ARQUATA DEL TRONTO – Ieri, 6 Novembre 2026, le ceneri di Luciana Montino hanno fatto ritorno ad Arquata del Tronto dalla Casa Crematoria.
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Da nove anni Luciana, una donna forte e gentile, viveva in una SAE. Lo faceva con quella dignità silenziosa che apparteneva alla sua generazione, trasformando un modulo abitativo temporaneo in un luogo capace di conservare il calore domestico. Come ha ricordato sua cugina Eleonora sulla pagina Facebook dedicata alla città di Arquata del Tronto, c’erano il profumo dei dolci preparati con cura, le tende di pizzo a tombolo realizzate dalla sorella, le fotografie dei familiari disposte con attenzione sulle pareti. In quella piccola abitazione provvisoria aveva ricreato un frammento di casa, nonostante le difficoltà quotidiane e i limiti di strutture nate per essere temporanee ma diventate, per molti, una sistemazione di lunghissima durata.
Eppure Luciana avrebbe potuto fare ritorno nella sua vera casa già diversi anni fa. Abitava, infatti, nella zona dell’ex convento di San Francesco, nella frazione Borgo, dove si era trasferita negli anni Sessanta dalla Svizzera per amore del marito Nazzareno. Un edificio che fino al 2022 non risultava nemmeno perimetrato.
Afferma il figlio Massimiliano Merlonghi: “Purtroppo le lungaggini burocratiche hanno portato a questi tempi biblici per la ricostruzione. Le risorse economiche erano disponibili. L’impianto storico del borgo era rimasto in piedi. Non servivano grandi ripensamenti urbanistici né complesse elaborazioni progettuali: bastava restaurare ciò che esisteva, restituendo vita a un luogo che aveva conservato la propria identità. E invece il tempo è passato. Per colpa di chi? Di tutti e di nessuno! Anno dopo anno, si sono accumulati rinvii, indecisioni, confronti mai conclusi e riunioni annunciate ma mai realizzate. Un decennio consumato nell’attesa di firme, decisioni e progetti che tardavano ad arrivare, perché, ad ogni cambio dei vertici, cambiavano le regole e i progetti andavano adeguati. Soltanto quest’anno il progetto relativo all’edificio è stato infine presentato all’Ufficio Speciale per la Ricostruzione”.
Una vicenda che racconta, meglio di molte statistiche, il peso della lentezza burocratica e delle occasioni perdute in alcune aree del cratere sismico.
Ma questa non è soltanto una storia di ricostruzione mancata. È soprattutto la storia di una donna che custodiva la memoria di una comunità. Luciana era una delle ultime persone in grado di raccontare con affetto e precisione la giovinezza di intere generazioni di Arquatani, conservando ricordi, volti, episodi e legami familiari che rischiano oggi di svanire.
Chi l’ha conosciuta ricorda il suo sguardo dal raro colore verde e quella vitalità capace di conservarle un’eterna giovinezza nell’animo. Con lei se ne va una custode di memorie, un archivio vivente di affetti e relazioni che hanno attraversato decenni di storia locale.
Ma il dolore si accompagna anche a un senso di sconfitta. Come scritto dalla cugina Eleonora sui social, per anni, stringendole la mano, familiari ed amici le avevano ripetuto che sarebbe tornata a casa, che l’immobilismo prima o poi avrebbe lasciato spazio alle decisioni, che la ricostruzione avrebbe finalmente preso forma. Era una promessa dettata dalla speranza e dal desiderio di giustizia.
Quella promessa, però, non ha avuto il tempo di realizzarsi.
La vita terrena di Luciana è terminata, quando il tempo ha già consumato la sua attesa. E la sua vicenda diventa il simbolo di tutte le persone che, dopo il terremoto, hanno trascorso anni nell’incertezza, aspettando di riabbracciare la propria casa. Alcuni ce l’hanno fatta. Altri, come lei, hanno dovuto arrendersi prima.
Il suo ritorno consegna alla comunità una domanda difficile da ignorare. Una domanda che è quella del figlio Massimiliano, ma che è anche la domanda di molti altri Arquatani: “Quanto può essere lunga un’attesa prima di trasformarsi in un’ingiustizia? E quante storie come quella di Luciana restano ancora sospese tra la memoria di ciò che era e la speranza di ciò che avrebbe potuto essere?
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