OFFIDA – Continua il viaggio del nostro giornale nella conoscenza dei sacerdoti che hanno ricevuto nuovi incarichi; questa volta è stato il turno di don Giuseppe Bianchini che, da pochi giorni, è il nuovo parroco delle parrocchie di Offida, in particolare quelle di Collegiata, S. Lazzaro, Borgo Miriam e S. Maria Goretti. È stata una chiacchierata davvero piacevole in cui don Giuseppe ha raccontato la sua storia di vocazione, il suo modo di vivere la fede e come vorrà intrattenere il proprio rapporto con la parrocchia. Nel corso dell’intervista ha tenuto particolarmente a sottolineare l’importanza del movimento di Comunione e Liberazione (e nello specifico il gruppo degli Amici di Zaccheo).

Come sei diventato sacerdote? Come è stata la tua chiamata?

Io sono entrato in seminario a 27 anni dopo un percorso non completato all’università. Non vengo da una formazione strutturale cattolica, però l’ho vista come la necessità di una verifica sul fatto che ero adulto e non mi sembrava di aver intrapreso una strada. Questo ha portato alla conoscenza di almeno due sacerdoti che mi hanno colpito: don Basilio Marchei (parroco nel mio paese) e don Giuseppe Bagazzoli (assistente spirituale di CL all’università); sotto la loro sollecitazione, ho deciso di iniziare la verifica in seminario. Posso affermare che la scoperta della vocazione è avvenuta dopo: stando in seminario ho capito che quella poteva essere la vita per me. Ho fatto 6 anni di seminario ad Ancona e due a Roma al Pontifical Irish College, facendo una specialistica in Teologia Fondamentale e nel frattempo, dall’ammissione agli ordini, nel 2004, ho iniziato a vivere il servizio a Piane di Morro dove sono rimasto fino al 2022 attraverso tutte le tappe del percorso. Sono diventato sacerdote nel 2008 continuando i miei studi a Roma e, nel frattempo, dalla ordinazione sacerdotale, sono stato incaricato oltre che per Piane di Morro, anche a Caselle di Maltignano come amministratore parrocchiale. Finito il periodo di studi a Roma mi sono dedicato a queste due parrocchie aggiungendo poi l’insegnamento presso l’Istituto di Scienze Religiose. Nel 2010 sono diventato parroco a Piane di Morro, nel 2017 ho lasciato Caselle, rimanendo solo a Piane di Morro, ed ho cominciato ad lavorare presso l’Ufficio Scolastico della Diocesi e ad insegnare nelle scuole superiori la disciplina della Religione Cattolica.

Cosa significa la fede per te? Come la vivi quotidianamente?

La fede è dare del tu a Cristo, tenendo presente il Cristo reale. La fede la vivo come tutti: sfide quotidiane, come direbbe Cesare Pavese, con la banale vita di tutti i giorni che ti spezza le gambe. Nello specifico cerco di rifuggire fenomeni di religiosissimo astratto; come dicevo la fede è dare del tu a Cristo che, a sua volta, è il primo a darti del tu ed io cerco di rispondere seguendo fatti oggettivi.

Come vedi il ruolo della Chiesa nella società moderna?

La Chiesa è per certi versi parte della società moderna, è fatta di uomini comuni; d’altro canto, però pur essendo nella società essa è tenuta insieme da un cemento che non è di questo mondo. La differenza fondamentale è che la Chiesa è portatrice di un tesoro che dovrà sempre riscoprire. Una delle cose che dovrebbe fare la Chiesa è abbandonare la convinzione di essere moderatrice della morale; la Chiesa dev’essere testimone di altro…e di Altro.

Come gestisci lo stress e la pressione nel tuo ruolo?

