
Di Roberta Pumpo
Nella narrazione quotidiana della realtà e dei fatti di cronaca, la comunicazione non si limita a trasmettere informazioni. Il linguaggio è uno strumento potente che può aprire alla riflessione, influenzare le opinioni, ma anche causare danni. Pur mantenendo intatto il diritto di cronaca, non bisogna trascurare il fatto che l’insistenza su dettagli che nulla aggiungono alla notizia ha un impatto diverso in base a chi li ascolta e può arrivare a innescare l’effetto emulazione. Fin dal suo primo incontro con gli operatori dell’informazione, Papa Leone ha indicato la via di un giornalismo inteso come servizio alla verità, esortando a “disarmare” le parole, spogliandole di ogni violenza, nel pieno rispetto della dignità umana. Un richiamo alla centralità della persona è contenuto anche nel tema scelto dal Pontefice per il Messaggio della 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, “Custodire voci e volti umani”, pubblicato tradizionalmente il 24 gennaio, festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
Celebrazione che quest’anno cade in un momento storico in cui le cronache sono intrise di violenze contro giovani e donne. “La stampa può essere un grande alleato nella comprensione di fenomeni complessi attraverso una sobrietà nel trasmettere le notizie, ma soprattutto, fornendo un numero di telefono, un sito web, l’indirizzo di un luogo al quale potersi rivolgere, può aiutare altre persone vulnerabili a cercare aiuto”, riflette Maurizio Pompili, direttore dell’unità operativa complessa di psichiatria dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma.
L’invito è quello di “evitare il sensazionalismo”, adottare molta cautela, rispettare la dignità della vittima e la sofferenza dei familiari e non trascurare il fatto che le notizie “raggiungono un pubblico ampio e trasversale, compresi giovani, anziani e bambini. I mass media – prosegue lo psichiatra – possono svolgere un ruolo importante nella prevenzione, a patto di enfatizzare i messaggi corretti ed evitare quelli potenzialmente dannosi”. In riferimento alle notizie riguardanti casi di femminicidio, il monito dello specialista è quello di “evitare narrazioni emotive o romantiche. Espressioni come ‘delitto passionale’, ‘raptus’ o ‘amore malato’ spostano l’attenzione sui sentimenti dell’autore e trasformano la violenza in una tragedia privata, sorvolando sul fatto che il femminicidio è spesso l’esito di una lunga serie di eventi avversi all’interno della relazione. Occorre evitare la ricerca di presunte cause scatenanti che potrebbe creare ambiguità sulla responsabilità. Infine, il femminicidio non deve essere raccontato come un caso isolato o una tragedia privata, ma inserito nel contesto più ampio della violenza di genere, fornendo dati e riferimenti utili”.
È della stessa opinione Marzietta Montesano, referente Codice Rosa dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, la quale ritiene che ci sia “ancora molta leggerezza nel trattare questo delicato e complesso argomento. Narrare ciò che ha colpito l’intimo della persona che ha subito violenza implica una preparazione tecnica, etica, un’attenzione ed una particolare sensibilità al fine di non cadere in un abuso, in morbose descrizioni o indugiare in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo. È d’obbligo un uso corretto e consapevole del linguaggio che deve essere il più essenziale possibile, per evitare espressioni che anche involontariamente possano risultare irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili”.




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