DIOCESI – “La pace inizia con la dignità“: questa frase non è solo il tema della XII Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, ma anche l’appello globale che papa Leone XIV rivolge a tutto il mondo per porre fine a fenomeni disumani come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, la coercizione forzata e la violenza esercitati da sfruttatori e trafficanti verso altre persone con lo scopo di ridurle alla prostituzione o ad altre forme di sfruttamento sessuale o con l’intento di condannarle al lavoro forzato, alla schiavitù o al prelievo di organi.

La ricorrenza, che cade Domenica 8 Febbraio, nelle Diocesi del Piceno è stata celebrata Giovedì 5 Gennaio 2026, con una veglia di preghiera interreligiosa che si è tenuta alle ore 21:00 presso i locali parrocchiali della comunità Maria Santissima Madre della Chiesa in Stella di Monsampolo.

Curata dalle Suore Oblate del Santissimo Redentore, l’iniziativa ha registrato la partecipazione del vescovo Gianpiero Palmieri, del responsabile del clero delle Diocesi Picene don Luigino Scarponi e del parroco don Andrea Tanchi. 

Presenti anche i volontari delle associazioni che si occupano di restituire dignità alle persone vittime di tratta. Tra questi anche Simonetta Sgariglia, presidente di “Kairos ODV“. 

Presenti infine alcune donne accolte dalle Suore Oblate.

Un faro di speranza per le donne schiavizzate e per tutti gli oppressi
La storia di Santa Giuseppina Bakhita

Ad aprire la veglia è stata la storia commovente ed appassionante di Santa Giuseppina Bakhita, una religiosa sudanese un tempo schiava, oggi faro di speranza per le donne schiavizzate e per tutti gli oppressi.

Nata in Darfur nel 1869, la piccola viene rapita a 7 anni da alcuni mercanti di schiavi che le danno il soprannome di Bakhita“, che in arabo significa fortunata”. Un paradosso, considerata la sua condizione, che però lei stessa in seguito rileggerà come dono della fede, riconoscendo nelle atroci sofferenze subite la “fortuna” spirituale della sua conversione.

Dopo aver cambiato padrone per cinque volte ed aver subito indicibili violenze e torture come schiava, nel 1885 arriva in Italia grazie al console italiano Calisto Legnani. Qui viene affidata prima alla famiglia Michieli, poi alle Canossiane di Venezia, dove si avvicina alla fede cattolica e riceve il Battesimo con il nome di Giuseppina.

Poiché la schiavitù in Italia è proibita, grazie ad un processo giudiziario, viene riconosciuta come libera. Entra così tra le Figlie della Carità di Canossa e nel 1902 viene destinata a Schio (Vicenza), dove svolge umili mansioni come cuoca e portinaia.

Nota per la sua bontà, il sorriso e la preghiera, muore l’8 Febbraio del 1947 e viene canonizzata nel 2000 da papa Giovanni Paolo II.

Oggi Santa Giuseppina Bakhita è la patrona delle vittime della tratta ed è considerata un simbolo di speranza e riscatto per tutte le persone schiavizzate, in particolare le donne.

Come rispondere alla chiamata morale e spirituale di porre fine alla tratta?
Le cinque candele da tenere accese

La serata è entrata nel vivo con la veglia interreligiosa curata dalle religiose della Congregazione delle Suore Oblate del Santissimo Redentore che sono presenti nel territorio piceno da oltre settant’anni ed operano con discrezione e sensibilità per contrastare il fenomeno della prostituzione, offrendo ascolto, sostegno e nuove possibilità di vita alle donne vittime di sfruttamento e schiavitù.

Cinque giovani, in rappresentanza dei cinque continenti, hanno acceso una candela ciascuno, pregando in particolare per un gruppo di persone vulnerabili e rappresentando ognuna un valore universale che costituisce il fondamento dei diritti inalienabili di ogni persona.

La candela della pace, associata all’Africa, è stata accesa per fare luce sulla condizione di molte donne e ragazze la cui dignità è stata ferita. Ad accompagnare questa invocazione è stata una preghiera cristiana, tratta dal Vangelo di Matteo: “Beati i costruttori di pace” (Mt 5,9).

La candela della fede, associata all’Europa, è stata accesa in onore di tutte le persone sopravvissute alla tratta, la cui resilienza ispira anche la trasformazione di molte altre vittime. Ad accompagnare questa orazione è stata una preghiera musulmana, tratta dal Corano: “In verità, con la difficoltà viene la facilità” (Surah Ash-Sharh 94:6).

La candela dell’amore, associata all’America, è stata accesa in memoria di tutti i bambini e le bambine la cui innocenza è stata rubata. Ad accompagnare questa implorazione è stata una preghiera induista: “Che tutti gli esseri siano felici e liberi dalla sofferenza” (Visuddhimagga 9.8).

