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10 anni dal terremoto, al convegno di Arquata resta fuori l’inchiesta che scuote la politica

ARQUATA DEL TRONTO – «Tornare ad Arquata vuol dire ritrovare volti e parole. Ringrazio l’ANCI per questa opportunità e i sindaci, nei quali vedo coloro che ci sono sempre stati. Ho visto i sindaci nella disperazione di quel 24 agosto e nella desolazione di quel 26 ottobre, quando, tra polvere e pioggia, ho visto una popolazione andarsene. Il 31 ottobre li ho visti osservare decine di pullman con persone che lasciavano l’entroterra, portando con sé soltanto la speranza di poter tornare. Ho visto i sindaci lottare per le SAE che non arrivavano, perché aspettare significava poter rientrare in quei luoghi che sembravano perduti. Li ho visti felici quando hanno riaperto le scuole e hanno visto tornare i bambini. Se c’è stato un cammino della ricostruzione, è stato grazie alla presenza dei sindaci».

Con queste parole, pronunciate dalla giornalista Linda Cittadini, si è aperto il convegno “Centro Italia 2016-2026: il cammino della ricostruzione”. L’appuntamento si è tenuto venerdì 6 novembre 2026, a partire dalle 9:30, nella palestra della scuola “Specchio del Tempo”, nel borgo di Arquata del Tronto, segnato profondamente dal terremoto.

L’iniziativa, nata dalla sinergia tra ANCI Marche, ANCI Lazio, ANCI Umbria e ANCI Abruzzo, con il patrocinio di ANCI Nazionale, ha riunito rappresentanti delle amministrazioni locali, delle Regioni e del Governo. Un momento di confronto per tracciare un bilancio del lavoro svolto finora e mettere a fuoco le sfide che restano ancora aperte.

A guidare il dibattito sono stati i rappresentanti delle quattro sezioni regionali dell’ANCI: Marco Fioravanti, sindaco di Ascoli Piceno, presidente di ANCI Marche e presidente del Consiglio nazionale ANCI; Luca Masi, in rappresentanza di Daniele Sinibaldi, sindaco di Rieti e presidente di ANCI Lazio; Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila e presidente di ANCI Abruzzo; Federico Gori, sindaco di Montecchio e presidente di ANCI Umbria. Sono intervenuti anche i rappresentanti delle quattro Regioni: Francesco Acquaroli per le Marche, Manuela Rinaldi per il Lazio, Marco Marsilio per l’Abruzzo e Stefania Proietti per l’Umbria. A moderare l’incontro è stata la giornalista Linda Cittadini.

Un tema è rimasto sostanzialmente ai margini del convegno: l’inchiesta sulla ricostruzione, richiamata soltanto brevemente dal ministro Musumeci nel suo intervento conclusivo. Una questione importante, sulla quale avremmo voluto porre alcune domande ai protagonisti dell’incontro. Al termine dei lavori abbiamo quindi cercato un confronto con il commissario straordinario Guido Castelli, che inizialmente ha risposto alle nostre domande, interrompendo però successivamente l’intervista. Riportiamo di seguito la risposta ricevuta e le ulteriori domande che avremmo voluto rivolgergli, nella speranza che possa esserci un’occasione per riprendere il dialogo.

Saluti istituzionali

Il convegno è entrato nel vivo con i saluti delle autorità locali. A fare gli onori di casa sono stati Michele Franchi, sindaco di Arquata del Tronto, e Marco Fioravanti.

Sindaco Franchi: «Desidero rivolgere un saluto ai presenti, soprattutto agli organizzatori dell’evento, e un ringraziamento al mare che ci ha accolto nel bisogno: grazie, quindi, al Comune di San Benedetto. L’augurio è che il rapporto mare-montagna possa continuare a essere saldo come allora. Noi sindaci siamo chiamati a essere sentinelle del nostro territorio: viviamo il contatto diretto con i cittadini, siamo i primi a intervenire e i primi a essere sollecitati. Siamo il motore dell’Italia, la politica della presenza e dell’ascolto. Vorrei ringraziare l’ANCI per aver sostenuto l’emergenza nei momenti difficili, aiutandoci con una presenza attiva e costante. Siamo finalmente in una fase in cui tocchiamo con mano la ricostruzione e cominciamo a vedere i primi risultati. Vogliamo garantire un futuro alle nostre comunità».

