DIOCESI – Apriamo oggi una nuova rubrica, “Questo non lo sapevo”, curata da Don Francesco Mangani, sacerdote della diocesi di Ascoli Piceno. I lettori possono inviare le loro domande all’indirizzo e-mail settimanaleancora@gmail.com oppure scriverle come commento a questo articolo.
Don Francesco, durante una cena con alcuni amici giovani uno di loro sosteneva con convinzione una lettura molto particolare della Bibbia: parlava di una Terra affidata a esseri chiamati “Elohim”, di esperimenti genetici su Adamo e di altre interpretazioni che riconduceva al testo biblico. Il giorno dopo ho scoperto che queste teorie sono diffuse da Mauro Biglino. Cosa si può dire, dal punto di vista biblico e cristiano, su queste interpretazioni?
Don Francesco Mangani risponde:
Ringrazio il lettore per la domanda. Nella società dei consumi anche il sacro rischia di essere trasformato in un prodotto culturale, adattato ai gusti e alle curiosità del pubblico.
In questo clima trovano spazio narrazioni sensazionalistiche che mescolano Bibbia, fantascienza e pseudo-storia, arrivando a interpretare i testi sacri come cronache di antichi astronauti o civiltà extraterrestri. Autori come Mauro Biglino si inseriscono in questa corrente, proponendo letture che isolano parole e immagini bibliche dal loro contesto storico e linguistico per costruire teorie suggestive ma prive di fondamento scientifico.
Per comprendere davvero la Bibbia è invece necessario collocarla nel suo ambiente originario: il mondo semitico del Vicino Oriente antico, la storia della trasmissione del testo e il metodo rigoroso dell’esegesi storico-critica. Solo dentro questo quadro è possibile valutare correttamente termini, racconti e simboli biblici e distinguere tra ricerca seria e interpretazioni fantasiose.
L’articolo che segue si propone proprio questo: offrire alcuni strumenti per leggere criticamente tali teorie e riscoprire la reale profondità storica e teologica della Scrittura.
Approfondimento:
Nell’ambito della società dei consumi si manifesta oggi un rischio estremamente pericoloso: quello di trasformare Dio in un prodotto, un pacchetto da esporre e vendere tra i tanti articoli proposti dal mercato culturale. Anche il sacro finisce così sugli scaffali del consumo. In questa logica — come osservava con lucidità Joseph Ratzinger — non è più Dio al centro, ma l’io con le sue voglie, le sue paure e le sue pretese. Nel cosiddetto Dio-supermarket tutto diventa funzionale al consumo e quindi alla soddisfazione immediata di un bisogno. Dio viene allora ridotto a una sorta di fornitore spirituale di benessere, una presenza che dovrebbe garantire comfort psicologico oppure legittimare le nostre fantasie. Fantasie spesso alimentate dall’immaginario “hollywoodiano” o da ideologie mediatiche assai diffuse, come la curiosità quasi morbosa sull’esistenza degli alieni o su presunte civiltà extraterrestri che avrebbero manipolato la storia dell’umanità in un epoca remota. Il sacro viene così degradato a intrattenimento culturale, mentre la teologia viene sostituita da una narrazione sensazionalistica che vuole suscitare emozioni, piuttosto che stimolare il pensiero alla ricerca autentica. Questa riduzione di Dio a prodotto della società dei consumi non solo è ingenua ma è culturalmente disastrosa. Essa sfrutta l’ignoranza biblica e teologica diffusa e rischia di confondere soprattutto i più sprovveduti. Il meccanismo retorico è sempre lo stesso: chi propone queste teorie si presenta come uno studioso “scomodo”, perseguitato da un presunto sistema accademico — spesso identificato con quello ecclesiastico — che avrebbe occultato la verità per millenni. Ed è dentro questa dinamica si colloca il fenomeno di una letteratura fantastica ambigua, che si nasconde furbemente dietro la maschera di una ipotetica ricerca storico-scientifica. Nel corso del XX secolo alcuni autori hanno sviluppato interpretazioni alternative della storia antica, sostenendo che molti miti e testi delle civiltà antiche non sarebbero semplici narrazioni religiose, ma il ricordo deformato di contatti tra l’umanità e civiltà extraterrestri o di eventi cosmici straordinari. Secondo queste letture, gli dèi delle tradizioni antiche sarebbero stati in realtà esseri tecnologicamente avanzati, e monumenti, simboli e racconti mitologici conserverebbero tracce di queste presenze. Tra