“Da soli ci si sente piccoli e si può fare ben poco, ma quando le persone si uniscono, possono davvero diventare il motore del cambiamento. Non è una questione di schieramento politico: nessuno, da un estremo all’altro dell’arco parlamentare, direbbe mai che sia giusto mandare i bambini a scavare cobalto nelle miniere. È un tema che non dovrebbe nemmeno essere oggetto di dibattito ed è per questo che riteniamo fondamentale raccontare e far conoscere questa realtà a quante più persone possibile”.

A dirlo è Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise, a margine dell’incontro a Roma, dal titolo “L’Oro Blu del Congo: il prezzo umano del nostro progresso”, promosso dalla stessa associazione, sul fenomeno dei minatori bambini nella regione mineraria di Kolwezi. Nata nel 2017, Still I Rise ha aperto scuole in contesti di estrema fragilità come Siria, Yemen, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, per permettere a bambini e ragazzi di recuperare gli anni di scolarizzazione persi a causa di guerre e povertà. A differenza delle scuole di emergenza tradizionali, che spesso si limitano a fornire un’alfabetizzazione di base in strutture precarie, il modello seguito da Still I Rise punta su qualità e sviluppo di competenze trasversali. “Il metodo pedagogico – spiega Cicoli – trasforma la scuola in un luogo di appartenenza dove lo studente è il protagonista attivo del proprio apprendimento, mentre l’insegnante funge da mentore e facilitatore del senso critico”.

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