Di Paride Petrocchi
DIOCESI – Un pomeriggio di intensa partecipazione e riflessione ha segnato l’incontro promosso dal Servizio Apostolato Biblico diocesano sul tema della Croce e del crocifisso nell’arte cristiana. Numerosi i presenti nel salone del Monastero Santa Speranza delle Sorelle Clarisse di San Benedetto del Tronto, segno di un interesse vivo per un argomento che attraversa la fede, la storia e la cultura.
A guidare l’approfondimento è stato il prof. Marcello Panzanini, docente di Storia della Chiesa antica e medievale e membro di redazione di Parole di Vita, studioso appassionato di storia e iconografia cristiana. Il suo intervento ha condotto i partecipanti in un percorso che ha intrecciato Bibbia, teologia e capolavori artistici di ogni epoca.
L’incontro si è aperto con due citazioni bibliche poste come chiave di lettura: il Servo sofferente descritto dal profeta Isaia – «uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia» – e le parole del Vangelo di Giovanni: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Tra questi due estremi – lo scandalo che respinge e lo sguardo che salva – si è sviluppata l’intera riflessione.
Il prof. Panzanini ha anzitutto ricostruito il significato storico della crocifissione nel mondo romano: una pena crudele e infamante, riservata ai non cittadini e concepita come monito pubblico. In questo contesto si comprende perché i primi cristiani non abbiano scelto subito la croce come simbolo della loro fede.
Nei primi secoli, infatti, la comunità cristiana preferì simboli più discreti, come il pesce (Ichthys), acrostico di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”, e l’ancora, segno di speranza. Solo progressivamente la croce divenne il centro della rappresentazione cristiana, trasformandosi da strumento di morte a segno di vittoria.
Particolarmente suggestiva la lettura delle prime raffigurazioni: la croce gemmata, simbolo glorioso dopo l’epoca costantiniana; i mosaici di Ravenna, dove la croce appare già trasfigurazione e trono regale; le immagini in cui Cristo è rappresentato vivo, con gli occhi aperti, a sottolineare la vittoria sulla morte.
Ampio spazio è stato dedicato alle dispute dei primi secoli sulla natura di Cristo e alla controversia iconoclasta, che mise in discussione la legittimità delle immagini sacre. Attraverso opere come il crocifisso di Santa Maria Antiqua a Roma, con Cristo rivestito del colobion orientale, è emersa la profondità del dibattito su come raffigurare il Figlio di Dio: vero uomo e vero Dio.
Con il Medioevo e la predicazione di san Francesco e san Domenico, la rappresentazione della croce cambiò ancora: il Cristo divenne sempre più umano, sofferente, segnato dal dolore. Nei crocifissi di Giunta Pisano il corpo appare pesante, il capo reclinato, la morte reale e concreta, in risposta anche alle eresie che negavano l’umanità di Gesù.
Il percorso ha attraversato i secoli fino all’età moderna e contemporanea. Dalla Trinità di Masaccio, dove l’intera Trinità partecipa alla Passione, alla forza drammatica di Zurbarán e Tiepolo; dalla lettura teologica della Riforma in Cranach fino alle reinterpretazioni di Gauguin e Picasso.
Particolarmente toccante l’analisi della “Crocifissione bianca” di Marc Chagall (1938), in cui il Cristo crocifisso diventa simbolo delle persecuzioni del popolo ebraico, segno di un Dio solidale con ogni sofferenza innocente. Il cammino si è concluso con il Cristo di Salvador Dalí, sospeso tra cielo e terra, ponte tra l’umano e il divino.
L’incontro ha offerto non solo un itinerario artistico, ma una vera catechesi visiva: la croce, da strumento di tortura, è divenuta nell’arte segno di salvezza, trono regale, albero di vita. Uno scandalo trasformato in luce.
Un messaggio in questo tempo di Quaresima: imparare a non distogliere lo sguardo, ma a contemplare quel volto trafitto che, nella fede cristiana, rivela l’amore di Dio per l’uomo.










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