Di Nicola Salvagnin

È una legge di principio, quella approvata dal Parlamento europeo tramite direttiva nel 2023, ora in fase di recepimento nell’ordinamento italiano: si tratta di rendere “trasparenti” le retribuzioni dei lavoratori, anche per evitare il discriminatorio gender pay gap, la differenza immotivata di retribuzioni tra uomini e donne.

Per legge di principio s’intende più una solida raccomandazione a fare questo o quello, più che una serie di norme che possano efficacemente centrare lo scopo. Per provarci, s’introducono obblighi di comunicazione e meccanismi di controllo che in Italia soffrono di reale efficacia: tali obblighi cessano per le aziende sotto i 100 dipendenti (la stragrande parte del nostro tessuto economico) e quanto ai meccanismi di controllo…

Il principio però è importante: i datori di lavoro devono essere trasparenti nella loro offerta occupazionale. Quindi comunicare con chiarezza le retribuzioni offerte, comprese di bonus, premi, ecc…; non richiedere le precedenti retribuzioni per chi sta cambiando lavoro; far conoscere le retribuzioni medie dei colleghi che svolgono le stesse mansioni, disaggregate per genere. E qui sta il punto del superamento dell’immotivato gap tra stipendi maschili e femminili, per identici lavori.

Questa differenza non potrà superare il 5% e questo riguarderà qualsiasi tipologia di lavoro, compresi i rapporti a tempo determinato, i lavoratori domestici, gli apprendistati, i contratti di lavoro somministrato e intermittente.

In sede di contrattazione collettiva, vadasé che non saranno tollerate discriminazioni di genere nei trattamenti economici, ma forse è questa l’area in cui sarà più facile “mettere a terra” queste normative. Per il resto si parla di “diritti di richiedere risposte motivate”, di comitati di monitoraggio, di collaborazione tra datori e rappresentanti dei lavoratori per adottare misure correttive, con questi ultimi che potranno chiedere ai primi ulteriori chiarimenti sui dati forniti ai lavoratori.

Considerando il tasso di sindacalizzazione delle piccole e medie imprese private in Italia, sembrano più princìpi di fondo. Ma non c’è dubbio che le indiscriminate differenze di retribuzione debbano semplicemente cessare, magari con norme – e adesso sta al legislatore italiano stabilire modalità realmente incisive, soprattutto a livello pecuniario – che tolgano ossigeno a pratiche che non hanno alcuna motivazione valida a sostegno.

Rimane il fatto che, come ha recentemente dimostrato il quotidiano Avvenire, la vera disparità sta nei percorsi di carriera, spesso lenti o bloccati per le donne. In Italia, a capo di una banca medio-grande non si è finora mai vista una figura femminile, tanto per dire.

Entra a far parte della Community de L'Ancora (clicca qui) attraverso la quale potrai ricevere le notizie più importanti ed essere aggiornati, in tempo reale, sui prossimi appuntamenti che ti aspettano in Diocesi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *