vissuta in modo inedito ma intenso: “Ci siamo radunati attorno a semplici rami di palma e di ulivo intrecciati e abbiamo fatto una piccola processione all’interno del rifugio. Dall’oscurità del bunker alla luce della Domenica delle Palme”.
“Dove i missili ci abbattono, le palme ci sollevano”.
Un momento che il sacerdote definisce “umile e commovente, in cui la speranza ha vinto la paura e il grido ‘Osanna!’ è risuonato dal sottosuolo con maggiore forza”.
Il bunker e la tomba. Per la domenica di Pasqua, oltre alla celebrazione, si sta pensando a un momento conviviale, seppur adattato alle condizioni di sicurezza: “Avevamo pensato a un grande barbecue, ma il rischio è alto. Così i genitori cucineranno all’esterno, mentre i bambini resteranno al sicuro nel bunker, in attesa dei piatti preparati dalle loro famiglie”. Una soluzione che evidenzia quanto la guerra colpisca soprattutto i più piccoli e i più fragili: “Tra loro ci sono molti emigrati, senza protezione. Hanno perso il lavoro e non ricevono aiuti sociali. Come Chiesa cerchiamo di sostenerli anche materialmente, ad esempio con buoni spesa per i supermercati. Piccoli gesti che portano sollievo e restituiscono dignità”.
“La cosa più importante che possiamo fare – sottolinea padre Zelazko – è stare insieme, in semplicità. E ti accorgi che ricevi molto di più di quanto dai. Lo vedi nei loro volti sorridenti e pieni di speranza, nonostante vivano in questo bunker che sembra una tomba”.
Da qui nasce una riflessione profondamente pasquale: “Che cos’è la Pasqua? È Gesù che esce dal sepolcro e risorge. E con Lui risorge anche la speranza che le nostre ‘tombe’, i nostri bunker, presto si svuoteranno e potremo rivedere la luce del sole e tornare a vivere”. Un’esperienza che si traduce in un invito: “Siate luce. Sottoterra ci si chiede come esserlo. Qui, nel rifugio, ho capito: dobbiamo essere luce per gli altri”.
(Foto Vic. St. James)
La Pasqua ebraica. Questi sono anche i giorni della Pasqua ebraica, Pesach, che ricorda l’uscita dall’Egitto e il passaggio dalla schiavitù alla libertà. “Non è facile vivere queste celebrazioni, che dovrebbero portare luce, speranza e vita nuova, in tempi di guerra come gli attuali”, ammette il vicario.
“Per noi cattolici ebreofoni le feste ebraiche sono anche nostre: festeggiamo con i nostri amici ebrei e con le nostre famiglie. È bello farlo insieme”.
In questo intreccio di fede e tradizioni, la Pasqua diventa segno condiviso di liberazione: “Per noi, cattolici ed ebrei, è un modo per uscire simbolicamente dall’Egitto e attraversare insieme il mare del male, per giungere alla libertà. Il bunker ci appare come la tomba di Gesù, che presto sarà vuota per riempirsi di amore e di pace per tutti”.




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