i principali sostenitori di queste teorie vengono spesso citati Immanuel Velikovsky, Robert Charroux, Erich von Däniken e, infine, Zecharia Sitchin. Quest’ultimo porta l’ipotesi ancora più lontano: interpretando i testi mesopotamici come cronache storiche, afferma che gli Anunnaki, provenienti dal pianeta Nibiru, sarebbero giunti sulla Terra nell’antichità e avrebbero lasciato perfino strutture assimilabili a piste di atterraggio in Mesopotamia, oltre ad aver creato l’uomo tramite interventi di ingegneria genetica. Intorno a questa nebulosa si muove anche Mauro Biglino con le sue tesi che hanno rinnovano ai nostri giorni questo genere letterario. Nel suo caso non è il dato archeologico o le tavolette sumere a sostenere le sue teorie, bensì la Bibbia stessa. Il suo approccio ha la pretesa di essere “esegetico”, ma non si apre con un serio metodo storico-critico, piuttosto con una narrazione che somiglia molto più all’incipit di un film di fantascienza che a un dibattito scientifico. Ed è proprio questa costruzione narrativa, emotiva e provocatoria, a fare presa su un pubblico già predisposto a credere che dietro la Bibbia si nascondano antichi astronauti, complotti millenari e verità censurate. Più che esegesi biblica, siamo di fronte a una mitologia pop, travestita dalla solita ed inconsistente ricerca pseudo scientifica, funzionale al mercato.
Il “tessuto” storico-religioso del semitismo
Le teorie di Mauro Biglino possono essere comprese nella loro fragilità, solo se adeguatamente ricondotte dentro il quadro serio degli studi biblici, filologici e storico-religiosi. Il loro limite principale non sta tanto nel porre domande inconsuete, quanto nel proporre risposte costruite spesso su un metodo arbitrario: isolare singoli termini ebraici, leggerli fuori dal contesto letterario e storico, e reinterpretarli mediante categorie estranee al mondo antico, come l’immaginario extraterrestre con le loro tecnologie. Proprio contro questo rischio dell’arbitrarietà interpretativa, la Pontificia Commissione Biblica in un importante documento, sempre attuale, del 1993 dal titolo L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, ribadisce che la Scrittura va interpretata rispettandone insieme il carattere umano e divino, con una doverosa attenzione ai generi letterari, al contesto storico e al senso originario del testo, evitando letture superficiali, aprioristiche ed ideologiche.
La questione dei “masoreti”.
Per capire ancor meglio il terreno sul quale si muovono le interpretazioni distorte attuali è importante presentare brevemente la figura dei masoreti: tassello fondamentale nella storia della trasmissione dei testi biblici. I masoreti sono stati dotti e scribi ebrei, attivi principalmente tra il VI e l’XI secolo d.C.; a loro si deve la fissazione, vocalizzazione e conservazione del testo ebraico della Bibbia (Tanakh). Introdussero segni vocalici e diacritici (punti e trattini) per la corretta pronuncia e aggiunsero note filologiche (la Masora) per preservare il testo da errori di copiatura. Questo perché i manoscritti ebraici antichi erano trasmessi principalmente mediante una scrittura consonantica. Grazie proprio all’opera dei masoreti, per garantire una maggiore fruizione nella lettura del testo nell’ebraismo post diaspora, aggiunsero la vocalizzazione. Questo fatto non determina che il testo possa dire qualunque cosa, sostenendo arbitrariamente ipotetici errori di vocalizzazione fatta dei masoreti. La filologia semitica mostra il contrario: le consonanti costituiscono l’ossatura della parola, la grammatica limita le possibili vocalizzazioni, il contesto sintattico e semantico restringe ulteriormente il ventaglio delle interpretazioni, e il confronto con la tradizione manoscritta e con le lingue semitiche affini impedisce arbitri fantasiosi. Perciò il problema non è che “mancando” le vocali nei testi originali si possa far dire al testo ciò che si vuole, cambiando ipotetiche vocali alternative; il problema vero è l’uso ideologico di questa osservazione, per forzare significati che non reggono al vaglio scientifico ed ad una lettura del senso stesso del testo biblico. La Pontificia Commissione Biblica insiste proprio sul carattere rigoroso del metodo storico-critico, che non autorizza invenzioni, ma cerca il senso del testo nel suo formarsi storico e letterario.
