
Di Daniele Rocchi
La guerra nel sud del Libano continua a produrre una nuova emergenza umanitaria. Centinaia di migliaia di persone, 816 mila secondo le Autorità libanesi, sono state costrette a lasciare le loro case a causa dei bombardamenti e degli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano (Idf). Molti di loro stanno raggiungendo il nord del Paese, dove comunità e chiese locali hanno aperto le porte di parrocchie, scuole e strutture ecclesiali per offrire un riparo temporaneo. A raccontarlo al Sir è padre William Makari, sacerdote maronita del vicariato di Ehden-Zgharta, che vive nella città di Zgharta. Sposato, padre di due figli, il prete, insieme a sua moglie Sabine, si è subito attivato per accogliere gli sfollati. Lo stesso fecero durante la guerra del 2024. Nell’area stati attivati diversi centri di accoglienza per chi arriva dal sud del Libano, dopo viaggi di oltre 130 o 170 chilometri per fuggire dalle zone più colpite.
“Gli effetti della guerra – racconta il sacerdote – stanno pesando oltremodo sulla già difficile situazione interna libanese. I prezzi stanno salendo, dalla benzina al cibo, e questo rende tutto ancora più tragico. I moltissimi sfollati che arrivano vengono alloggiati nei rifugi messi a disposizione dalle autorità locali. Alcuni hanno trovato case in affitto, ma la maggior parte vive in strutture di emergenza”. La crisi si inserisce in un contesto già fragile: il Libano attraversa da anni una grave crisi economica e finanziaria che ha impoverito gran parte della popolazione e messo sotto pressione il sistema sanitario e sociale.
A Zgharta, racconta padre Makari, sono stati attivati almeno otto rifugi che ospitano oltre mille persone. “La popolazione locale sta aiutando le tante famiglie arrivate qui donando cibo, vestiti, materassi e coperte”. Molti degli sfollati avevano già vissuto la fuga durante il conflitto del 2024. “Raccontano che le loro abitazioni sono ridotte in macerie e che la guerra è scoppiata proprio quando avevano ripreso a ricostruire. Adesso hanno perso tutto di nuovo: case, lavoro, scuole, assistenza sanitaria. Non sanno come rialzarsi”.
Tra i più colpiti ci sono le persone con disabilità e i bambini con bisogni speciali. Un aiuto concreto arriva dal “North Autism Center”, diretto dalla moglie di padre Makari, Sabine Saa, che lavora con bambini autistici e fa parte della “National Autism Community” libanese, con il supporto della ong francescana Pro Terra Sancta.
“In questi giorni Sabine sta girando tra i rifugi – spiega il sacerdote – per individuare bambini autistici o con altre disabilità e portarli nel centro, dove possiamo offrire un’accoglienza e un sostegno più adeguati”. Finora ne ha incontrati almeno quaranta. Nel centro e nei rifugi è attiva una rete di volontari e operatori che si occupa anche della preparazione dei pasti. “Non tutti i rifugi dispongono di cucine. Solo ieri sono stati preparati e distribuiti pasti per 800 persone”.
- Libano (Foto Makari/Sir)
- Libano (Foto Makari/Sir)
- Libano (Foto Makari/Sir)
La guerra sta colpendo anche la vita quotidiana del Paese. “Le scuole e le università sono chiuse e le lezioni sono online – racconta ancora padre Makari, che insegna italiano – perché è troppo pericoloso muoversi. I nostri studenti sono molto impauriti”.
A rendere ancora più pesante il clima è stata la morte di padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, nel sud del Libano, ucciso in un bombardamento mentre soccorreva un fedele. Ieri si sono svolti i funerali. In un messaggio inviato per le esequie il patriarca maronita, card. Boutros Bechara Rai, lo ha definito “un pilastro della Chiesa” la cui scelta di restare è “la testimonianza del rifiuto della guerra brutale tra Hezbollah e Israele, di cui i libanesi fedeli alla loro patria pagano il prezzo loro malgrado”. “È morto – ribadisce padre Makari – per restare vicino alla sua gente. Come lui anche altri sacerdoti hanno scelto di rimanere nei villaggi per accompagnare la popolazione”. Nel sud sono stati colpiti anche diversi luoghi di culto, una ventina secondo stime non ufficiali, spesso a causa dei combattimenti nelle vicinanze. Intanto le autorità militari invitano la popolazione a lasciare le zone più esposte perché non è possibile garantire sicurezza.
Nonostante tutto, nel nord del Libano la solidarietà continua. “Noi siamo pronti ad accogliere tutti, senza distinzioni – afferma il sacerdote –. La nostra città è prima di tutto libanese, abitata anche da tanti cristiani, e siamo un popolo abituato a convivere”. Per padre Makari la risposta della comunità passa da gesti semplici ma essenziali: accoglienza, aiuto concreto e preghiera. “Accogliere chi arriva e pregare perché la guerra finisca presto. Questo è ciò che dobbiamo fare adesso. Questa è la nostra speranza”.







0 commenti