Quello che segue non è un esercizio di memoria a distanza, ma una testimonianza diretta: il racconto in prima persona di una bambina che ha vissuto gli ultimi anni Settanta nella Romania comunista. Attraverso lo sguardo dell’infanzia, emergono la quotidianità del regime, la scuola come strumento ideologico e, insieme, le piccole strategie di sopravvivenza emotiva che hanno permesso a un’intera generazione di resistere.
Sono alla fine degli anni Settanta, nella Romania comunista, e frequento la quarta elementare. Un sogno ricorrente mi accompagna e mi è caro: sono a bordo di una grande nave da crociera a due ponti che scivola lentamente lungo un fiume esotico. Appoggiata al parapetto osservo rive rigogliose, palme cariche di noci di cocco, tamarindi, acacie e piante di papiro animate da uccellini variopinti. Il cielo è di un azzurro intenso, la temperatura perfetta, una brezza leggera mi sfiora il viso.
Quel sogno custodisce il desiderio di evadere da una vita quotidiana modesta e regolata dalla penuria. Nasce dai libri che amo – Agatha Christie su tutti – e dai rari programmi divulgativi che riusciamo a vedere in televisione, come Teleenciclopedia. Il risveglio, ogni volta, è un piccolo dolore.
La mattina mi accoglie una voce ormai assente: mio padre, contabile a Hârlău, è già partito con il primo treno. Lo vedo solo di notte, quando noto il suo cappotto appeso all’ingresso. È nostra madre a trascinarci giù dal letto: la colazione è pronta, orzo caldo e pane spalmato di marmellata. Nonostante tutto, la nostalgia per la nave del sogno mi fa piangere di nascosto; asciugo in fretta le lacrime, per non mostrarmi debole.
La scuola dista appena trecento metri da casa. Le lezioni iniziano alle otto e terminano a mezzogiorno. L’aula è fredda, priva di riscaldamento; ci strofiniamo le mani per scaldarci. Siamo circa trentacinque alunni, guidati da un’unica maestra che insegna quasi tutte le materie — il francese entrerà solo dalla seconda classe. Quando la pazienza della docente si esaurisce, ricorre alla verga: la punizione corporale è una pratica allora accettata. Le ore scorrono intervallate da brevi pause di dieci minuti nel cortile. La merenda è un privilegio: solo occasionalmente posso permettermi le gogoși, le frittelle vendute dall’ambulante.
Negli ultimi anni Settanta la crisi alimentare si aggrava. Il piano di Nicolae Ceaușescu per estinguere il debito pubblico comporta l’esportazione massiccia delle derrate e un sistema di razionamenti sempre più rigido. Alla penombra e al freddo delle case si aggiunge la scarsità di cibo. Per ottenere anche una minima razione occorre affrontare code interminabili. Spesso io e mio fratello andiamo a prendere il pane per risparmiare ai nostri genitori la fatica e l’umiliazione dell’attesa: ore in piedi, talvolta inutili, perché la distribuzione può essere spostata senza preavviso. Eppure, la fila diventa anche luogo di socialità: i bambini giocano, saltano la campana, perdono il posto tra le proteste degli adulti e qualche sorriso inatteso.
La scuola è uno degli strumenti centrali del regime. Cultura, disciplina e preparazione professionale vengono esaltate; la frequenza è obbligatoria fino alla terza media, con il progetto di estenderla alle superiori. L’indottrinamento inizia presto: già a quattro anni si indossa la divisa dei «falchi della patria», simbolo di fedeltà al partito. Dai sette ai quattordici anni diventiamo «pionieri», immersi in manuali colmi di poesie e testi ideologici. Tra i quattordici e i diciotto anni, l’obiettivo è l’adesione all’Unione dei Giovani Comunisti, riservata a chi ha buoni risultati scolastici e una famiglia politicamente “adeguata”. Né io né i miei fratelli verremo mai considerati idonei, non per carenze nello studio.
Il programma scolastico comprende rumeno, matematica, fisica, chimica, biologia, lingue, disegno, sport e lavori manuali — ricamo per le ragazze, pirografia per i ragazzi – ma la filosofia è assente. Nelle scuole superiori la teoria si affianca al lavoro agricolo non retribuito: le cosiddette attività “patriottiche”, settimane di raccolta dell’uva o di altra frutta, che coinvolgono studenti, universitari e militari di leva. Gli edifici scolastici sono gelidi d’inverno e soffocanti d’estate; insegnanti spesso frustrati raramente coltivano le inclinazioni individuali. La scuola appare come un meccanismo uniforme, più interessato all’obbedienza che alla crescita.
Eppure, la vita conserva spazi di calore. L’inverno porta la neve e i giochi – slitte, pupazzi – e il Natale resta un’oasi di speranza. Il 24 e il 25 dicembre le celebrazioni religiose, malgrado la propaganda dello Stato, rimangono profondamente sentite. La vigilia è un rito collettivo: i bambini cantano la colinda — oggi patrimonio immateriale Unesco – di casa in casa; chi apre ricambia con dolci, pane, noci, qualche moneta. In famiglia addobbiamo l’abete solo a lavoro finito: la stanza viene aperta ai più piccoli solo quando l’albero è acceso, illuminato da luci a forma di stelle. Tra l’emozione e il profumo raro delle arance, scoperte solo a Natale, troviamo i regali: cappelli, guanti, sciarpe lavorati da nostra madre, qualche gioco. Per me, quell’anno, c’è un set di tazzine da caffè: una piccola meraviglia. La serata si chiude con canti a lume di candela e un sentimento profondo di gratitudine.
Il sogno della nave sul fiume resta il mio rifugio segreto, un luogo in cui l’aria è dolce e le sponde si allungano oltre la miseria quotidiana. Nella realtà fatta di file per il pane, scuole fredde e imposizioni del regime, trovo conforto negli affetti: il lavoro silenzioso dei miei genitori, le risate rubate tra fratelli, il calore raro delle feste. Come luci su un albero di Natale, queste piccole cose rischiarano l’inverno più lungo. Continuo a sognare la partenza, ma imparo anche a restare: con radici fragili e una speranza ostinata che mi accompagna, ogni giorno, fuori dal sogno.







Oana Balan
ce frumos ai povestit copilăria unei fete românce, in perioada " ceausista "! Erai mai mare față de noi, te vedeam ca și un idol, frumoasă, elegantă, atletica ( parca ai învățat la Eminescu?) Domul tata, Fron, cu servieta dumnealui, cu acea seriozitate de rămâneam toți plozii drepți, cu blândețea doamnei Fron...ce ne invita la masă...Si cu Marinela, sufletul meu pereche din copilărie...