La Bibbia un testo “semita”
Per capire la “genesi” dei testi biblici, bisogna compiere un ulteriore aprofondimento di carattere storico: la Bibbia prima di essere un testo “ebraico” secondo il senso comune, è nella sua composizione genetica un testo profondamente semitico. Nasce, cioè, nel grande alveo delle culture semitiche del Vicino Oriente antico, in un’area vastissima che tocca l’Egitto, Canaan, la Siria, la Mesopotamia e Babilonia. La lingua, le immagini simboliche, le istituzioni tribali, le forme cultuali, i modelli regali, i racconti delle origini e perfino molte espressioni religiose della Bibbia appartengono a questo orizzonte più ampio deve varie popolazioni semitiche diffuse nella zona. Ciò non sminuisce la rivelazione biblica; al contrario, la colloca nella concretezza della storia. La stessa riflessione cattolica, insiste sul fatto che la rivelazione entra nelle culture e nelle parole umane, non cade dal cielo magicamente, come testo già confezionato, ma si è formato nell’arco di secoli. In questo senso, la Bibbia manifesta realmente influenze culturali babilonesi, cananee, egiziane, su un terreno culturale e linguistico semita. L’esegesi scientifica ci ha aiutato a capire ancor meglio come i racconti di creazione, diluvio, regalità sacra, lotta contro il caos, simbolismo cosmico, montagna santa, tempio, deserto, mare, alleanza e benedizione etc.. si muovono dentro un mondo condiviso da vari popoli dell’antico Oriente. Molti testi (ad esempio la Genesi) non vanno di certo letti come testi astronomici o pseudo scientifici (è questo un errore che ha dato alito a molte devianze interpretative o letture denigratorie), ma come racconti allegorici e simbolici di verità sempre attuali. Costantemente riviviamo le dinamiche spirituali che sottendono i racconti della creazione. Aanche i testi Sapienziali mantengono, nonostante le forme arcaiche, tutta la loro fresca verità. Inoltre il metodo storico-critico, assunto e valutato positivamente dalla Pontificia Commissione Biblica, serve appunto a distinguere, dentro queste somiglianze, ciò che è patrimonio culturale comune e ciò che è rielaborazione specificamente israelitica del post esilio babilonese (586 – 538 a.C.), quando gradualmente tutto il materiale ha assunto una strutturazione più uniforme e completa, divenendo, con i dovuti riadattamenti, un testo più rappresentativo del nascente ebraismo storico che vide, dopo la ricostruzione del secondo Tempio a Gerusalemme, una identità “nazionale” più marcata. La Bibbia quindi non è un oggetto alieno spuntato fuori dal nulla; è un’opera storica, redazionale, stratificata, attraversata da tradizioni molteplici, da memorie, da riletture e da successive codificazioni.
