DIOCESI – Si è concluso ieri, 19 Marzo 2026, l’Itinerario Formativo Interdiocesano promosso dalle Diocesi del Piceno dal titolo “Per una Chiesa più missionaria e più sinodale”.
Dopo l’incontro di Novembre “Vorrei solo essere ascoltato”, dedicato ai giovani e curato da Paola Bignardi, e l’appuntamento “Come ripensare il Primo Annuncio agli adulti e ai giovani”, tenuto a Febbraio da don Ivo Seghedoni, ieri sera, alle ore 19:00, presso la Sala Parrocchiale Giovanni Paolo II della chiesa Sacro Cuore, a Centobuchi di Monteprandone, gli operatori pastorali hanno incontrato mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena – Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e presidente del Comitato Nazionale per il Cammino Sinodale in Italia.
Il Cammino Sinodale delle Chiese italiane: lievito di pace e di speranza
Introdotto da don Gianni Croci, delegato episcopale per la Pastorale e referente diocesano del Cammino Sinodale per la Chiesa di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, nella prima parte della serata il vescovo Erio Castellucci, che al mattino aveva incontrato anche il clero del Piceno, con gli operatori pastorali presenti ha ripercorso le tappe del Cammino Sinodale delle Chiese Italiane ed ha aperto scenari di speranza per l’imminente futuro.
“Il sinodo non è tanto un libro o una serie di contenuti, ma uno stile – ha detto mons. Castellucci, riprendendo le parole di don Croci -. Uno stile iniziato sulla spinta di papa Francesco, il quale parlò di una Chiesa umile, disinteressata, nello stile delle beatitudini. Una Chiesa che – come aveva già scritto nell’Esortazione Apostolica ‘Evangelii Gaudium’ -, deve essere meno preoccupata di occupare spazi e più preoccupata di avviare processi, deve mettere al primo posto la realtà e poi l’idea maturarla dentro la realtà. Accenti a cui noi non eravamo molto abituati”.
Il vicepresidente della CEI ha dato anche alcuni numeri: “Da Ottobre 2021 a Giugno 2022, abbiamo raccolto oltre 200 sintesi diocesane, tra cui le vostre, quelle delle Diocesi del Piceno. I gruppi sinodali che si sono costituiti sono stati 50 mila ed hanno registrato la partecipazione di mezzo milione di persone, tra i quali ci sono stati molti operatori pastorali, ma anche persone che normalmente si sentono ai margini. La raccolta di tante esperienze ha rivelato due elementi molto belli e comuni a tutti: la condivisione del sogno di Chiesa e il desiderio di relazione.
La condivisione di un sogno di Chiesa: da partiti a membra, uniti nell’Eucaristia
Ricordando il biennio iniziale del Cammino Sinodale delle Chiese d’Italia, la cosiddetta fase narrativa, mons. Castellucci ha evidenziato come uno dei rischi maggiori che la Chiesa temeva era quello della polarizzazione:
“Ricordo bene che nel Consiglio Permanente della CEI si disse di partire, ma facendo molta attenzione, perché il Cattolicesimo Italiano è piuttosto polarizzato: tradizionalisti, progressisti, ultratradizionalisti, ultraprogressisti e qualche democristiano al centro. C’era il rischio che tutto si risolvesse nei partiti. Già, i partiti. I partiti sono una vecchia questione, già presente nella Prima Lettera ai Corinti, dove al capitolo 1° leggiamo: ‘Io sono di Paolo, io sono di Pietro, io sono di Apollo, io sono di Cristo, …’.
In realtà, ci siamo resi conto che tutto questo dentro al cammino Sinodale non è avvenuto nel cammino sinodale, forse perché chi sosteneva posizioni estremiste – da una parte o dall’altra – non ha creduto nel Cammino Sinodale e non ha partecipato: chi era ultratradizionalista, infatti, riteneva che il sinodo fosse un errore, una storpiatura democratica; al contrario, gli ultraprogressisti, pensavano che il sinodo fosse un passo inutile che non avrebbe portato a quel cambiamento auspicato di Chiesa che loro portano avanti. Di fatto ci sono state tante posizioni dentro al Cammino Sinodale, però sempre in chiave costruttiva.
In Italia – e non solo in Italia – esiste questa tendenza a collocare tutto a Destra o a Sinistra. Se si fa la veglia per la pace, è facile che partecipi soprattutto la Sinistra. Se si fa la veglia per la vita, viene la Destra. Ormai so già chi viene alle veglie! Ma non è solo il problema della veglia. Il problema è che nella Dottrina Sociale della Chiesa non c’è una Destra e una Sinistra. Chi è cattolico, anzi ancora prima chi è cristiano, dovrebbe, sulla base degli stessi principi, abbracciare la passione per la vita, per la famiglia e per l’educazione, che sono valori portati avanti classicamente dalla Destra, e i valori della giustizia, della pace e della cura del Creato, che sono invece valori portati avanti dalla Sinistra.
