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VIDEO Sant’Egidio, Don Luigi Maria Epicoco: “Ci accusano di esagerare con Maria e i Santi, ma attraverso di loro vediamo l’amore di Cristo”

SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – La fede, la maternità di Maria, la misericordia e la capacità di restare accanto a chi soffre sono stati i temi al centro dell’incontro di evangelizzazione con don Luigi Maria Epicoco, svoltosi ieri sera, mercoledì 28 ottobre, alle ore 20, nella chiesa del Sacro Cuore di Sant’Egidio alla Vibrata. L’appuntamento, promosso dall’Unità pastorale Santegidiese, ha offerto alla comunità un’occasione di riflessione sulla vita cristiana attraverso le parole di uno dei sacerdoti e divulgatori cattolici più conosciuti nel panorama ecclesiale italiano.

L’incontro è stato trasmesso anche in diretta streaming, consentendo a quanti non erano presenti in chiesa di seguire la meditazione a distanza. La realizzazione della diretta professionale è stata possibile grazie a Luciano Zucconi, con la collaborazione di Mafalda De Luca. A entrambi va il ringraziamento dell’Unità pastorale Santegidiese e dei sacerdoti per il contributo offerto alla riuscita dell’iniziativa e per aver permesso di raggiungere un pubblico più ampio.

Nato a Mesagne, in provincia di Brindisi, il 21 ottobre 1980, don Luigi Maria Epicoco è sacerdote dell’arcidiocesi dell’Aquila, teologo, filosofo e scrittore. Ordinato presbitero il 6 gennaio 2005 dall’allora arcivescovo Giuseppe Molinari, è docente di filosofia presso l’Istituto superiore di scienze religiose «Fides et Ratio» dell’Aquila e la Pontificia Università Lateranense. Dal 2008 al 2020 ha guidato la parrocchia universitaria di San Giuseppe Artigiano all’Aquila, accompagnando la comunità anche negli anni difficili seguiti al terremoto del 2009. Dal 2021 al 2023 è stato assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e ha collaborato come editorialista con L’Osservatore Romano. Autore di numerosi libri, si occupa di fede, spiritualità, relazioni umane e rapporto tra Vangelo e vita quotidiana.

Maria e i santi, riflessi dell’amore di Cristo

La meditazione è partita da una domanda che spesso accompagna la devozione cattolica: perché i cristiani attribuiscono tanta importanza a Maria e ai santi? Epicoco ha chiarito subito il significato di questa relazione, sottolineando come la venerazione dei santi non rappresenti un’alternativa a Cristo, ma una via per riconoscerne più concretamente la presenza e l’amore.

«Noi molto spesso, noi cristiani, cattolici, veniamo accusati di essere esagerati nei confronti di Maria o dei santi. C’è una cosa che è bene dire ad alta voce, anche per chiarirla a noi stessi: perché per noi è importante la figura di Maria? Perché sono importanti le figure dei santi? Perché queste figure, a partire da Maria e poi da tutti i santi, non tolgono nulla a Cristo. Anzi, è proprio attraverso di loro che restituiamo a Cristo la sua vera importanza».

Il sacerdote ha quindi spiegato che conoscere l’amore di Dio non significa necessariamente averne già fatto esperienza. Perché la fede possa incidere realmente nella vita, è necessario che quell’amore diventi concreto attraverso le relazioni, i gesti e la presenza delle persone che incontriamo.

«Quando pensiamo a Gesù e all’amore di Dio, inevitabilmente pensiamo a qualcosa di bello: è bello pensare che abbiamo un Padre, che siamo amati e che qualcuno ha dato la vita per ciascuno di noi. Ma questa informazione, se rimane solo un’informazione, non cambia la nostra vita. […] Come facciamo, allora, a fare esperienza di lui e del suo amore? Dio, per voler bene a quella persona, passa sempre attraverso gli altri: l’esperienza degli altri, le loro mani, il loro volto, la loro voce».

Epicoco ha richiamato, in particolare, il significato del battesimo, attraverso il quale il cristiano riceve il dono della vita spirituale e delle virtù della fede, della speranza e della carità. Queste, ha ricordato, non sono soltanto il risultato degli sforzi personali, ma un dono di Dio che ciascuno è chiamato a custodire e a far fruttificare.

