DIOCESI – Nell’ambito del progetto su comunicazione ed informazione denominato “La foresta che cresce“, il giornale L’Ancora ha indetto un concorso rivolto agli studenti e alle studentesse delle Scuole Superiori del Territorio: ogni giovane che ha preso parte al progetto potrà scegliere una notizia della settimana precedente e commentarla con un articolo scritto singolarmente o a più mani. Tutti gli articoli verranno pubblicati, di volta in volta, sul giornale L’Ancora e durante il Meeting Nazionale dei Giornalisti e delle Giornaliste, che si terrà tra la fine di Maggio e l’inizio di Giugno 2026 a San Benedetto del Tronto, verranno decretati i vincitori o le vincitrici.

Oggi pubblichiamo l’articolo scritto dalle studentesse Chiara Cestini, Maria Chiara Cinciripini, Maya Cipolloni Osorio, della classe 3ª C del Liceo Scientifico “Rosetti” di San Benedetto del Tronto.

Bergamo, 18 Marzo 2026. Una giornata che sembrava non avere nulla da dire ci obbliga a fare i conti, ancora una volta, con quello che continuiamo a non voler vedere. L’Italia ha perso di nuovo, non una partita o un primato internazionale, ma l’ennesima vita, vittima di femminicidio. E ogni volta che una donna viene uccisa, l’Italia perde nuovamente. Perde perché continua a parlare, a discutere e a indignarsi ma poi torna esattamente al punto di partenza.

Vincenzo Dongellini, di 49 anni, ha ucciso la moglie Valentina Sarto, giovane donna di 41 anni, con una violenza che le indagini definiscono “feroce e senza scampo”. Dopo averla uccisa, l’uomo ha telefonato alla figlia avuta da una precedente relazione confessando quanto accaduto.

Dal loro matrimonio, celebrato a Maggio del 2025, il rapporto tra Valentina e il marito era segnato da frequenti litigate violente e tensioni. I due convivevano ancora, ma la donna stava cercando di allontanarsi dalla relazione e pian piano di trovare la forza di riprendere in mano la propria vita. Si era iscritta in palestra e aveva iniziato una nuova relazione, scelte che avevano aumentato i contrasti con il marito. Il suo nuovo compagno la incoraggiava a lasciare il coniuge e a denunciarlo ed in effetti Valentina lo stava iniziando a prendere in considerazione. L’attesa le è costata la vita. Dopo una serie di violenze, infatti, la situazione è degenerata fino all’episodio fatale.

La città di Bergamo si è stretta attorno alla famiglia di Valentina con una presenza silenziosa ma determinata, con fiaccolate, striscioni e momenti di raccoglimento, ma nessun gesto riuscirà mai a risanare un tale lutto.

Il caso di Valentina non è un episodio isolato, solo l’ultimo di una lunga serie di violenze che si consumano dentro le mura domestiche. Con questa storia ricordiamo anche quelle di Emanuela Massicci, la 45enne uccisa dal marito nel Dicembre del 2024 a Ripaberarda, Zoe Trinchero, 17enne uccisa dall’ex ragazzo a Nizza Monferrato a Febbraio del 2026, Luigia Rossi, 78enne uccisa dal marito a Latisana nel Gennaio del 2026, e molte altre. Tutte queste donne vittime di femminicidio sono diverse per città e percorsi di vita, ma unite da un filo tragico: la violenza che si nasconde dietro la parola amore che la trasforma in qualcosa che amore non è mai stato.  È doveroso ricordarle non come nomi che scorrono in un titolo di giornale o come scandali dimenticati poco dopo, ma come persone. Persone con vite che meritavano di essere vissute fino in fondo, con progetti, relazioni, fragilità e speranze.

Ogni femminicidio è la prova dolorosa di quanto la nostra società continui a romanticizzare il controllo, la gelosia e la manipolazione nelle relazioni. Film, serie televisive, canzoni, social: quante volte ci presentano tali gesti come delle vere e proprie dichiarazioni d’amore? Quante volte ci insegnano che essere amati significa essere controllati?
Se questi modelli vengono interiorizzati e diventano normalità, la linea tra amore e possesso sfuma e così iniziano le prime giustificazioni, i primi silenzi, le prime rinunce, fino a sfociare nei casi estremi alla violenza. Quante volte si sente la frase “Se un giorno capitasse a me, voglio essere l’ultima”! Ma se non cambia nulla, quando arriverà quell’ultima?

Questa realtà non nasce dal nulla. Nasce e prospera dentro un sistema patriarcale che continua a modellare la nostra società. Un sistema fatto di ruoli imposti, di silenzi normalizzati, di responsabilità sbilanciate. Un sistema con il quale noi conviviamo quotidianamente senza neanche accorgercene e, finché resterà in piedi, nessuna donna sarà mai davvero al sicuro.

Ed è esattamente per questo motivo che limitarsi a ricordare non basta: dobbiamo affrontare queste storie con coraggio, comprendere profondamente il loro impatto e lasciare che il dolore si trasformi in una maggiore consapevolezza, fondamentale per apportare cambiamenti reali.

Una donna che subisce violenza può rivolgersi a diversi contatti, che sono attivi 24 ore su 24, gratuiti e garantiscono l’anonimato:

  • 1522 (Numero Anti Violenza e Stalking): è un servizio pubblico, multilingue, accessibile anche via app o chat dal sito www.1522.eu, che offre ascolto e connette alle reti territoriali;
  • 112 (Carabinieri) e 113 (Polizia): a questi numeri rispondono le Forze dell’Ordine per interventi urgenti, denunce o attivazione di misure cautelari (come l’allontanamento del partner violento);
  • 06 37518282 (Associazione Telefono Rosa): offre ascolto, consulenza legale e psicologica 24 ore al giorno.

Oltre a questi numeri, è possibile recarsi personalmente presso alcuni centri presenti anche nel territorio del Piceno:

  • Centri Antiviolenza (CAV): offrono ospitalità, consulenza psicologica e legale gratuita per intraprendere un percorso di uscita dalla violenza (di seguito il link al sito con i contatti e le informazioni degli orari di apertura: https://www.ontheroad.coop/news/press-kit/brochure-violenza-donne/; al termine dell’articolo le locandine con tutti i recapiti telefonici e gli indirizzi);
  • Pronto Soccorso: punto di riferimento per ricevere cure mediche immediate, referti protetti e supporto psicologico (es. unità di psicologia clinica);
  • Servizi Sociali territoriali: per assistenza e supporto nel territorio di residenza;
  • Centro Famiglia e altri servizi diocesani: è possibile inoltre recarsi presso il Centro Famiglia, presente a San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno e Comunanza, per avere supporto psicologico ed essere indirizzate a sportelli specifici del territorio (di seguito il link al sito con i contatti e le informazioni degli orari di apertura: https://www.centrofamigliasbt.com/).

Siamo chiamati tutti – uomini e donne – ad acquisire consapevolezza e a trasformare l’indignazione in consapevolezza ed azioni. Lo dobbiamo a tutte le donne che non abbiamo saputo salvare. E a tutte quelle che possiamo ancora proteggere.

 

 

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