La candela della giustizia , associata all’Asia, è stata accesa in suffragio di tutte le persone che sono alla ricerca della libertà e della pace. Ad accompagnare questa invocazione è stata una preghiera ebraica, tratta dalla Torah: “Giustizia, giustizia perseguirai!” (Deuteronomio 16:20).

La candela della speranza, associata all’Oceania, infine, è stata accesa per ricordare tutti i migranti, i rifugiati e le persone sfollate. Ad accompagnare quest’ultima intenzione di preghiera è stata una riflessione buddhista: “La speranza è un seme del risveglio; dalla compassione cresce il sentiero verso la libertà“.

“Custodire un sogno comune”
Le parole del vescovo Gianpiero Palmieri

A concludere la veglia è stato mons. Gianpiero Palmieri, vicepresidente della CEI e vescovo delle Diocesi del Piceno, il quale ha detto:

“Viviamo una situazione storica molto complicata per l’umanità, definita da molti ‘l’età selvaggia‘, ‘l’età del fuoco e del ferro‘, in cui il primato della forza e della violenza sembra regolare le relazioni tra le persone.

Noi allora stasera abbiamo fatto qualcosa di profondamente trasgressivo: abbiamo parlato di pace, fede, amore, giustizia e speranza. Abbiamo parlato cioè di qualcosa che, come una fiamma, dobbiamo sempre alimentare dentro di noi.  Questa luce è qualcosa che affidiamo totalmente a Dio, che ha messo nel nostro cuore tutto questo: tanto amore, tanto desiderio di pace e di giustizia, tanta fede e tanta speranza.

Aiutaci, Signore, ad andare controcorrente, a sentire che possiamo custodire questo sogno perché non siamo soli: anche Tu custodisci questo sogno che Gesù chiamava Regno di Dio e che Gesù ha annunciato a tutti gli uomini.

Allora ce ne andiamo via da qui stasera con una strana pace nel cuore. ‘Ma come?’ – potremmo chiederci -. ‘E la violenza? E la guerra? E lo sfruttamento? E la tratta? Perché questa pace nel cuore?!’ Perché è Dio che custodisce questo sogno. E quando Dio sogna nella storia, diventa realtà nei modi, nei termini e nelle possibilità che nella sua imprevedibilità Dio realizza per l’uomo.

Mentre incrociamo gli sguardi e le mani, siamo contenti di essere qui perché sappiamo che questo sogno è nel cuore di ogni essere umano. Crediamo, infatti, con tutto il cuore che nessuno voglia profanare il nome del Signore, attribuendo a Lui un desiderio di violenza, di sopraffazione, di guerra”.

Il fuoco acceso del carisma delle Oblate nelle Diocesi del Piceno
Il progetto sociale “Programma Oblate Adriatico”

Il progetto sociale “Programma Oblate Adriatico” si realizza in quattro diversi ambiti di intervento.

  • L’accoglienza, che avviene attraverso una casa di accoglienza che si trova a San Benedetto, “Casa Irene“, nella quale vengono ospitate donne vittime di tratta e sfruttamento. Attualmente sono otte le donne ospitate.
  • Il lavoro in contesti di prostituzione, che avviene attraverso l’unità di contatto, ovvero una unità di strada con la quale le Suore Oblate, insieme ad altri volontari e professionisti, si fanno prossimi alle persone che sono sulla strada e prendono contatti con loro.
  • La presa in carico territoriale, attraverso diversi strumenti. Allo sportello di ascolto vengono ricevute sia donne contattate in strada, sia donne ospitate in passato nelle case di accoglienza.  Con tutte si cerca di fare un intervento integrale a livello sanitario, psicologico, amministrativo e burocratico. C’è poi un centro diurno per dare strumenti di formazione e di autonomia in ambito scolastico, sanitario e professionale  a donne che altrimenti non avrebbero possibilità di farlo,  perché prive di documenti o perché hanno figli a casa o perché non conoscono la lingua o perché non riescono a trovare lavoro anche a causa di pregiudizi. L’obiettivo è rendere queste donne sempre più autonome ed indipendenti, attivando anche diversi tirocini di inclusione sociale, con dei percorsi formativi retribuiti che spesso sfociano in regolari contratti di lavoro.
  • La sensibilizzazione e l’incidenza politica attraverso iniziative come quella di Giovedì sera.

Attualmente il “Programma Oblate Adriatico” coinvolge cinque professionisti: Carolina, la coordinatrice del progetto; Mario, il responsabile legale della casa di accoglienza; Chiara, l’assistente sociale; Edi, l’educatrice; Francesca, la referente amministrativa. A loro si uniscono due volontarie e quattro Suore della comunità delle Oblate: Suor Charo, Suor Isabel, Suor Teresina e Suor Stella.

 

 

 

 

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