Il “Pantheon” semita
Nel semitismo antico vi furono molte voci, molti culti, molte immagini del divino, molte tensioni tra politeismo, enoteismo, monolatria e progressiva affermazione di un Dio supremo. La Bibbia presenta spesso stratificazioni di questo mondo vario e complesso. Nella pluralità di voci, la tradizione semitica d’Israele testimonia un “filo rosso”: il progressivo emergere del Dio unico che rivela se stesso, parla di se, chiama il suo popolo, lo rimprovera come Padre, lo libera dalla schiavitù e stipula con esso una Alleanza. Per questo i testi più antichi possono ancora usare formule che mostrano tutta la “matassa” precedente in cui è emerso il filo rosso conduttore della Rivelazione: il Signore come “Dio degli dèi” o come vincitore sugli idoli delle nazioni; proprio attraverso queste forme storiche si prepara lentamente l’affermazione dell’unicità divina. È un processo lungo all’apparenza intricato, ma lineare da un punto di vista del pensiero teologico. Lo stesso Re Salomone ebbe “cedimenti” con idoli stranieri. Eppure l’unicità di Dio nel testo sacro è ben chiara. Un’altro esempio di questa “complessità lineare” è il celebre confronto con i culti cananei. La sfida tra Elia e i profeti di Baal sul Monte Carmelo (1 Re 18) è un episodio biblico chiave in cui il profeta Elia dimostra la supremazia del Dio d’Israele contro il culto idolatra introdotto dal re Acab e dalla regina Izebel. Tale episodio è uno dei luoghi decisivi in cui il semitismo, prima della deportazione babilonese, prende coscienza della specificità del suo Dio. Non si tratta semplicemente della vittoria di una divinità tribale sulle altre, ma del progressivo passaggio da un contesto semitico plurale alla confessione sempre più netta di un Dio unico, signore della storia, creatore del cielo e della terra, non riducibile ai cicli naturali né ai poteri di divinità locali. La fonte yahvista, che è parte dell’ossatura del testo biblico, soprattutto dei primi cinque libri, assieme alle altre grandi correnti tradizionali e redazionali, si inserisce dentro questo lungo travaglio storico-religioso. Il risultato finale non è la cancellazione della storia precedente, ma la sua reinterpretazione teologica che ha permesso di comprendere come Dio ha gradualmente parlato di se stesso, man mano che l’uomo maturava nell’esperienza della fede e nell’ascolto della sua Parola. Dio rivela il suo volto nel tempo, la sua Parola emerge dal chiaroscuro dalle tante parole e storie umane.
La lettura fantasiosa di Biglino
Questa premessa può aiutarci ad inquadrare meglio come certe teorie fantasiose si siano diffuse fin ai nostri giorni. Cercheremo di confutare le teorie di Biglino e di chi, come lui, parte da presupposti interpretativi, che a detta di molti studiosi cattolici e non, sono errati e non sostenuti da una esegesi scientifica del testo. Le loro “metodogie” presentano ben cinque presupposti non giusti da un punto di vista storico-critico.
Primo: esse tendono a estrarre parole dal corpo vivo della lingua e della tradizione.
Secondo: sfruttano il dato reale della scrittura consonantica per insinuare una libertà interpretativa che la filologia non concede.
Terzo: presuppongono a priori un immaginario moderno — alieni, ingegneria genetica, macchine volanti — che non nasce dal testo ma vi viene sovrapposto ideologicamente e faziosamente, secondo schemi “mitologici-fantastici” riletti in chiave contemporanea.
Quarto: non rispettano adeguatamente i generi letterari della Bibbia, che comprendono poesia, racconto teologico, simbolo antropologico, memoria cultuale, narrazione epica e profetismo.
Quinto: ignorano o strumentalizzano le proprie teorie non considerando adeguatamente che il testo biblico si chiarisce nella rete della tradizione semitica, nella storia di Israele e nella lettura ecclesiale, non nell’isolamento di singoli lessemi.
Le “teorie” più fantasiose.
Secondo l’interpretazione proposta da Mauro Biglino dei primi capitoli del Libro della Genesi, il termine Elohim, grammaticalmente plurale, non indicherebbe Dio in senso trascendente, ma una pluralità di esseri avanzati che avrebbero operato sulla Terra in epoche remote. Questi Elohim avrebbero prodotto o modificato geneticamente l’umanità (gli Adam) per ottenere esseri capaci di lavorare e obbedire, destinati allo sfruttamento delle risorse del pianeta. L’Eden sarebbe stato un territorio recintato o una sorta di laboratorio dove questi esseri conducevano sperimenti. Anche il racconto della creazione di Eva verrebbe interpretato come una procedura biologica di clonazione da parte di queste entità aliene evolute, mentre il passo di Genesi 6 sarebbe la prova di unioni tra questi Elohim e donne umane, dalle quali sarebbe nata una progenie ibrida. In sintesi, questa teoria riduce i racconti biblici a una, non si sa come, memoria antica di interventi tecnologici compiuti da esseri avanzati.
Allora come interpretare il termine Elohim?
Il termine Elohim, utilizzato come argomento centrale nelle interpretazioni di Mauro Biglino, per indicare una razza aliena evoluta, rappresenta uno degli esempi più evidenti di come una lettura linguistica isolata possa generare conclusioni arbitrarie e fantasiose, quando viene separata dal contesto filologico, storico e religioso della Bibbia. L’idea secondo cui Elohim indicherebbe necessariamente una pluralità di individui concreti, per lo più alieni— che non potrebbe mai essere riferito a una divinità singolare — non nasce da un’analisi rigorosa del linguaggio biblico, ma da una semplificazione linguistica che ignora, o meglio riadatta alle proprie teorie fantasiose, la complessità delle lingue semitiche antiche. Nell’ebraico biblico, infatti, la presenza di una forma grammaticale plurale non implica automaticamente una pluralità reale di soggetti. Le lingue semitiche del Vicino Oriente antico conoscono numerosi casi in cui una forma plurale viene utilizzata per esprimere intensità, grandezza, maestà o pienezza. Si tratta di un fenomeno linguistico ben attestato che non può essere ridotto alla logica elementare secondo cui “plurale significa molti individui”. I testi biblici mostrano chiaramente che Elohim, quando viene riferito al Dio di Israele, è quasi sempre accompagnato da verbi e aggettivi al singolare: Dio è pluralità “mistica” nella sua essenza, ma un soggetto singolare nella sua “personalità”. L’idea secondo cui antichi redattori avrebbero modificato sistematicamente i verbi per adattarli a una teologia monoteistica, lasciando però intatto il sostantivo plurale, appartiene più al campo della congettura narrativa che a quello della filologia. Non esiste alcuna evidenza manoscritta che supporti una simile operazione. Il linguaggio religioso antico non funziona come un manuale di matematica: è simbolico, intensivo, mistico, solenne. Ridurlo a un conteggio grammaticale significa fraintenderne completamente la natura reigiosa. In conclusione si ribadisce il concetto già espresso: estrarre una parola dal suo ambiente linguistico e costruirvi sopra un’intera teoria, è un’operazione che nessuna disciplina filologica considererebbe metodologicamente seria.
La “costola” di Adamo: una “clonazione” aliena?
L’autore ama inoltre insinuare, con creativa fantasia, un’operazione di tipo biologico o addirittura una sorta di clonazione genetica ante litteram per opera di alieni. La resa tradizionale della “costola”, presente nella Vulgata e anche nella traduzione CEI, appartiene alla storia della ricezione del testo, in quanto si sa che è un termine “errato” della celebre ed importante traduzione latina di S. Gerolamo. Il discorso è complesso e non è possibile nello spazio di un articolo approfondire più di tanto; tuttavia il termine ebraico tselaʿ significa normalmente “lato”, “fianco”, “parte laterale”, e in molti altri passi biblici indica proprio il “fianco” o il “lato” di strutture e oggetti, non una costola anatomica. Diversi studiosi fanno notare che in Genesi 2 il senso di “lato” è pienamente plausibile e illumina il racconto come immagine della comunanza di sostanza tra uomo e donna, non come referto chirurgico o laboratorio genetico.
