ASCOLI PICENO – “Prima che diventi disagio, c’è un bisogno di autonomia che non siamo in grado di accogliere come comunità . E questo riguarda molti giovani che vogliono fare in autonomia rispetto alle loro famiglie di origine. Noi oggi, quindi, non stiamo commentando un fatto di cronaca, ma la morte di tre vite che si sono interrotte troppo presto: quella di due giovani adulti e della creatura che stavano aspettando. Due giovani che conoscevamo bene, a cui abbiamo chiesto e dato fiducia e da cui ci separiamo dolorosamente”.
Con queste parole, Giorgio Rocchi, direttore della Caritas di Ascoli Piceno, commenta la morte di Evandro Maravalli, di 29 anni, Maria Alejandra Nigrotti, di 32 anni, e la piccola creatura che portava in grembo, che sono stati ritrovati morti ieri mattina, Sabato 21 Febbraio 2026, lungo la sponda del fiume Tronto, ad Ascoli Piceno, nella zona sottostante via San Serafino, nei pressi del cimitero cittadino.
Maria Alejandra ed Evandro erano due giovani che, come altri, cercavano il loro posto nel mondo, volevano vivere in autonomia e avevano tanti sogni. Erano persone conosciute, seguite, a cui qualcuno dava attenzione, non invisibili.
“Forse è per questo che la notizia è entrata come una lama tagliente dentro tutti noi ieri, quando l’abbiamo appresa – spiega il direttore Rocchi -. D’altra parte, però, ognuno arriva a sera come può: in autonomia o con un sostegno, in solitudine o in compagnia, accolti oppure respinti. Al di là della storia che oggi ci interpella, ci sono tante altre storie simili che caratterizzano il nostro tempo. Storie che non sono un male necessario ed incurabile, quasi una conseguenza ineliminabile di questo tempo, da cui non possiamo ripararci. Sono storie che per taluni sono percepite come minaccia, se non sul piano dell’ordine pubblico, su quello dell’accoglienza. Questo dovrebbe aiutarci a riflettere sulla nostra incapacità di sgretolare i nostri pregiudizi“.
Spesso, infatti, anche in tante altre situazioni, il disagio ruba la dignità e i sogni delle persone che si trovano a dover sopportare, oltre al peso della loro fragilità , anche il senso di umiliazione, stigmatizzazione e marginalizzazione sociale che ne deriva. In tal senso il disagio isola: chi vive una certa condizione, spesso fa fatica a trovare una prospettiva per il futuro e sceglie di stare da solo, perché non sopporta il peso della vergogna, rendendo difficile l’accompagnamento.
Prosegue Rocchi: “In un mondo in cui sentiamo il bisogno di categorizzare sempre tutto, la tentazione delle parole facili, anche nei riguardi di quanto accaduto, è molto forte. Lo comprendo, però credo anche che abbiamo bisogno di fermaci in silenzio e in preghiera. Ci sono famiglie ed amici che soffrono: a tutti loro siamo particolarmente vicini. Per non rischiare che la comunicazione divori le storie personali, che il senso della notizia ingoi il sacrificio che le famiglie hanno fatto nei confronti di questi ragazzi, abbiamo anche bisogno di conoscere le singole storie, di guardare negli occhi, di avere impressi i volti, per farci aiuto e compagnia. In tal senso ci vengono in aiuto le parole di papa Leone XIV per la Quaresima, che richiamano ad un digiuno dalle parole e dai giudizi”.
Aggiunge il direttore della Caritas di Ascoli: “Viviamo una grande sensazione di vuoto. Più che di risposte, commenti e like, abbiamo bisogno di farci tante domande. Le prime a noi stessi.
Quanto spazio di accoglienza e condivisione siamo disposti a fare senza giudizio?
Quali e quante possibilità di prospettiva possiamo offrire ai nostri giovani?
Mi viene un mente la nota storia del giovane che sbaglia in un villaggio africano. Giunto di fronte al capotribù, questi gli chiede: ‘Figliolo, in cosa abbiamo sbagliato?’. Questa domanda ora la facciamo guardando il Cielo”.
Conclude il direttore Rocchi: “Mi auguro che i fari che si sono accesi attraverso questa notizia terribile, ci mettano nella necessità di guardare con amore i volti delle persone che ci passano accanto, nella consapevolezza di guardare il disagio, la vulnerabilità e le fragilità per coglierle ed essere di compagnia alle persone, affinché non siano lasciate in difficoltà e da sole. È questo il senso dell’accoglienza della comunità cristiana”.
Ascoltando le parole del direttore Rocchi, mi è venuto in mente Bartimèo, il cieco di Gerico (Mc 10, 46-52), che è prigioniero della sua storia passata e delle sue fragilità , della condizione esistenziale in cui si trova e dell’isolamento sociale a cui è costretto. Una condizione permanente di stallo e di tenebre che lo schiaccia a terra, costringendolo a mendicare, a ricordare ogni giorno le sue mancanze. Intrappolato in questa ragnatela di ferite fisiche, sociali, religiose e interiori, Bartimèo riuscirà a guarire dalla sua cecità e da tutte le altre sbarre che lo imprigionano, solo quando Gesù gli farà riscoprire la sua dignità di figlio di Dio. Solo allora balzerà in piedi, felice e pronto a rimettersi in cammino nella vita.
E noi come guardiamo l’altro?
Con uno sguardo che giudica, affossando ancora di più il suo cuore nel baratro della solitudine e della vergogna, o con uno sguardo che fa guarire, come lo sguardo d’amore che Gesù rivolge a Bartimèo?
Siamo capaci di guardare con uno sguardo che aiuta il cuore umano a riscoprire la sua dignità di figlio di Dio?
Siamo capaci di guardare con uno sguardo che non isola, bensì accoglie ed accorcia le distanze?
Siamo capaci di guardare con uno sguardo che fa guarire dalla tristezza, dal peso degli errori, da ogni fragilità che attanaglia il cuore e la vita delle persone?
Siamo capaci di guardare con uno sguardo che fa balzare in piedi e rimettere ogni uomo e ogni donna in cammino, verso la meta a cui tutti siamo diretti?
Leggi l’articolo:Â Ascoli la tragedia di Maria Alejandra, Evandro e del loro figlio… ripartiamo dalla stella marina





Clemente Fanesi
nessuno ha il diritto di giudicare il comportamento degli altri perché il modo di fare di ognuno di noi può non piacere ma va comunque rispettato e questo atteggiamento verso il prossimo ci farà crescere ciaooooo