DIOCESI – “I pannelli della mostra sono stati fatti appositamente per girare nelle scuole, nelle parrocchie, nei Comuni e nelle sedi delle associazioni culturali. Farli circolare serve a favorire alleanze educative, affinché più soggetti riflettano insieme su ciò che i ragazzi stanno vivendo oggi. Anche il numero 5 della rivista ‘La Vita Picena’ di questo mese è dedicato all’indagine che abbiamo realizzato attraverso i questionari consegnati ai giovani”.
Con queste parole il vescovo delle Diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, mons. Gianpiero Palmieri, ha aperto i lavori pomeridiani della Prima Assemblea sinodale delle Diocesi del Piceno.
La conferenza, dal titolo “Chiunque ama è generato da Dio (1 Gv 4,7) e rigenera la Chiesa…”, è stata articolata in due momenti, uno mattutino e uno pomeridiano.
Rivivi la mattinata, cliccando qui: https://www.ancoraonline.it/2026/10/24/foto-in-tanti-allassemblea-delle-diocesi-del-piceno/.
Le attività del pomeriggio, dal titolo “Nel cuore dei giovani”, hanno preso avvio alle ore 14:00 con la visita alla mostra realizzata dal gruppo interdiocesano sugli esiti dell’indagine condotta tra i giovani del territorio attraverso i questionari distribuiti dai docenti di Religione. Alle ore 15:00 è poi iniziato il confronto sul tema: “Come sono cambiate le domande di senso degli adolescenti?”, con gli interventi di tre docenti: il prof. John Libbi, il prof. Luca Marcelli ed il prof. don Roberto Traini.
Jhon Libbi: “Come vivere una vita che abbia senso per me?”
Ad aprire la conferenza è stato il prof. John Libbi, che ha posto l’accento sulla necessità di un ascolto autentico delle nuove generazioni, capace di trasformarsi in una relazione reale di vicinanza e accompagnamento:
“Ascoltare, ascoltare in modo attivo, cercando di capire quello che questi giovani ci vogliono dire. La mostra riassume quello che è stato un po’ il nostro lavoro, è il momento di andare incontro ai giovani e fermarci ad ascoltarli. L’idea di questa ricerca è nata dopo un fatto di violenza accaduto lo scorso anno a San Benedetto del Tronto: se n’è parlato tanto, ma nessuno ha intervistato i giovani per capire cosa ne pensassero loro. Il sondaggio comprendeva domande sulla loro esistenza e non una riflessione sul fatto accaduto. Con l’aiuto di Paola Bignardi, abbiamo creato un questionario composto da domande aperte e chiuse che i professori di Religione hanno poi distribuito. I ragazzi hanno risposto fuori dall’orario scolastico e sono emerse risposte profonde ed interessanti.
Ne è risultato, ad esempio, che i giovani non si sono allontanati soltanto dalla Chiesa, ma anche dalle associazioni e dai gruppi. Noi adulti ci troviamo in difficoltà perché non riusciamo a capirli e loro non capiscono noi. Probabilmente osserviamo il loro mondo con i nostri occhi, i nostri criteri di giudizio e i nostri valori.
Non vogliono essere ascoltati per sfogarsi, ma per esprimere ciò che portano dentro. Siamo chiamati a seguire il loro percorso di pensiero e non imporre il nostro modo di vivere. Spesso, infatti, non cercano una risposta immediata, ma qualcuno disposto ad accogliere le loro emozioni, i loro dubbi e le loro fragilità.
Le grandi domande di senso non sono scomparse, ma oggi si legano soprattutto alle esperienze concrete, al presente e alle relazioni che vivono quotidianamente. Le loro domande nascono dentro la vita. Una di queste è: “Come vivere una vita che abbia senso per me?”. Dalle questioni più astratte si è passati a interrogativi più concreti e personali.
I giovani vivono stress e disorientamento in un mondo sempre più veloce, dove tutto sembra relativo e superato in breve tempo. Non trovano più punti di riferimento stabili al di fuori di sé. Non si tratta di egocentrismo, ma della ricerca di qualcosa che resti saldo quando tutto il resto cambia.
Secondo Paola Bignardi, la domanda di senso è una chiave di accesso alla questione religiosa. I ragazzi raccontano ciò che vivono e noi dobbiamo imparare ad ascoltarli. Cercano un equilibrio personale attraverso strade diverse: amicizie, contatto con la natura, silenzio, meditazione. Non esiste un unico metodo di ricerca.
Il senso viene spesso cercato attraverso l’esperienza concreta per poi essere reinterpretato in una dimensione spirituale, non necessariamente religiosa, ma legata alla profondità del proprio mondo interiore. Dobbiamo accompagnarli rispettando la loro autonomia, senza fornire risposte preconfezionate. Solo così potremo aiutarli a trovare il senso della vita che stanno cercando.
Le domande di senso dei giovani non sono le stesse delle generazioni precedenti. Siamo chiamati a interpretare i loro pensieri, perché spesso percepiscono le domande che li abitano ma fanno fatica a esprimerle. La nostra sfida è creare luoghi e tempi in cui possano sentirsi accolti e non giudicati, offrendo la testimonianza di adulti credibili e pronti a camminare al loro fianco.
C’è una frase di Paola Bignardi che riassume il concetto: ‘Noi adulti non dobbiamo consegnare ai giovani il senso della vita, ma stare abbastanza vicini alla loro vita perché possano riconoscere il senso che in essa sta cercando di nascere’, ha concluso il prof Libbi”.