Anche le relazioni umane, pur segnate da limiti e imperfezioni, possono diventare il luogo concreto in cui sperimentare questo dono. È lo stesso principio che permette di comprendere il ruolo di Maria e dei santi nella vita della Chiesa.

«Quando noi ci affezioniamo a un santo non è perché lo stiamo sostituendo con Dio, ma perché abbiamo l’impressione che quel santo, la sua vita, la sua esperienza, il suo modo d’essere, le sue parole, il suo carisma ci facciano capire di più Gesù, come se ci dessero un’esperienza di Gesù. Allora noi abbiamo un grande attaccamento a quel santo perché è la cosa che ci ricorda di più Cristo, non una cosa che ha preso il posto di Cristo».

Per rendere più immediata questa spiegazione, il sacerdote ha proposto l’immagine della luna, utilizzata anche dai Padri della Chiesa per parlare di Maria e della Chiesa: la luna non possiede una luce propria, ma riflette quella del sole. Allo stesso modo, i santi rendono visibile, attraverso la loro vita, qualcosa della luce di Cristo.

«I santi sono come un grande riflesso di questo sole. Il nostro attaccamento a loro e l’attaccamento al sole non sono un modo di confonderci o di sostituirlo, ma un modo di riconoscere questa luce. Tra tutte queste figure ce n’è una che, più di tutte le altre, ha la capacità di riflettere questa luce, ed è Maria. Lei ha un posto speciale perché, se tutti gli altri sono degli specchi con delle macchie, Maria invece è immacolata: il suo essere specchio è talmente pulito che la luce, così come arriva, viene riflessa a ciascuno di noi».

La maternità come relazione che genera vita

Il cuore della riflessione si è quindi concentrato sulla maternità di Maria, a partire dalle parole con cui i cristiani la invocano come madre di Dio e madre nostra. Per Epicoco, la maternità non può essere ridotta al solo fatto biologico di mettere al mondo un figlio: rivela qualcosa di essenziale sull’identità di ogni persona, che nasce e cresce attraverso legami e relazioni.

«La nostra vita è diventata possibile perché qualcuno l’ha resa possibile, perché qualcuno ha prestato se stesso, se stessa a ciascuno di noi, perché ciascuno di noi venisse al mondo. Questa potrebbe sembrare una cosa scontata, ma guardate le nostre vite: noi molto spesso viviamo in una grande disperazione perché non ci sentiamo di nessuno. […] Avere una madre, avere un padre significa renderci conto che la nostra vita non è semplicemente la somma di materiale biologico: la nostra vita viene da un legame, la nostra vita viene da una relazione».

Secondo il sacerdote, anche l’incarnazione rivela questa dimensione fondamentale. Dio, pur non avendo bisogno di attraversare la storia umana, ha scelto di entrare nel mondo attraverso una donna. Non si tratta soltanto di un gesto di umiltà, ma della manifestazione di un Dio che si rivela nella relazione.

«Dio è perfetto, siamo tutti d’accordo. Come si manifesta questa perfezione? In un legame, in una relazione. Ecco perché noi diciamo che Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo. Cioè stiamo dicendo che Dio è non solitudine, Dio è una grande relazione e, quando deve compiere qualcosa, usa sempre la materia delle relazioni per entrare, per agire, per compiere qualcosa. […] Dire che Maria è la madre di Dio non significa che lei abbia creato Dio, ma che attraverso di lei Dio è entrato nella storia e si è mostrato per ciò che è veramente».

Da questa consapevolezza nasce, ha spiegato Epicoco, anche la necessità di recuperare la dimensione relazionale della propria esistenza. La maternità e la paternità rappresentano due aspetti complementari: la prima richiama il dono della vita e la capacità di accogliere, la seconda accompagna la persona verso la libertà e la piena realizzazione di sé.

«Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia la vita e di qualcuno che ci aiuti a farla funzionare, questa vita. Abbiamo bisogno di una madre e di un padre». Un’esperienza che, secondo il sacerdote, si ripete lungo tutta l’esistenza, soprattutto nei momenti in cui la tristezza, l’angoscia, lo scoraggiamento o gli errori commessi fanno sentire come se si fosse perduta la capacità di andare avanti.

È proprio allora che diventa necessario un amore capace di rimettere in piedi, di ricreare e di restituire speranza. Epicoco ha identificato questo gesto con la misericordia, descrivendola come una maternità che torna a generare vita.

«In alcuni momenti della nostra esistenza abbiamo proprio, umanamente ed esistenzialmente, il bisogno che qualcuno ci ricrei, che qualcuno ci rimetta in piedi, che qualcuno ci dica: “Ti ridò la vita”. […] Che cos’è la misericordia? È la maternità che torna di nuovo a rimetterci in vita».

La fragilità non si giudica, si custodisce

Un altro passaggio della meditazione ha riguardato la capacità di prendersi cura della fragilità altrui. L’amore autentico, ha osservato Epicoco, non consiste nel pretendere che l’altro sia sempre forte o nasconda le proprie difficoltà, ma nel creare uno spazio in cui possa sentirsi accolto anche quando attraversa un momento difficile.

Il sacerdote ha ricordato che Gesù stesso, pur essendo Figlio di Dio, ha accettato di essere accudito: da Maria e Giuseppe durante la crescita, ma anche dagli amici e dalle persone che ha incontrato nel corso della sua vita pubblica. Ha citato, tra gli altri, Maria che gli unge i piedi, Marta che si prende cura di lui e gli apostoli che lo accompagnano nel Getsemani.

«Se il Figlio di Dio, che è Dio, si mostra come uno che ha bisogno di essere accudito, chi siamo noi per dire: “No, io non ho bisogno di nessuno”? Tutti abbiamo bisogno che qualcuno manifesti nei nostri confronti ancora una volta questa caratteristica materna, l’accudimento».

Un messaggio che riguarda anche le relazioni di coppia, le famiglie e le comunità cristiane, chiamate a riconoscere la fragilità non come un limite da nascondere, ma come una dimensione da custodire. La cura, ha sottolineato, si manifesta quando ci si prende carico dell’altro senza giudicarlo e senza costringerlo a fingere di stare bene.

«Quando le cose vanno male, una madre non se ne va: resta»

Il terzo aspetto della maternità di Maria approfondito da Epicoco è stato quello della permanenza accanto a chi soffre. Il riferimento è alla scena evangelica della crocifissione, quando Maria rimane ai piedi della croce mentre molti dei discepoli fuggono.

Il sacerdote ha spiegato che spesso, davanti al dolore delle persone a cui vogliamo bene, si rischia di allontanarsi non per mancanza di affetto, ma per l’incapacità di sopportare il senso di impotenza. Non sapere come aiutare, non riuscire a cambiare una situazione o a cancellare la sofferenza può indurre a evitare una telefonata, a rimandare una visita o a non farsi più presenti.

«Quando uno incrocia una croce, non vuole stare sotto la croce di una persona che ama. E questo non perché siamo egoisti, ma perché non sopportiamo di sentirci impotenti davanti al dolore delle persone che amiamo. Questo è il motivo per cui molto spesso noi ce ne andiamo davanti alla sofferenza delle persone a cui vogliamo bene. […] E invece qui si manifesta una caratteristica tipicamente materna: quando le cose vanno male, una madre non se ne va, una madre resta».

Da qui l’invito a guardare alle tante croci presenti nella vita quotidiana, a partire da quelle di chi affronta malattie, difficoltà familiari, solitudine o situazioni che sembrano impossibili da sostenere. Non sempre è possibile risolvere i problemi degli altri, ma è possibile evitare che debbano affrontarli senza nessuno accanto.

«Quanti crocifissi conoscete nella vostra vita? Beh, sappiate che tutti abbiamo una croce. A volte certe croci sono pesantissime. E noi dobbiamo domandarci, da cristiani, se quelle persone che portano croci pesanti le stiamo lasciando da sole. […] “Ma io non so che fare”. Ma non devi fare niente. Devi però esserci per quella persona. “Ma io mi sento male davanti a quella cosa”. Lo so, ma non sei chiamato a fare miracoli, sei chiamato a restare. Questa è la grande lezione di Maria sotto la croce».