Al termine della fase narrativa, vissuta secondo lo stile dell’ascolto, attraverso la conversazione nello Spirito, ci siamo resi conto che chi ha partecipato al Cammino Sinodale nel primo anno, ha un animo cattolico, che vuol dire universale. Non ci si è polarizzati. Si è discusso molto, ma il passaggio fondamentale tra il capitolo 1° e il capitolo 12° della Prima Lettera ai Corinti possiamo dire di averlo sperimentato. Il capitolo 12°, infatti, ci ricorda che ‘siamo membra di un unico Corpo” con ruoli, funzioni e compiti distinti, ma tutti uniti. E ciò che ci unisce, ciò che ci preserva dal diventare partiti e ci aiuta a mantenerci membra, è la partecipazione all’unica Eucaristia, che è l’atto più sinodale che noi possiamo compiere. Non è un caso che, nel mezzo della Prima Lettera ai Corinti, tra il capitolo 1° e il 12°, ci sia tutta la lunga riflessione sull’Eucaristia”.
Il desiderio di relazione: sinodalità significa anche fare spazio a chi si sente ai margini
Ripercorrendo la seconda fase del Cammino Sinodale, quella sapienziale, il vicepresidente della CEI ha ricordato i cantieri sinodali, attraverso i quali è stato gettato “un ponte verso quei mondi che non sempre sono stati coinvolti nell’ambito ecclesiale. Penso al mondo delle professioni: imprenditori, lavoratori. Al mondo della scuola: dirigenti scolastici, insegnanti, professori universitari, studenti. Al mondo della comunicazione: giornalisti, artisti. Penso agli incontri nelle carceri e a quelli con gli operatori sanitari. Ci sono state migliaia di esperienze che dovranno diventare buone pratiche a disposizione di tutti, perché ci hanno fatto comprendere come sia possibile coinvolgere questi mondi, non per catechizzarli, ma per ascoltarsi a vicenda reciprocamente attorno a delle domande.
Ecco allora la bella sorpresa che si è verificata: il piccolo dono reciproco. Chi viene convocato, non si sente alunno di fronte all’insegnante, bensì si sente partner e comincia a chiedere, con più interesse, alla Chiesa cosa pensa su quel tema.
Purtroppo, pero, non siamo riusciti molto a coinvolgere il mondo delle povertà. Le Caritas hanno lavorato bene, ma hanno segnalato la difficoltà di riuscire a coinvolgere i mondi delle povertà perché probabilmente le nostre comunità cristiane non sono ancora mediamente così sensibili al tema delle povertà. Quando dico povertà, intendo indigenza, cioè la mancanza o la scarsità dei mezzi, ma anche le povertà affettive, morali e spirituali“.
Mons. Castellucci ha quindi richiamato la Lettera di Giacomo, sottolineando come “a volte le persone svantaggiate, che hanno una qualche povertà, non si sentano a loro agio nelle nostre comunità. Sinodalità, invece, vuol dire ascoltarsi a vicenda, aprirsi ai diversi mondi, fare spazio soprattutto a chi si sente marginale“.
L’orizzonte della Speranza: chiamati a vedere dal buio del sepolcro le fessure di luce della Pasqua
Ripercorrendo infine la terza fase del Cammino Sinodale, la fase sapienziale, mons. Castellucci ha ricordato che si è svolta attraverso gli organismi di partecipazione, che sono gli organismi per il discernimento comunitario: i Consigli Pastorali parrocchiali e diocesani; le assemblee parrocchiali, vicariali e diocesani; i consigli per gli affari economici; i diversi gruppi (Azione Cattolica, Scout, Caritas, cori, ..).
“Tre sono state le parole chiave su cui ci si è concentrati – ha detto il vescovo – e che stamattina ho ricordato anche ai sacerdoti: missione, formazione e corresponsabilità”.
In merito a questo ha precisato:
“Spesso pensiamo che l’attività pastorale sia rivolta all’interno, cioè al gregge che è già dentro l’ovile, mentre l’attività missionaria sia rivolta all’esterno. Già il Concilio Vaticano II aveva corretto questo modo di parlare, dicendo, per esempio, che ogni battezzato è missionario e che nella Chiesa c’è diversità di ministero, ma unità di missione. Non solo, precisando anche che il cristiano o è missionario o è dimissionario, cioè non è cristiano.