Sindaco Fioravanti: «Ringrazio i colleghi dell’ANCI per aver organizzato questo incontro. Saluto e ringrazio il nostro vescovo perché, a dieci anni dal sisma, con le sue parole ha dato forza alle persone che ancora soffrono e hanno bisogno di ricostruire la speranza. Ringrazio il sindaco Franchi per averci ospitato. Non nego che sia stato complicato, perché le ferite di dieci anni fa sono ancora profonde. Ricostruire significa anche restituire la speranza di poter tornare e investire sul proprio futuro. Con le varie sezioni ANCI sembriamo un territorio unico, perché lavoriamo insieme e in sinergia, anche confrontandoci animatamente quando i tempi si allungano eccessivamente. Siamo chiamati a rompere lo steccato della burocrazia per poter ricostruire il più velocemente possibile. Ricostruire un territorio che va dalla montagna al mare significa, infatti, restituirgli un futuro».

Gli interventi dei presidenti ANCI e dei rappresentanti delle Regioni

Dopo i saluti istituzionali, la parola è passata ai relatori, i cui interventi sono stati suddivisi in due sessioni per favorire il confronto. La prima ha visto protagonisti i sindaci e i presidenti delle sezioni regionali ANCI delle quattro regioni coinvolte; la seconda ha dato voce ai rappresentanti delle rispettive amministrazioni regionali.

Luca Masi: «L’ANCI ha un fondamentale ruolo di supporto e ci sono tre elementi su cui è opportuno riflettere: il rafforzamento del ruolo dei sindaci (in questo senso abbiamo una legge che sostiene i piccoli Comuni del Lazio), il contrasto allo spopolamento e la gestione dei confini. Le nostre sezioni ANCI hanno collaborato strettamente, partendo dall’idea che condividere questo territorio e questa esperienza drammatica, ma anche costruttiva, rappresenti un’occasione in cui tutti possono dare il proprio contributo, offrendo supporto e sostegno.

La ricostruzione oggi si confronta con una complessità diversa rispetto al passato. Un dato che colpisce è la convivenza, nello stesso borgo, di ben otto generazioni, mentre un tempo la media era di cinque. Siamo chiamati a prestare la massima attenzione alla sicurezza, mantenendo al contempo la bellezza dei luoghi. L’impegno dei sindaci è paragonabile a quello di un manager, perché spesso devono “arrangiarsi”, facendo quello che possono con i mezzi a disposizione».

Sindaco Biondi: «Arrivando qui ad Arquata ho ritrovato un senso di familiarità, non solo per i colori delle montagne e le avvisaglie dell’inverno, ma anche per le esperienze già vissute con il terremoto del 2009: l’utilizzo di strutture polivalenti, il senso di provvisorietà dato da container e reti, i pezzi di città da ricostruire. Voglio dire a tutti i Comuni alle prese con questa sfida di guardare all’esempio dell’Aquila: il legame con la propria terra non è dato soltanto dalla contiguità geografica, ma anche da un carattere comune che ci chiama a essere forti e laboriosi.

In questo quadro i sindaci svolgono un lavoro essenziale. Tra le eredità più importanti del 2009 c’è la capacità di aver saputo valorizzare la governance del territorio. Prima del terremoto, L’Aquila era un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico e amministrativo, e tale fragilità si è accentuata con il sisma. Siamo comunque stati rapidi e reattivi nell’adottare le contromisure necessarie. Dopo il 2009 c’è stato un salto di qualità da parte dei sindaci dei territori circostanti e oggi il territorio abruzzese colpito dal sisma non ragiona più singolarmente, ma come un unico corpo.

Tornando al tema della fragilità, mi viene in mente la tecnica giapponese del riparare gli oggetti rotti con un filo d’oro. Questa tecnica rispecchia la situazione che viviamo come amministratori: in un periodo così complesso per lo Stato, ricevere risposte rapide non è affatto scontato.

Per quanto riguarda le città, viviamo un impegno quotidiano: i centri storici cambiano ed evolvono costantemente. Per questo rivolgo una critica all’approccio adottato dagli enti locali sia nel 2009 sia durante il terremoto del Centro Italia. Ricordo una grande rigidità legata al piano di ricostruzione, che inizialmente non esisteva. Allora dissi, da sindaco di un Comune di 500 abitanti, che avremmo dovuto approfittare della situazione per dare una definizione chiara al piano: dobbiamo essere i veri protagonisti della ricostruzione».

Sindaco Fioravanti: «C’è bisogno di un cambio di prospettiva e di mentalità: dobbiamo passare dalla polemica fine a sé stessa alla ricerca di soluzioni. La complessità sta nel fatto che non serve un’unica azione, ma tante azioni da portare avanti contemporaneamente. È qui che intervengono le sezioni ANCI e i relativi servizi.

Immaginiamo un ragazzo di trent’anni che, da Londra, vuole tornare ad Arquata: ha bisogno di servizi e di condizioni concrete per potersi insediare e investire. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato una grande opportunità per i Comuni, ma ha evidenziato anche una criticità: essendo stato calato dall’alto, ha proposto talvolta risorse e interventi poco compatibili con i territori ai quali erano destinati.

Oggi dobbiamo immaginare una piazza che abbia una doppia funzione: architettonica e di sicurezza. Credo che i confronti in corso vadano tutti nella stessa direzione: una visione lungimirante, ma al tempo stesso pragmatica e modificabile in base alle esigenze reali.

Possiamo ricostruire la bellezza delle nostre città e dei nostri borghi, ma l’Italia è già piena di luoghi bellissimi; dobbiamo quindi alzare il livello della proposta urbanistica, artistica e socioculturale dei nostri territori. C’è una grande fetta di persone che non ha vissuto determinate esperienze: farle conoscere e rivivere permette di mostrare e valorizzare il nostro territorio anche all’esterno. Siamo come Giano Bifronte: accogliamo e diffondiamo».

Sindaco Gori: «Il taglio dato a questa iniziativa offre un’idea chiara di come noi sindaci e amministratori vogliamo continuare a collaborare: una visione unitaria che permetta al territorio di immaginare il proprio futuro.

Vorrei evidenziare alcuni aspetti. Il sindaco Franchi ci raccontava delle storie, ma dietro di esse c’è il forte desiderio di immaginare il domani e di non rassegnarsi alle difficoltà, pur di continuare a vivere sul territorio e garantire i servizi. Noi, come sindaci e come ANCI, siamo chiamati a rivendicare proprio questo: nella fase che seguirà la conclusione del PNRR, come garantiremo questi servizi? A oggi abbiamo ricostruito molto, ma dobbiamo essere capaci di mantenere ciò che abbiamo realizzato finora.

Cerchiamo di capire come sostenere tutto quello che stiamo realizzando. Quanto è importante che i nostri cittadini continuino a vivere qui? Svolgere attività semplici e tradizionali è fondamentale per il mantenimento della nostra terra. Credo che sia necessario investire, anche dal punto di vista economico, in servizi che permettano alle persone di continuare ad abitare questi luoghi e di preservare la nostra cultura.

Come sindaci siamo chiamati a garantire la vivibilità. Concludo dicendo che non possiamo prescindere dal contributo umano: noi sindaci ci siamo e ci saremo, uniti al territorio in un unico grande abbraccio».

Assessore Rinaldi: «Credo che la prima cosa da fare sia ascoltare i sindaci e le comunità, stando in mezzo alla gente. Mi dispiace che, come Lazio, in quella fase iniziale non siamo stati capaci di ospitare adeguatamente i nostri cittadini e che questo abbia contribuito, in parte, allo spopolamento delle aree interne. Coloro che sono rientrati lo hanno fatto perché sentivano il peso dell’abbandono di quei territori.

Ora vedo molta voglia di riscatto e di ricostruire bene e in sicurezza. Abbiamo svolto un grande lavoro con i sindaci, arrivando anche a delocalizzare alcune parti del territorio dove, dal punto di vista idrogeologico, non era possibile ricostruire. Il lavoro da fare è ancora tanto.

Abbiamo studiato a fondo i territori prima di prendere le decisioni, perché l’idea di ricostruire tutto “com’era e dov’era” in alcuni casi non avrebbe avuto senso. Inoltre, abbiamo lavorato sulle infrastrutture e, seguendo l’esempio dell’Abruzzo, cerchiamo di ricostruire strade migliori, al fine di collegare i territori e garantire maggiore sicurezza.

A questo si aggiunge uno studio che stiamo portando avanti con il Governo, grazie alle risorse che il ministro Musumeci è riuscito a destinare a queste zone. Alcuni interventi sono già partiti, altri stanno per iniziare: tutto per garantire un domani migliore.

Quattro Regioni che lavorano in perfetta sinergia rappresentano qualcosa di unico: è il superamento di quelle vecchie forme di campanilismo che, fino a poco tempo fa, erano tangibili anche tra Comuni confinanti».

Presidente Proietti: «Siamo l’esempio di quella collaborazione istituzionale che mettiamo quotidianamente in campo, ed è proprio attraverso questa collaborazione che si vincono sfide come quella della ricostruzione.

Mi riallaccio alla tecnica giapponese citata in precedenza: il “filo d’oro”, che nasce dai nostri sforzi, deve diventare la rete di infrastrutture che lega il Centro Italia, ma anche la cultura della prevenzione nella ricostruzione.

Nel dramma che abbiamo vissuto dobbiamo vedere l’occasione per saldare l’Italia mediana. Siamo un territorio che possiede una bellezza immensa e moltissimo da offrire. Mi sento quindi di condividere pienamente l’entusiasmo dei sindaci. Come ha ricordato l’assessore Rinaldi, anch’io guardo con favore al percorso di collaborazione interregionale che abbiamo intrapreso».

Presidente Marsilio: «Quando, nell’aprile 2009, venni a conoscenza del terremoto, mi colpì un’affermazione: “Prima di dieci anni non si ricostruirà, quindi mettiamoci seduti senza aspettarci novità immediate”. Rimasi colpito negativamente: non volevo arrendermi a questa idea, ma, a distanza di anni, non posso che riconoscere che quella previsione aveva un fondamento.

Oggi abbiamo fatto passi avanti? Alcuni sì, anche importanti, come la Legge 40 che il Parlamento ha avuto il coraggio di approvare. Ma c’è bisogno anche di fare i conti con la realtà: alcuni meccanismi sono davvero troppo macchinosi e la gente rischia di rimanere in mezzo alla strada. Dobbiamo imparare a lavorare con maggiore semplicità.

Concludo con una nota di ottimismo: credo che il grande interesse che si sta manifestando verso le aree interne sia legato anche alla resilienza climatica di questi luoghi. Chiaramente, un altro investimento fondamentale da realizzare riguarda il settore delle infrastrutture».

Presidente Acquaroli: «Le emergenze sono imprevedibili, ma l’esperienza ci rende più preparati ad affrontarle. In questi dieci anni abbiamo messo a regime un sistema normativo, organizzativo e professionale, fondato su una rete di sinergie che ci ha portato fino a oggi.

La ricostruzione è importante per tutto il Centro Italia, un’area bellissima che rappresenta un patrimonio ambientale straordinario e secolare, nel quale sono fiorite comunità che hanno contribuito a custodire questa bellezza. Purtroppo, senza interventi adeguati, questo patrimonio rischia il collasso.

La ricostruzione deve quindi essere realizzata in sicurezza e diventare uno strumento per trattenere i giovani e le imprese, valorizzando tutto ciò che questi territori hanno da offrire. Le aree colpite dal sisma e, più in generale, quelle interne possiedono caratteristiche che altre zone non hanno: qualità della vita, spazi, tempi e qualità del lavoro.

Qui gli imprenditori offrono opportunità occupazionali ai giovani, garantendo loro la possibilità di lavorare vicino a casa. Non va dimenticato il patrimonio paesaggistico che, insieme alle infrastrutture adeguate, potrà offrire a questi territori una marcia in più».

Il vescovo Palmieri: la ricostruzione parte dalle persone

Ad arricchire il dibattito sono stati anche monsignor Gianpiero Palmieri, vescovo delle diocesi di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, e il senatore Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione del sisma del Centro Italia del 2016.

Vescovo Palmieri: «Lo scorso 31 ottobre abbiamo avuto un’udienza con Papa Leone e vorrei richiamare un’immagine che ci è stata lasciata: la ricostruzione di Gerusalemme dopo gli anni dell’esilio. C’era una Gerusalemme formata dai poveri rimasti e un’altra composta da coloro che, avendo vissuto a Babilonia, avevano assorbito una cultura completamente diversa.