Luca Marcelli: “Non adulti che abbiano tutte le risposte, ma capaci di rimanere accanto”
Successivamente è intervenuto il prof. Luca Marcelli, che ha approfondito le domande di senso emergenti tra i giovani e il ruolo della comunità cristiana nell’accompagnarne il percorso di crescita:
“Inizio elencando gli atteggiamenti che dobbiamo sgomberare dalla nostra mente per comprendere ciò che i giovani vogliono dirci.
Il primo è la “rimozione”: pensare che il disagio giovanile sia sempre esistito e che, pertanto, nulla di nuovo stia accadendo.
Il secondo è il meccanismo del “capro espiatorio”, ossia la convinzione che basti individuare un nemico da combattere per risolvere il problema.
Il terzo è l’“illusione dell’isola felice”, l’idea secondo cui i giovani delle nostre comunità sarebbero diversi da quelli descritti dall’indagine. I nostri ragazzi, invece, vivono pienamente il tempo presente e, per fortuna, è così. Se sono chiamati ad andare controcorrente, come diceva Papa Francesco, devono comunque vivere dentro la corrente.
Il quarto atteggiamento è l’“anacronismo”: spiegare ai giovani di oggi come dovrebbero essere per adattarsi ai sogni e ai progetti pastorali di ieri”.
Marcelli ha poi illustrato alcune delle risposte più significative emerse dai questionari, soffermandosi sulle questioni legate all’identità, al futuro, alla felicità e al bisogno di appartenenza.
Secondo il relatore, emerge con forza il bisogno di accompagnare percorsi personali oltre a quelli comunitari, offrendo spazi di ascolto capaci di sostenere i giovani nei passaggi più delicati della vita:
“I ragazzi hanno bisogno di essere visti, ascoltati, accompagnati e accolti. Non cercano adulti che abbiano tutte le risposte, ma persone capaci di rimanere accanto a loro e alle loro domande, anche quando sono difficili. Dobbiamo aiutarli a crescere nella fede“.
Don Roberto Traini: “Risposte molto forti, che parlano anche di suicidio e di nonsenso”
A concludere la conferenza è stato don Roberto Traini, che ha illustrato i quattro ambiti tematici emersi con maggiore forza dall’indagine.
«Più di cinquecento giovani hanno deciso di rispondere alla domanda aperta e sono emerse anche risposte molto forti, che parlano anche di suicidio e di nonsenso. Noi adulti ci chiediamo come rispondere a queste domande, quando invece dovremmo anzitutto preoccuparci di essere disposti ad ascoltarle.
Una delle frasi che mi ha colpito maggiormente è stata: ‘Tanto da dire, nessuno a cui dire’“:
Don Traini ha quindi presentato le principali aree tematiche emerse dalla ricerca: la fragilità e il dolore, l’autonomia, la generatività e il rapporto con la fede.
Particolarmente significativo il dato relativo alla speranza: secondo le comparazioni effettuate con altre indagini analoghe, i giovani del Piceno mostrano una maggiore fatica a guardare con fiducia al futuro rispetto ai coetanei coinvolti in analoghe ricerche svolte in altri territori.
Nelle testimonianze raccolte convivono infatti il peso della sofferenza e il desiderio di rinascita. Alcuni ragazzi raccontano la propria lotta interiore e la ricerca di guarigione, mentre altri manifestano il timore che il dolore diventi parte integrante della propria identità.
Altrettanto rilevante è il tema della generatività. Molti giovani esprimono infatti il desiderio di migliorare il mondo, di aiutare gli altri e di offrire ciò che essi stessi, in alcuni casi, non hanno ricevuto.
Per quanto riguarda il rapporto con la fede, numerose risposte raccontano esperienze di incontro con Dio vissute nella concretezza delle relazioni e della vita quotidiana.
“Concludo dicendo che tutto questo lavoro è servito ad aprire gli occhi su una realtà che è la nostra, a riconoscere un linguaggio nuovo e a comprendere meglio come accompagnare i giovani”, ha chiosato don Roberto Traini.
Vescovo Gianpiero Palmieri: “Chiamati a continuare la missione di Gesù!”
Al termine degli interventi, i partecipanti si sono riuniti in piccoli gruppi per elaborare proposte capaci di rispondere alla crescente domanda di ascolto espressa dalle nuove generazioni. Tra le idee emerse figurano percorsi formativi sull’ascolto, patti educativi tra le diverse realtà del territorio, una maggiore attenzione alle relazioni rispetto alle strutture e la creazione di spazi dedicati all’ascolto delle famiglie.
Prima della benedizione finale, mons. Palmieri ha evidenziato come una percentuale molto elevata di giovani dichiari di credere in Dio, mentre una quota minore si definisce in ricerca e soltanto una piccola percentuale afferma di non credere.
La riflessione conclusiva del vescovo ha preso spunto da un episodio evangelico:
“Siamo chiamati a continuare la missione di Gesù, che permetteva anche ai giovani di avvicinarsi a Lui. Certamente ricordate quel giovane posseduto da uno spirito muto, che si getta nel fuoco, facendosi male e facendo male agli altri, e che Gesù guarda con amore”.
Un invito, quello di mons. Palmieri, a proseguire il cammino sinodale partendo dall’ascolto autentico delle nuove generazioni, riconoscendo nelle loro domande non un problema da risolvere, ma un terreno fecondo su cui costruire relazioni, comunità e percorsi di fede.
























