SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel dibattito acceso che in questi giorni attraversa la città sul tema dell’accoglienza e della sicurezza, sentiamo il dovere di riportare la riflessione su un piano più ampio e responsabile, lontano dagli allarmismi e dalle contrapposizioni che rischiano di semplificare problemi complessi.
È innegabile che esistano situazioni di degrado, disagio e convivenza difficile.
Le preoccupazioni dei residenti meritano ascolto e rispetto, perché nessuno può essere lasciato solo nel vivere quotidiano di spazi che dovrebbero essere sicuri e dignitosi per tutti. Allo stesso tempo, però, è necessario evitare che il racconto di queste situazioni alimenti una narrazione che identifica automaticamente fragilità e pericolo.
Una delle ferite più profonde del nostro tempo è proprio il rifiuto e la marginalizzazione delle persone più vulnerabili: migranti, persone senza dimora, uomini e donne segnati da povertà estreme, dipendenze, solitudini.

In una società che spesso condanna senza farsi carico, la Chiesa continua a scegliere la strada dell’accoglienza e dell’accompagnamento concreto, non per ingenuità, ma per realismo evangelico e sociale.
Molti episodi di degrado o di violenza nascono infatti dall’abbandono, dall’assenza di progetti strutturati e dalla mancanza di luoghi adeguati in cui le persone possano essere seguite, ascoltate, orientate. Lasciare uomini e donne a vivere per strada, senza servizi igienici, senza percorsi di reinserimento, senza una rete di responsabilità condivisa, non produce sicurezza: produce esclusione, tensioni e conflitti.
Accoglienza e legalità non sono alternative, ma devono camminare insieme. È chiaro e doveroso che chi delinque debba essere fermato con gli strumenti della giustizia e della legge. Ma se si vuole davvero prevenire il degrado e la criminalità, non basta l’intervento repressivo: servono politiche di accompagnamento, luoghi dignitosi, progetti educativi e sociali capaci di intercettare il disagio prima che esploda.
La comunità cristiana fa la sua parte, ma non può e non deve essere lasciata sola. La responsabilità è condivisa e chiama in causa istituzioni, società civile, servizi sociali e sanitari. Trasformare ogni proposta di accoglienza in un motivo di paura rischia solo di spostare il problema da un quartiere all’altro, senza mai affrontarne le cause profonde.

Il dibattito sul dormitorio presso la “casa del custode di Villa Rambelli”, come quello che riguarda altre zone della città, può diventare un’occasione preziosa: non per contrapporre cittadini e poveri, sicurezza e solidarietà, ma per costruire risposte serie, sostenibili e rispettose della dignità di tutti.

È questa la strada più esigente, ma anche l’unica capace di generare una vera sicurezza e una convivenza più umana.

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