Il primo tentativo è sempre quello di fare prove muscolari: ricordo gli anni dal 2009 al 2012 in cui ho speso tantissime energie ed ho sempre avuto la preoccupazione a fare bene. Per quanto riguarda la gestione di stress e pressioni mi rifaccio alle leggi della termodinamica: facendo un lavoro si produce energia; quindi, stress e pressione fanno parte del gioco. Non credo che si possa vivere normalmente senza avvertire stress o pressioni varie. So che mi fa molto bene aprirmi agli amici e, nelle grandi decisioni, cerco sempre di rifarmi a loro.

Come mantieni la tua spiritualità e fede in un mondo che cambia rapidamente?

La fede, per come mi è stata insegnata, è un giudizio: una persona può scegliere se dare un giudizio di fede, oppure no. La fede cresce rispetto alle circostanze; infatti, queste, seppur apparentemente impedenti, in realtà sono il fattore principale del cammino della fede: se oggi vado a scuola ed il 95% dei ragazzi si professa non cristiano, allora quella diventa la sfida e va accolta in modo intelligente. È chiaro che, quando una cosa cambia, uno può essere sbalzato o spostato ma, come dicevo, ho amici con cui condivido tutto. Riprendo quanto detto da Papa Francesco: “per educare un bambino ci vuole un villaggio”, ma quando il bambino è cresciuto ci vuole ancora il villaggio: l’adulto per crescere ha bisogno di una tribù e la mia tribù è quella degli Amici di Zaccheo, un gruppo di Comunione e Liberazione.

Come vedi il ruolo della parrocchia nella comunità?

La parrocchia è un ente territoriale ed ha un valore se la parrocchia, così come tutti i luoghi territoriali, ha la capacità di cogliere quanto gli accade intorno. La parrocchia, come dicevo per la Chiesa, se vuole ergersi a moralizzatrice del mondo non solo non è credibile, ma non è proprio il suo compito. La parrocchia è chiamata a testimoniare “Cristo è la nostra salvezza”, non solo dicendolo, ma anche facendolo vedere, vivendo da salvata; insomma, essa è chiamata a cogliere quei segni che lo Spirito Santo fa nascere. Non è la parrocchia l’ente produttrice del cristianesimo, ma è un posto fisico, un luogo di fedeltà dove si prega, si celebra la messa, si parla con le persone, è un luogo fondamentale che però non deve essere percepita come una “centrale nucleare”. È come se fosse un detector.

Quali sono le più grandi sfide che la tua parrocchia affronta oggi?

La prima sfida è quella di accogliere il disarmo: solo fino a 50 anni fa, la parrocchia era il centro vitale di un paese; oggi non lo è più e la prima grande sfida è accogliere questo dato. Se, invece, la sfida della parrocchia è come portare la gente in Chiesa, ecco che si snatura. Se la parrocchia accoglie il suo non essere più in primo piano nella vita sociale allora ecco che torna più umile e proficua. Io ho visitato paesi in cui il cristianesimo è fortemente minoritario, come nelle nazioni islamiche, ma lì paradossalmente, è fortemente vivo; nelle nostre parrocchie spesso più che ricchezza di vita, c’è ricchezza di iniziative e di attività… non è la stessa cosa. La sfida è cogliere di essere minoranza, accogliendola come minoranza e con gusto al fine di lavorare in maniera più serena e vivace.

Quali sono i temi sociali più importanti per te ad oggi?

Per me è decisivo che la Chiesa viva sempre di più come popolo; che un prete si implichi come uomo con altre persone non è sempre così facile a trovarsi. Un tema teologico può essere quello della vita della chiesa come vita di popolo. Secondo me la sfida più grande della Chiesa è recuperare oggettività nel rapporto con Cristo. Ti propongo un esempio: quanta gente è salita sul K2? Sicuramente poche. Il cristianesimo, invece, è per tutti. Ancora c’è l’idea che il cristianesimo sia un obiettivo da raggiungere o un cammino in cui da un punto A devi arrivare ad un punto B. Su questo la Chiesa deve lavorare perché, nel cristianesimo è il punto B che è venuto presso il punto A, è il K2 che ci ha raggiunto, non noi lui. Il cristianesimo non è la montagna da scalare, ma è la montagna che scende da noi.