La ricostruzione non è stata facile, ma l’unificazione è avvenuta perché sono state messe al centro le persone, i beni comuni e le relazioni. Il tempio è diventato l’elemento catalizzatore di questo processo.

Noi abbiamo il profondo desiderio che questi territori vengano ricostruiti dal punto di vista urbanistico, sociale e della fede. Vorrei ricordare come questo territorio stia resistendo. Partendo dall’esempio di Arquata, cito la presenza di tre suore che hanno deciso di stabilirsi qui; penso anche a don Paolo che, originario di Trisungo, ha scelto di tornare. Ci sono inoltre le iniziative della Caritas, promosse dai giovani della Pastorale giovanile della diocesi di Ascoli. Senza dimenticare, infine, le opere d’arte che dal Museo diocesano di Ascoli sono state riportate qui, nel Comune di Arquata.

Ricostruire soltanto attraverso l’archeologia significa condannare questo territorio al deserto; ricostruire rinnovando, invece, lo rende fruibile e vivo per tutti».

Il senatore Castelli

Senatore Castelli: «Questa giornata ha un significato particolare: non serve soltanto a fare memoria, ma a ribadire che la ricostruzione è un gioco di squadra. Io, come commissario, sono chiamato a coordinare questo lavoro per renderlo possibile.

La capacità di una governance sta nel neutralizzare i “cigni neri” che si alzano nel cielo e rappresentano un ostacolo. Pensiamo al Superbonus 110% o all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: eventi che ci hanno costretto a modificare, rivedere e far evolvere piani che avevamo già strutturato.

Danni così grandi non possono essere sanati in poco tempo: dobbiamo averne cura. La grandezza dell’ANCI è stata quella di sapersi immedesimare nello sguardo del sindaco, affinché ogni ricerca di vanità personale venisse meno a favore delle esigenze delle persone colpite dal terremoto.

Non si muore di terremoto, ma di case costruite male, non adeguate e impreparate ad affrontare queste situazioni. Per questo, lo slogan della nostra ricostruzione è essere pronti ad affrontare nuove scosse, affinché non ci siano ulteriori vittime.

Fin dal mio insediamento, il ministro Musumeci mi ha chiesto se, dopo otto anni, fosse ancora opportuno definire questa situazione come un’emergenza. Ha quindi promosso il superamento della fase emergenziale per tutte le ricostruzioni e devo dire che, in virtù di questa decisione, c’è stata una ricomposizione di tutte le misure. Sottolineo che, in questo modo, non deve esserci la preoccupazione di rimanere indietro.

Il Governo ha voluto evitare che la provvisorietà potesse produrre esiti inaspettati e per questo desidero rivolgergli un sentito ringraziamento. Concludo sottolineando che il fatalismo è il peggior nemico del nostro territorio».

Ministro Musumeci: «Si deve convivere con il rischio ed è nell’interesse del cittadino sapere come comportarsi in caso di emergenza»

Le conclusioni dell’incontro sono state affidate al ministro Nello Musumeci, titolare del dicastero per la Protezione civile e le Politiche del mare, che ha chiuso i lavori con un intervento dedicato soprattutto alla prevenzione e alla consapevolezza dei rischi.

«La mattinata è stata intensa sul piano dell’ascolto, un aspetto al quale attribuisco grande importanza. Dalle esperienze si apprende molto e, quando mi accosto alle esigenze del territorio, lo faccio con la predisposizione d’animo di chi deve saper intercettare ciò che viene vissuto giorno dopo giorno.

Quando sento parlare i sindaci provo un moto di rabbia, perché nessuno può immaginare fino in fondo i loro sacrifici. Non consiglierei nemmeno al mio peggior nemico di fare il sindaco.

Sono convinto che il tema della ricostruzione, fulcro del nostro incontro, presenti diverse sfaccettature: ogni territorio ha la propria interiorità e il proprio stato d’animo. Ho ascoltato tutto con grande rispetto, ma vorrei rimuovere alcuni luoghi comuni: quando si tratta di mettere in sicurezza il territorio, siamo di fronte a una bugia, perché non esiste un territorio totalmente sicuro. Evitiamo di dire che lavoriamo per azzerare l’esposizione al rischio: il cittadino, insieme alle istituzioni, deve contribuire attivamente alla sua riduzione.

Come può il cittadino contribuire alla sicurezza? Partecipando alle esercitazioni, creando un fascicolo del proprio fabbricato e verificando se la struttura sia adeguata ai rischi. Spesso questo non avviene a causa delle dinamiche del mercato immobiliare: una casa costruita senza rispettare le norme antisismiche vale meno.

Questa è la ragione per cui il fascicolo del fabbricato non è mai decollato: l’interesse per il valore immobiliare appare di gran lunga superiore al diritto alla vita e alla sicurezza.

E la prevenzione? Le persone preferiscono non parlare di morte, ma di vita e di allegria. Siamo sicuri che i rischi siano soltanto naturali? Se un’alluvione colpisce un’area deserta non c’è rischio, ma se interessa un’area popolata allora diventa una catastrofe. Dove c’è l’uomo c’è il rischio.

Come ha detto il senatore Castelli, non si muore di terremoto: se sei in mezzo a una piazza cadi e ti rialzi, se sei vicino a un muro non a norma puoi morire.

Dobbiamo renderci conto che viviamo su un territorio vulnerabile e che aver costruito bene non significa essere completamente al riparo da ulteriori calamità. La domanda da porsi non è “se tornerà”, ma “quando tornerà”. Si deve convivere con il rischio ed è nell’interesse del cittadino sapere come comportarsi in caso di emergenza.

La ricostruzione deve tenere conto di questa vulnerabilità intrinseca. Non potendo desertificare queste aree, dobbiamo lavorare per garantire il massimo livello possibile di sicurezza e qualità.

Tutte le ricostruzioni, dal Nord al Sud, costano troppo e durano troppo a lungo: serve pianificazione, che è la fase più noiosa e complessa. La Legge 40 serve proprio a questo, a dare regole certe. Fino allo scorso anno, infatti, si adottava una legislazione diversa per ogni singola calamità.

Ora abbiamo un codice della ricostruzione uguale dal Nord Italia fino all’ultimo lembo delle isole del Mediterraneo.

Vorrei concludere con una considerazione: negli ultimi cinquant’anni lo Stato ha speso 132 miliardi di euro per ricostruire i danni causati dalle diverse calamità. Mi chiedo: quanta prevenzione avremmo potuto realizzare con 132 miliardi? Quanto territorio avremmo potuto mettere in sicurezza con questa somma?

Questo dato dice molto sulla complessità e sull’impostazione, finora spesso invertita, della gestione del territorio, che comprende non soltanto gli edifici pubblici e le infrastrutture, ma anche le abitazioni private.

Serve ricostruire una chiesa nella quale nessun sacerdote potrà celebrare? Una scuola nella quale nessun ragazzo tornerà a lezione? Un territorio svuotato e devastato, che dopo dieci anni vede ancora aperti soltanto quattro o cinque cantieri, ha conservato il proprio spirito comunitario?

Lo Stato può mettere a disposizione le risorse, il commissario deve interpretare la volontà della base e il sentimento delle comunità. Dobbiamo lavorare ancora più rapidamente e con maggiore intransigenza.

Ci sono molte risorse e bisogna prestare grande attenzione: è necessario costruire e ricostruire nella trasparenza e nell’onestà. Ecco perché non ci turbano le vicende che apprendiamo dalla stampa: non abbiamo lezioni di moralità da imparare da nessuno.

Quello che è stato fatto qui nel Centro Italia, in termini di integrità e di provvedimenti di prevenzione, non è stato fatto in nessun altro cantiere, spesso anche su richiesta dello stesso commissario Castelli. Se ci sono mele marce, è giusto che vengano eliminate. Ringraziamo quindi la Magistratura per aver voluto accendere un riflettore su queste vicende.

Non ci fanno paura le indagini, ma le speculazioni politiche. Da questo punto di vista, sappia chi deve sapere che qui non temiamo contaminazioni.