Epicoco ha insistito sul fatto che la solitudine può rendere ancora più insopportabile una sofferenza già grave. Per questo, la riflessione non si è limitata alla dimensione personale, ma si è estesa alla responsabilità delle famiglie e delle comunità ecclesiali, chiamate a interrogarsi sulla propria capacità di accompagnare chi vive momenti difficili.

«Provo a immaginare come cambierebbe tutto se le persone si sentissero meno sole davanti a ciò che capita loro. Se noi fossimo capaci davvero di non lasciare da sole le persone nelle loro croci. […] Questo dovrebbe interrogarci tutti, perché tutti abbiamo bisogno di una madre. Cioè tutti abbiamo bisogno di un amore che non ci lascia da soli quando ne abbiamo bisogno. E questo a partire dalle nostre famiglie, dalle nostre relazioni. Ma io mi domando: le nostre comunità sono capaci di non lasciare da sole le persone che fanno parte di quella comunità? Perché, se noi non siamo capaci di restare, ci siamo persi una fetta importante dell’amore».

La presenza di Maria ai piedi della croce assume così un significato che va oltre la devozione: diventa un modello concreto di vicinanza, capace di non fuggire davanti al dolore anche quando non è possibile eliminarlo. È un amore che accetta il limite e che, proprio attraverso la fedeltà della presenza, permette a chi soffre di non sentirsi abbandonato.

Maria, madre di tutti e modello della Chiesa

La meditazione è tornata infine alla scena del Vangelo di Giovanni in cui Gesù, dalla croce, affida sua madre al discepolo amato: «Donna, ecco tuo figlio» e poi, rivolgendosi a Giovanni, «Ecco la tua madre». Un momento nel quale, ha osservato Epicoco, proprio quando tutto sembra finire, Maria riceve una nuova vocazione: diventare madre dei discepoli di Cristo.

«È bello pensare che nel momento in cui tutto sembra finire, Maria inizia un’altra vocazione. È la vocazione a essere nostra madre. E questa cosa non può lasciarci indifferenti. […] E se è diventata nostra madre, qual è il ruolo di Maria? Accoglierci, accudirci e restare. Maria ci vuole bene così come siamo. Ecco perché è il volto della misericordia».

Il sacerdote ha richiamato anche la preghiera dell’Ave Maria, nella quale i fedeli chiedono alla Vergine di intercedere «adesso e nell’ora della nostra morte». Un’invocazione che esprime la fiducia in una presenza che accompagna l’essere umano anche nei passaggi più difficili, quando la sofferenza e la paura sembrano prevalere.

«Anche se tutte le persone intorno ci abbandonassero, noi sappiamo per certezza che Dio ha cura di noi. È un modo che Dio si è inventato per volerci bene, si chiama Maria».

La conclusione della riflessione ha trasformato la contemplazione della maternità di Maria in un invito rivolto a ogni cristiano. Non basta, infatti, ricevere il suo amore o rivolgersi a lei nella preghiera: occorre imparare a vivere secondo lo stesso stile, diventando capaci di accogliere, prendersi cura e restare accanto agli altri.

«Potete essere genitori o non esserlo, giovani o anziani, malati o sani, piccoli, grandi, consacrati, non consacrati: tutti noi siamo chiamati ad assomigliare a questa donna. Tutti noi siamo chiamati a diventare segno di un amore che fa risorgere la vita. […] Che tutti noi possiamo essere grati di sapere che Dio ci ha donato l’esperienza della maternità e ci ha donato come madre la sua stessa madre, ma perché questa madre diventasse il modello della Chiesa. Insomma, la Chiesa è davvero Chiesa se assomiglia a Maria».

Un messaggio che ha ricondotto il cammino di evangelizzazione dell’Unità pastorale Santegidiese al cuore della vita cristiana: rendere visibile l’amore di Dio attraverso relazioni capaci di generare speranza, custodire le fragilità e non lasciare nessuno solo davanti alla propria croce.