Come vedi il rapporto tra la Chiesa e le altre religioni?

Ho avuto sempre contatto con tanti ambiti, non amo il concetto di rapporti di religioni per come si intende generalmente. Da antropologo ti dico che la religione è un fatto strutturale della persona, anche chi è ateo. Il fenomeno religioso inteso in senso classificatorio è poco interessante per me perché il piano del rapporto degli uomini è sull’umano; perciò, che sia cristiano, maomettano, induista o senza Dio l’uomo avrà sempre delle domande. La religione è avere delle domande e la Chiesa è testimone che è venuta una persona, Gesù, a dare risposte, ad accompagnare le nostre domande; quindi, la Chiesa che non ha ovviamente tutte le risposte, dovrebbe aiutare tutti a maturare le domande della vita. Noi cristiani siamo chiamati ad essere il più possibile adesi alla vita della Chiesa, che è il corpo di Cristo e questo corpo di Cristo serve a tutto il mondo. I cristiani e la Chiesa sono i segni di Cristo nel mondo per tutti. I rapporti tra me ed un ortodosso è che abbiamo le stesse domande, ed è fondamentale che la Chiesa aiuti tutti a riporre queste domande.

Cosa ti dà più gioia nel tuo ministero?

La cosa che più mi ha colpito è che, negli ultimi anni, ho incontrato questo gruppo di amici, gli Amici di Zaccheo, che è stata un’esperienza più ricca di cambiamenti. La cosa che mi dà più gioia nel mio ministero è quello di imparare ad essere più aperti: quando mi succede di imparare una cosa nuova sono sempre soddisfatto. Ministero deriva dal latino minus, servo, proprio per questo vorrei imparare a stare sempre più al posto mio, in mezzo al popolo. Imparando dal popolo di Dio.

Continua il viaggio del nostro giornale nella conoscenza dei sacerdoti che hanno ricevuto nuovi incarichi; questa volta è stato il turno di don Giuseppe Bianchini che, dal 10 gennaio, sarà il nuovo parroco delle parrocchie di Offida, in particolare quelle di Collegiata, S. Lazzaro, Borgo Miriam e S. Maria Goretti. È stata una chiacchierata davvero piacevole in cui don Giuseppe ha raccontato la sua storia di vocazione, il suo modo di vivere la fede e come vorrà intrattenere il proprio rapporto con la parrocchia. Nel corso dell’intervista ha tenuto particolarmente a sottolineare l’importanza del movimento di Comunione e Liberazione (e nello specifico il gruppo degli Amici di Zaccheo).

Come sei diventato sacerdote? Come è stata la tua chiamata?

Io sono entrato in seminario a 27 anni dopo un percorso non completato all’università. Non vengo da una formazione strutturale cattolica, però l’ho vista come la necessità di una verifica sul fatto che ero adulto e non mi sembrava di aver intrapreso una strada. Questo ha portato alla conoscenza di almeno due sacerdoti che mi hanno colpito: don Basilio Marchei (parroco nel mio paese) e don Giuseppe Bagazzoli (assistente spirituale di CL all’università); sotto la loro sollecitazione, ho deciso di iniziare la verifica in seminario. Posso affermare che la scoperta della vocazione è avvenuta dopo: stando in seminario ho capito che quella poteva essere la vita per me. Ho fatto 6 anni di seminario ad Ancona e due a Roma al Pontifical Irish College, facendo una specialistica in Teologia Fondamentale e nel frattempo, dall’ammissione agli ordini, nel 2004, ho iniziato a vivere il servizio a Piane di Morro dove sono rimasto fino al 2022 attraverso tutte le tappe del percorso. Sono diventato sacerdote nel 2008 continuando i miei studi a Roma e, nel frattempo, dalla ordinazione sacerdotale, sono stato incaricato oltre che per Piane di Morro, anche a Caselle di Maltignano come amministratore parrocchiale. Finito il periodo di studi a Roma mi sono dedicato a queste due parrocchie aggiungendo poi l’insegnamento presso l’Istituto di Scienze Religiose. Nel 2010 sono diventato parroco a Piane di Morro, nel 2017 ho lasciato Caselle, rimanendo solo a Piane di Morro, ed ho cominciato ad lavorare presso l’Ufficio Scolastico della Diocesi e ad insegnare nelle scuole superiori la disciplina della Religione Cattolica.