Guardiamo avanti, forti della nostra storia. Possiamo commettere errori, ma sappiamo di poter guardare tutti negli occhi. La ricostruzione è un’impresa epocale, alla quale ognuno di noi offre il proprio impegno e le proprie disponibilità, ma deve essere considerata un’esperienza corale, un’esperienza di tutti».

Il confronto con il commissario Castelli: le domande rimaste senza risposta

Al termine dell’incontro abbiamo cercato un confronto con il commissario straordinario Guido Castelli per rivolgergli alcune domande sui problemi ancora aperti della ricostruzione e, in particolare, sull’inchiesta giudiziaria.

Domanda – Commissario Castelli, recentemente la comunità di Arquata è stata colpita da un lutto importante: Luciana è morta senza essere riuscita a tornare nella propria abitazione, rimanendo nella SAE che l’aveva accolta dopo il terremoto. Questa vicenda pone una questione umana, prima ancora che amministrativa. Che cosa rappresenta per lei questa situazione? Qual è la sua riflessione sulla condizione di chi, dopo dieci anni, non è ancora riuscito a rientrare nella propria casa?

Commissario Castelli: «Ma guardi, più che un’impressione, posso dire che mi dispiace molto per la signora Luciana. Come hanno detto tutti, a cominciare dal ministro Musumeci, quando una grande devastazione come quella determinata dai quattro terremoti del 2016 e del 2017 scarica tutta la sua violenza, non è mai pensabile di poter fare tutto e subito.

Chi lo ha detto o lo ha pensato all’inizio di questa ricostruzione ha detto una bugia. Ci vuole il tempo giusto. Il tempo che, dopo tante incertezze iniziali, ha probabilmente impedito alla signora Luciana di vedere la conclusione dei lavori nella propria abitazione.

Oggi, però, siamo in grado di dire che quel tempo che nessuno potrà restituire alla signora Luciana è un tempo che stiamo impiegando molto, molto efficacemente. Siamo alle prese con la ricostruzione di Arquata e di tante sue frazioni; anche Pescara finalmente la stiamo sbloccando.

Il nostro obiettivo è fare in modo che, nel frattempo, le comunità non si disperdano, perché il vero problema è il rischio che, dopo tanti anni, qualcuno decida di andare a vivere altrove».

Il commissario Castelli, a partire dalla seconda domanda, ha scelto di non proseguire, interrompendo l’intervista. Riportiamo di seguito le altre domande che avremmo voluto rivolgergli.

Le SAE, nate come sistemazioni temporanee, sono diventate per molte persone una soluzione abitativa protratta per anni. Qual è oggi il numero delle persone che vivono ancora nelle SAE nel cratere? Esiste un programma per accelerare il rientro nelle abitazioni e superare definitivamente questa fase emergenziale?

Una domanda provocatoria, ma che nasce da una questione concreta: chi vive da dieci anni in una SAE continua ad attendere di poter tornare nella propria casa. Perché, fino a quando anche l’ultimo sfollato non avrà fatto rientro nella propria abitazione, le istituzioni e chi ha la responsabilità della ricostruzione non dovrebbero condividere direttamente questa condizione, vivendo a loro volta in una SAE? Non sarebbe un modo per sentire ancora più forte l’urgenza di accelerare i lavori e comprendere concretamente che cosa significhi attendere per anni il ritorno a casa?

In un convegno dedicato al decennale della ricostruzione, come si può parlare del futuro del cratere senza affrontare nel concreto l’inchiesta «Ricostruzione» della DDA, emersa il 22 ottobre e richiamata soltanto di sfuggita dal ministro Musumeci nella parte finale del convegno? L’inchiesta ipotizza gravi irregolarità, corruzione e possibili infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici e privati.

Al di là delle responsabilità penali, che dovranno essere accertate dalla Magistratura, non ritenete che questa vicenda imponga una riflessione pubblica su ciò che non ha funzionato nei controlli, nella vigilanza e nel sistema di gestione della ricostruzione? E soprattutto: chi si assume oggi la responsabilità politica e istituzionale di verificare se il sistema abbia realmente protetto le risorse pubbliche e i cittadini del cratere dagli interessi della criminalità organizzata?

Sono domande che restano aperte e che riteniamo meritevoli di una risposta. Ci auguriamo che il commissario Castelli possa tornare sui temi sollevati e accettare una nuova intervista. Noi restiamo in attesa.