Di Eva Maria Capriotti
I diritti dei bambini includono il diritto alla vita, a una famiglia, all’istruzione, alla salute, a giocare e a essere protetti da abusi, sfruttamento e violenza; vi è anche un altro diritto fondamentale: il diritto alla spensieratezza, ovvero a godere di uno stato d’animo di serenità, libertà da preoccupazioni e affanni, che si manifesta spesso con allegria e leggerezza.
In questo tempo assistiamo al crescente fenomeno dell’adultizzazione che lede questo diritto. Questo avvenimento, unitamente alla grande competitività della società e alla crisi relazionale in atto, vede molti giovanissimi vittime di stress, attacchi di panico e depressione: sono in crescita le somministrazioni di psicofarmaci nei ragazzini (pare che in otto anni siano raddoppiate) e il ricorso a specialisti.
Detto questo, voglio offrire una riflessione, riferendomi ai più grandi (perché mai mi sfiorerebbe l’idea di incasinare la testa degli infanti, nel rispetto del loro diritto alla spensieratezza), riflessione riguardo al dibattito sull’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole; intanto vorrei osservare: ma il tema in questione non è già trattato in molte materie e ampiamente affrontato nel vivere le relazioni quotidianamente in classe? Docenti e alunni non sono forse persone in carne e ossa, con sentimenti oltre alla ratio? Altra cosa: oggigiorno, già all’età di 10 anni, sono super informati e navigano con scioltezza su siti non adatti, condividendo video spinti (osceni) con amichetti e procurando a volte traumi psicologici impensabili a coetanei molto più sensibili e “non avvezzi” (perché più controllati e seguiti) e, cosa molto più grave, i ragazzi si fanno un’idea totalmente snaturata, fuorviata e distorta (ma di questo nessuno parla) di questo meraviglioso aspetto, la sessualità, che è parte integrante della vita di ogni essere umano.
Molti adulti pensano che la pornografia di oggi sia come quella di 15/20 anni fa, quando invece, con l’avvento del digitale, è altra roba: molto più violenta, blasfema, sessista, porta turbamenti profondi ed entra nella testa ossessivamente; per molti è un vero e proprio incubo e una dipendenza (ma di questo nessuno parla).
Ma allora, di fronte a una nuova generazione che si dimostra priva di empatia, carica di cinismo, incapace totalmente di discernere il bene dal male, addestrata a prevalere, primeggiare e pensare per sé, qual è il vero problema?
Il mio pensiero?
La totale assenza di adulti capaci di dialogare, di dare il buon esempio, che sappiano custodire e correggere.
Il tabù oggi non riguarda il sesso: il vero tabù è relativo alle emozioni, specie di fronte alla morte, al dolore a seguito di un rifiuto o di un fallimento. Il vero tabù è la sofferenza, che per ovvie ragioni non vorrebbe nessuno, tantomeno la si vorrebbe per i propri figli, ma è parte integrante della vita e non si può sempre nasconderla ed evitarla: bisogna preparare i giovani ad accoglierla, ad affrontare i momenti di buio, di sconcerto, di noia e apatia, parlandone.
Se non si parla di tutto questo, del senso profondo e del valore immenso della vita, come potranno, di fronte a situazioni complicate, particolarissime in cui si troveranno invischiati (perché arriveranno), tenere il giusto comportamento, prendere buone decisioni, corrette, positive e soprattutto avere la piena consapevolezza delle proprie scelte e delle conseguenze che seguiranno? Come potranno reagire, resistere e superare i vuoti interiori e tutte quelle ferite mortali dell’anima che non si vedono ma che scavano e non danno tregua?
Ci sono domande senza risposta che trovano pace solo nella vicinanza, nella rassicurazione di chi molto prima di noi si è trovato a passare per quelle “notti oscure”; nel sentirsi parte di una comunità che sa ascoltare, suggerire e incoraggiare, ci si rinfranca e, nella cura della propria interiorità, che non può restare imbavagliata, seppellita da strati di indifferenza troppo a lungo, ci si prepara alla vita, anche a cose scomode, complicate, dolorose, che non si possono evitare.
Mettiamo tutti un grande impegno per arricchire il nostro sapere, ampliare la nostra cultura (favoloso!), tanta premura e dedizione per mantenere una buona salute fisica e per l’aspetto (giustissimo!), ma per la nostra spiritualità cosa facciamo?
…Ma di questo nessuno parla!
Il contributo:
riflessioni della professoressa Elisa Cochetti.
Penso che si sia creato un fronte compatto formato da nuclei “pseudofamiliari” e da una società non più aggregante; insieme, nella loro carenza formativa e trasmissiva di ideali e principi, finiscono per filtrare e arginare la conoscenza di quello che è davvero la vita, nel bene e nel male, e dunque di ciò che essa significa, comporta e richiede. Troppo spesso si fugge da ciò che richiede responsabilità, maturazione di consapevolezze e da ciò che ci impone di affrontare la sconfitta, il dolore, la perdita, la morte.
Pare una società algofobica che fugge dal dolore negandolo e, nel fare questo, di certo non prepara agli inevitabili capitoli tristi dell’esistenza, ma conduce al dolore vero che distrugge senza ricostruire: quello legato alla perdita della bussola più intima e personale, al vuoto, all’“errare” tutto interiore, come è scritto da Petrarca nell’“Ascesa al Monte Ventoso”.
Se non ci abituiamo a fare i palombari, i cercatori d’oro, gli archeologi delle nostre esistenze, se non siamo pronti a scavare, a muovere con la piccozza su per l’“erta” pascoliana, come si possono maturare le competenze per la vita? Non è così che si maturerebbe l’“educazione emotiva” di cui tanto si parla. Al contrario, come si possono individuare i valori su cui incardinare – come dici tu – le scelte che la vita ci impone e i binari della nostra esistenza, che ci permettano di attraversare gioie e tristezze restando integri, seppur feriti?
Come si può pretendere che i più giovani (e non solo) sappiano riconoscere un senso a ciò che, nonostante i tempi, resta il dono più prezioso (resistiamo!)?
E neanche la fede può venire in soccorso, perché anch’essa sempre più vilipesa, rinnegata, sostituita. Cancellata.





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