Cosa significa la fede per te? Come la vivi quotidianamente?

La fede è dare del tu a Cristo, tenendo presente il Cristo reale. La fede la vivo come tutti: sfide quotidiane, come direbbe Cesare Pavese, con la banale vita di tutti i giorni che ti spezza le gambe. Nello specifico cerco di rifuggire fenomeni di religiosissimo astratto; come dicevo la fede è dare del tu a Cristo che, a sua volta, è il primo a darti del tu ed io cerco di rispondere seguendo fatti oggettivi.

Come vedi il ruolo della Chiesa nella società moderna?

La Chiesa è per certi versi parte della società moderna, è fatta di uomini comuni; d’altro canto, però pur essendo nella società essa è tenuta insieme da un cemento che non è di questo mondo. La differenza fondamentale è che la Chiesa è portatrice di un tesoro che dovrà sempre riscoprire. Una delle cose che dovrebbe fare la Chiesa è abbandonare la convinzione di essere moderatrice della morale; la Chiesa dev’essere testimone di altro…e di Altro.

Come gestisci lo stress e la pressione nel tuo ruolo?

Il primo tentativo è sempre quello di fare prove muscolari: ricordo gli anni dal 2009 al 2012 in cui ho speso tantissime energie ed ho sempre avuto la preoccupazione a fare bene. Per quanto riguarda la gestione di stress e pressioni mi rifaccio alle leggi della termodinamica: facendo un lavoro si produce energia; quindi, stress e pressione fanno parte del gioco. Non credo che si possa vivere normalmente senza avvertire stress o pressioni varie. So che mi fa molto bene aprirmi agli amici e, nelle grandi decisioni, cerco sempre di rifarmi a loro.

Come mantieni la tua spiritualità e fede in un mondo che cambia rapidamente?

La fede, per come mi è stata insegnata, è un giudizio: una persona può scegliere se dare un giudizio di fede, oppure no. La fede cresce rispetto alle circostanze; infatti, queste, seppur apparentemente impedenti, in realtà sono il fattore principale del cammino della fede: se oggi vado a scuola ed il 95% dei ragazzi si professa non cristiano, allora quella diventa la sfida e va accolta in modo intelligente. È chiaro che, quando una cosa cambia, uno può essere sbalzato o spostato ma, come dicevo, ho amici con cui condivido tutto. Riprendo quanto detto da Papa Francesco: “per educare un bambino ci vuole un villaggio”, ma quando il bambino è cresciuto ci vuole ancora il villaggio: l’adulto per crescere ha bisogno di una tribù e la mia tribù è quella degli Amici di Zaccheo, un gruppo di Comunione e Liberazione.

Come vedi il ruolo della parrocchia nella comunità?

La parrocchia è un ente territoriale ed ha un valore se la parrocchia, così come tutti i luoghi territoriali, ha la capacità di cogliere quanto gli accade intorno. La parrocchia, come dicevo per la Chiesa, se vuole ergersi a moralizzatrice del mondo non solo non è credibile, ma non è proprio il suo compito. La parrocchia è chiamata a testimoniare “Cristo è la nostra salvezza”, non solo dicendolo, ma anche facendolo vedere, vivendo da salvata; insomma, essa è chiamata a cogliere quei segni che lo Spirito Santo fa nascere. Non è la parrocchia l’ente produttrice del cristianesimo, ma è un posto fisico, un luogo di fedeltà dove si prega, si celebra la messa, si parla con le persone, è un luogo fondamentale che però non deve essere percepita come una “centrale nucleare”. È come se fosse un detector.