Dio creò l’Adam
Il senso profondo del racconto biblico della creazione dell’uomo non può essere compreso se lo si legge come una cronaca materiale o come un racconto biologico. I primi capitoli della Libro della Genesi appartengono infatti al genere simbolico-teologico proprio della tradizione sapienziale e sacerdotale di Israele. Nel primo racconto (Gen 1,26-27) Dio crea l’uomo come ’ādām, termine che non indica inizialmente un individuo maschile, ma l’umanità nella sua dimensione universale. La parola deriva da ’ădāmâ, la terra, e suggerisce che l’uomo è il terrestre, il terroso, colui che proviene dalla terra e che quindi esiste in relazione con il creato. L’essere umano è dunque presentato come creatura che porta in sé la fragilità della materia e insieme la dignità dell’immagine divina: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Fin dall’inizio la differenza sessuale non è un’aggiunta successiva, ma appartiene alla struttura stessa dell’umanità creata da Dio. Il secondo racconto (Gen 2,18-24) non contraddice il primo, ma lo approfondisce da una prospettiva diversa. Qui la narrazione si concentra sul mistero della relazione. L’essere umano, pur posto nel giardino e circondato dalle creature, sperimenta una solitudine radicale: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). In questo contesto compare il famoso episodio della “costola”. Come dicevamo il termine ebraico non indica una costola in senso anatomico, ma un “lato”, un “fianco”. Tuttavia il senso simbolico del testo non riguarda ovviamente un intervento chirurgico o biologico, bensì un’affermazione teologica molto più profonda. Dal fianco dell’uomo nasce la donna. Il racconto vuole indicare che la donna non è una creatura inferiore né separata nella sostanza, ma proviene dalla stessa realtà dell’uomo; maschio e femmina, della stessa carne (Gen 2,23). A questo punto il testo introduce i due termini per distinguere la sessualità dell’ādām; ’îš e ’îššâ (ish e ishah), cioè uomo e donna. Non si tratta semplicemente di due individui distinti, ma della differenziazione relazionale dell’unica umanità. L’essere umano, l’Adam diventa pienamente se stesso solo nella relazione con l’altro. Ci sarebbe altro da dire, ma quello che comprendiamo da una analisi del testo è che quando fu redatto secoli e secoli fa, l’intendo non era quello di presentarci un testo scientifico secondo la moderna concezione del termine. È un errore che spesso è stato fatto e che ha depotenziato la portata spirituale del testo biblico: il racconto della creazione non è “vero” in senso scientifico ma in senso spirituale, in quanto ci ricorda costantemente la “realtà” umana come essere tratto dalla terra, parte della stessa creazione. Nessuan clonazione, ma rivelazione di una verità antropologica fondamentale: l’uomo è un essere relazionale; uomo-donna, non è opposizione ma in complementarità. Il testo biblico non vuole spiegare come biologicamente sia nato l’uomo, ma chi è l’uomo davanti a Dio: creatura della terra, immagine divina, e soprattutto essere chiamato alla relazione con se stesso e l’altro da se: uomo-donna-creazione. La lettura di Biglino crolla inesorabilmente: leggere il testo come una clonazione aliena è pura mistificazione e ci allontana dal vero significato, sempre attuale da un punto di vista spirituale, sia di questo testo, sia di altri analoghi disseminati nella Bibbia.
Conclusione
Lo stesso schema si ripete anche per altri passi della Bibbia quando trasforma figure e visioni bibliche in presunti interventi extraterrestri. Ad esempio, con il racconto di Elia rapito dal turbine o con la visione di Ezechiele: episodi che appartengono al linguaggio teofanico e profetico della Bibbia, ma che nelle letture di Biglino vengono ridotti a descrizioni di mezzi tecnologici o UFO. Si tratta della solita rilettura arbitraria che sostituisce il significato religioso dei testi con categorie moderne estranee al mondo biblico. Non abbiamo spazio per ulteriori approfondimenti, tuttavia abbiamo condiviso alcuni dei limiti di tali interpretazioni. In realtà, ciò che queste interpretazioni rivelano non è tanto un segreto nascosto nelle Scritture, quanto il nichilismo contemporaneo che è sempre assetato nel tentativo vano di colmare il proprio vuoto con fantasie e teorie strampalate e sensazionalistiche che mescolano esegesi biblica, fantascienza, cultura pop e quella morbosità emotiva che non guasta. Ma la Bibbia non ha bisogno di essere trasformata in un racconto sugli antichi astronauti per risultare affascinante. La sua grandezza sta altrove: nel lungo e complesso cammino attraverso cui un popolo ha cercato di comprendere il mistero di Dio dentro la storia. Dalla Scrittura all’esperienza viva della Chiesa, l’uomo credente si rivela sempre come un essere in ricerca, desideroso, attraverso la fede in Dio, di conoscere il senso dell’esistenza stessa. Un viaggio che continua e che fa della Bibbia un testo tanto antico, quanto perennemente nuovo. Tuttavia anche chi non è credente capisce facilmente che la Bibbia merita di meglio che essere ridotta a un copione commerciale, per una saga di pseudo-alieni clonatori.




0 commenti