Il sinodo nazionale ha rilanciato questa idea sotto un orizzonte molto interessante, secondo me. Per riassumerlo in modo simpatico, lo direi così: ‘Basta con i brontoloni! Rimbocchiamoci le maniche!’. Questa frase significa no alle nostalgie di una cristianità strutturata, una cristianità di maggioranza che non c’è più! Uno dei problemi maggiori degli ultratradizionalisti, di chi ad esempio nega la legittimità dei papi o vuole la Liturgia in latino, è proprio questa nostalgia cronica che diventa lamento, brontolamento, specialmente nei confronti degli altri cattolici ritenuti troppo tiepidi. Questo crea divisioni. Assumere un orizzonte missionario significa avere fede che lo Spirito, anche oggi, semina germi di Vangelo nelle nostre comunità, non solo cristiane, ma manche civili. Negli ambienti di lavoro, di incontro, di cura, di vita. Lo Spirito Santo non va in pensione. Ci crediamo allo Spirito Santo o no?! Continuare a lamentarsi con nostalgia di una Chiesa che non c’è più contribuisce solo ad allontanare anche quei pochi che invece magari costruirebbero qualcosa di nuovo. Nel Libro di Isaia c’è una bella frase: ‘I brontoloni impareranno la lezione!’.
L’atteggiamento giusto è quello di leggere i germi dello Spirito Santo lì dove sono, cioè assumere un orizzonte missionario. Non un orizzonte che guarda al passato, che si raggomitola sugli allori dei tempi antichi, che spesso sono idealizzati; bensì un orizzonte volto al futuro, che sa leggere nel presente i germi del futuro che si vuole.
In questo orizzonte missionario ci è passata anche la voglia del conteggio. L’ansia del conteggio non è evangelico. Nei Vangeli, infatti, Gesù pone tante domande: 217 in tutto. Ma non c’è mai la domanda: ‘Quanti siamo?’. Il contarsi nella Chiesa può servire, ma non come bilancio di un successo o di un fallimento, bensì come spinta alla missione, per cambiare dei metodi e per rinnovarsi.
Se abbiamo capito qualcosa del Cammino Sinodale, è che non è il tema del conteggio quello che ci deve caratterizzare, bensì le relazioni.
Nelle sintesi diocesane di questi anni, abbiamo letto slogan molti belli sulle relazioni: ‘Più relazione e meno organizzazione’; ‘Più volti e meno programmi’; ‘Più cammini e meno steccati’. Non sono solo slogan, ma il riflesso di esperienze: o la Chiesa accoglie ed accompagna o rischia di assumere la logica mondana del conteggio, dell’esaltazione per i successi e della depressione per gli insuccessi. Una logica che non è ecclesiale“.
Ha quindi concluso il vescovo Castellucci:
“In questo Cammino Sinodale, che ha attraversato anche due crisi – quella pandemica e quella geopolitica – (oltre alle altre crisi collegate, quella climatica, quella migratoria e quella socio-economico-finanziaria), non sono emerse solo le fatiche, ma anche le risorse.
Nonostante le fatiche del ritrovarsi insieme durante la pandemia e la paura delle guerre che purtroppo sono ancora in corso, tuttavia il Cammino Sinodale nelle comunità cristiane si è svolto sotto l’orizzonte della speranza: non è un caso che papa Francesco abbia dedicato l’Anno Giubilare alla speranza!
Durante la pandemia abbiamo visto più volte sui balconi la scritta ‘Andrà tutto bene!’. Dopo un po’, ci siamo resi conto che non andava tutto bene. Quella che sembrava una speranza si è rivelata un’illusione! La speranza cristiana non è un auspicio compensatorio. Non è neanche semplicemente l’ottimismo! Può essere utile, ma è solo un atteggiamento psicologico. Al contrario, la speranza cristiana è una scelta ideologica ed è fondata sulla Pasqua di Gesù, che non evita la croce e il sepolcro, ma ci passa dentro.
La speranza cristiana è un realismo che non rimane schiacciato dalla realtà, bensì cerca di trovare delle fessure, che sono l’alba della Pasqua. Uscendo dalla metafora, per noi cristiani, vivere la speranza, nella pandemia o nella guerra, non significa facciamo finta di niente o incrociamo le dita; significa che, a partire da dove siamo, va costruita la pace, vanno risanate le relazioni. Questo è lo stile sinodale, lo stile missionario che deve rimanere, che poi si incarna alla formazione e alla corresponsabilità”.
E noi? Quali orizzonti di Speranza per la Chiesa del Piceno?
L’incontro si è concluso con un momento di dialogo sincero ed aperto tra il vicepresidente della CEI e gli operatori pastorali presenti.
Durante questa seconda parte dell’incontro, mons. Castellucci ha sottolineato l’importanza di superare l’idea che la parrocchia sia gestita solo dal parroco e ha ricordato le regole per comporre i Consigli Pastorali parrocchiali, affinché siano davvero organismi di discernimento comunitario e valorizzino il ruolo attivo di tutti i battezzati.
Rispondendo alle domande dei fedeli, il vescovo ha ribadito la necessità di camminare avendo presente un orizzonte di speranza e la centralità dello stile missionario, affinché la sinodalità non sia una parentesi, ma lo stile stabile della Chiesa.












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