Quali sono le più grandi sfide che la tua parrocchia affronta oggi?

La prima sfida è quella di accogliere il disarmo: solo fino a 50 anni fa, la parrocchia era il centro vitale di un paese; oggi non lo è più e la prima grande sfida è accogliere questo dato. Se, invece, la sfida della parrocchia è come portare la gente in Chiesa, ecco che si snatura. Se la parrocchia accoglie il suo non essere più in primo piano nella vita sociale allora ecco che torna più umile e proficua. Io ho visitato paesi in cui il cristianesimo è fortemente minoritario, come nelle nazioni islamiche, ma lì paradossalmente, è fortemente vivo; nelle nostre parrocchie spesso più che ricchezza di vita, c’è ricchezza di iniziative e di attività… non è la stessa cosa. La sfida è cogliere di essere minoranza, accogliendola come minoranza e con gusto al fine di lavorare in maniera più serena e vivace.

Quali sono i temi sociali più importanti per te ad oggi?

Per me è decisivo che la Chiesa viva sempre di più come popolo; che un prete si implichi come uomo con altre persone non è sempre così facile a trovarsi. Un tema teologico può essere quello della vita della chiesa come vita di popolo. Secondo me la sfida più grande della Chiesa è recuperare oggettività nel rapporto con Cristo. Ti propongo un esempio: quanta gente è salita sul K2? Sicuramente poche. Il cristianesimo, invece, è per tutti. Ancora c’è l’idea che il cristianesimo sia un obiettivo da raggiungere o un cammino in cui da un punto A devi arrivare ad un punto B. Su questo la Chiesa deve lavorare perché, nel cristianesimo è il punto B che è venuto presso il punto A, è il K2 che ci ha raggiunto, non noi lui. Il cristianesimo non è la montagna da scalare, ma è la montagna che scende da noi.

Come vedi il rapporto tra la Chiesa e le altre religioni?

Ho avuto sempre contatto con tanti ambiti, non amo il concetto di rapporti di religioni per come si intende generalmente. Da antropologo ti dico che la religione è un fatto strutturale della persona, anche chi è ateo. Il fenomeno religioso inteso in senso classificatorio è poco interessante per me perché il piano del rapporto degli uomini è sull’umano; perciò, che sia cristiano, maomettano, induista o senza Dio l’uomo avrà sempre delle domande. La religione è avere delle domande e la Chiesa è testimone che è venuta una persona, Gesù, a dare risposte, ad accompagnare le nostre domande; quindi, la Chiesa che non ha ovviamente tutte le risposte, dovrebbe aiutare tutti a maturare le domande della vita. Noi cristiani siamo chiamati ad essere il più possibile adesi alla vita della Chiesa, che è il corpo di Cristo e questo corpo di Cristo serve a tutto il mondo. I cristiani e la Chiesa sono i segni di Cristo nel mondo per tutti. I rapporti tra me ed un ortodosso è che abbiamo le stesse domande, ed è fondamentale che la Chiesa aiuti tutti a riporre queste domande.

Cosa ti dà più gioia nel tuo ministero?

La cosa che più mi ha colpito è che, negli ultimi anni, ho incontrato questo gruppo di amici, gli Amici di Zaccheo, che è stata un’esperienza più ricca di cambiamenti. La cosa che mi dà più gioia nel mio ministero è quello di imparare ad essere più aperti: quando mi succede di imparare una cosa nuova sono sempre soddisfatto. Ministero deriva dal latino minus, servo, proprio per questo vorrei imparare a stare sempre più al posto mio, in mezzo al popolo. Imparando dal popolo di Dio.

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