DIOCESI – Nell’ambito del progetto su comunicazione ed informazione denominato “La foresta che cresce“, il giornale L’Ancora ha indetto un concorso rivolto agli studenti e alle studentesse delle Scuole Superiori del Territorio: ogni giovane che ha preso parte al progetto potrà scegliere una notizia della settimana precedente e commentarla con un articolo scritto singolarmente o a più mani. Tutti gli articoli verranno pubblicati, di volta in volta, sul giornale L’Ancora e durante il Meeting Nazionale dei Giornalisti e delle Giornaliste, che si terrà tra la fine di Maggio e l’inizio di Giugno 2026 a San Benedetto del Tronto, verranno decretati i vincitori o le vincitrici.
Oggi pubblichiamo l’articolo scritto da Antonio Carli, Paolo Cerreti e Irene Rodilossi, della classe 3ª C del Liceo Scientifico “Rosetti” di San Benedetto del Tronto.
Di Antonio Carli, Paolo Cerreti e Irene Rodilossi
C’è una linea invisibile che divide l’età del divertimento da quella delle responsabilità adulte: un “confine” che segnala il termine degli anni di gioco, libertà, studio. Action Aid lavora proprio per difendere quel confine, cercando di impedire che la libertà di una bambina si trasformi nell’obbligo di una donna.
La notizia arriva direttamente dal MuPa (Museo del Patriarcato) a Milano, dove dal 7 al 21 Marzo 2026 è stata allestita una mostra sulla violenza di genere e le disuguaglianze strutturali. Tra le tante testimonianze spicca un video uscito nell’Ottobre del 2025 intitolato “I will marry when I want” – “Mi sposerò quando voglio”.
Il contesto sociale presente nella maggior parte dei paesi dell’Africa e dell’Asia prevede la dominanza del sistema patriarcale, che costringe la donna a vivere una vita non scelta liberamente. La figura femminile è infatti nei più bassi gradi della struttura sociale, resa oggetto dal potere di una società maschilista dominata da mariti e padri che decidono senza scrupoli il futuro di donne che, dovendo accettarlo, saranno condizionate a vita.
Basti pensare al caso di Aliyah, ragazza ugandese violentata in maternità all’età di 14 anni, in seguito ad una relazione che prometteva regali e un destino assai più prospero di quello vissuto fino ad allora. Ciò che in particolare colpisce è l’impossibilità, che ad oggi sembra surreale, di poter godere di quei fantastici anni di infanzia e adolescenza che una ragazza dovrebbe vivere, oltre che di una legittima e sacrosanta libertà di scelta. Tale impossibilità è quella che rende la vita condizionata. Non libera, non ricca di sperimentazione adolescenziale, gioia e divertimenti, ma già scritta.
Tuttavia, siamo sicuri del fatto che episodi come questo siano distanti dalla cultura occidentale? Ormai da anni sono sempre più numerose le iniziative per la parità di genere: ma quanto tempo sarà ancora necessario per abolire ogni forma di maschilismo? La nostra società, pur avendo fatto dei passi in avanti rispetto al passato, non ha ancora eliminato espressioni di sessismo, in particolar modo riguardo ai rapporti coniugali.
Quante coppie di anziani convivono nell’indifferenza reciproca a causa di una decisione imposta nella loro gioventù?
Per quanto tempo la donna, in un’epoca caratterizzata da un enorme divario di genere sia salariale che di opportunità lavorative, sarà indotta a rendersi serva della propria famiglia e talvolta costretta a restare in casa a cucinare per un uomo non amato?
Sostenere la campagna di Actionaid non significa osservare con compassione la battaglia da lontano. Significa capire che alla base di questa problematica sociale ci sono pregiudizi presenti da sempre anche nella nostra società. Pertanto, se si vuole combattere una tale ingiustizia, è necessario iniziare dalle fondamenta: l’educazione delle generazioni future.
Il “mattone” decisivo per un cambiamento deve essere posto durante l’infanzia, quando si creano quegli stereotipi che renderanno l’uomo e la donna conformi ad un ruolo sociale prescritto: esempi più frequenti sono l’associazione del colore blu al sesso maschile, il rosa a quello femminile; la macchinina giocattolo al maschio, la bambola da “curare” alla femmina. Da quel momento non ci troviamo più davanti a due colori, due giocattoli, ma a due confini di possibilità.
Questa è una lotta che ci riguarda. Non c’è una distanza abissale tra una società che nega l’istruzione ad una quattordicenne e un’altra che, ancora oggi, è scettica davanti ad una donna in carriera. Entrambe derivano dallo stesso filo conduttore: il controllo sul corpo e sulle scelte di genere. Riconoscere che il sessismo non è un fossile del passato è il primo passo per una rivoluzione.
La lotta di Aliyah, perfettamente rappresentata dallo slogan “mi sposerò quando voglio“, in fondo è la stessa che una ragazza combatte per poter dire “sarò chi voglio, senza che nessuno prema quel tasto al posto mio”.





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