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Pensare con i piedi: la testimonianza di Chiara Gandolfi sul cammino vissuto con i Pellegrini del Piceno

Puoi ascoltare il Podcast di Chiara Gandolfi https://balenalab.substack.com/p/pensare-con-i-piedi?utm_campaign=post-expanded-share&utm_medium=web

Sono partita in direzione Santiago con 9 atletici sconosciuti pensionati più mio padre, per condividere un po’ di tempo con lui in una delle attività che ci viene meglio insieme sperando di trovare risposta alle domande aperte che avevo riguardo un’evoluzione del mio lavoro, riguardo nuove aperture della mia vita sentimentale, riguardo il mio futuro a Parigi. Non ho trovato nessuna illuminazione. Ho trovato altro e in questo lasciarmi sorprendere da ciò che è arrivato, c’è forse tutto il senso del mio cammino.

Succede spesso che, partendo, attribuiamo un significato a quel viaggio. Diciamo che abbiamo bisogno di staccare, ritrovarci, capire, lasciare andare, fare ordine, semplicemente riposarci; costruiamo una piccola mitologia preventiva capace di trasformare una partenza in una promessa. Il pellegrinaggio, più di altri viaggi, si presta bene a questa proiezione perché possiede già una direzione, una tradizione e perfino un punto di arrivo carico di significato. Nel mio caso, il percorso comprendeva Lisbona – Coimbra, la prima parte del cammino portoghese verso Santiago.

Per tre settimane ho camminato con 9 (e in alcuni momenti 11) sconosciuti: il Cammino ha messo da parte le mie domande. Dal secondo giorno le ho proprio dimenticate.

All’inizio ogni giornata era scandita da una destinazione, una distanza da coprire, un tempo stimato. Santarém, Tomar, Fátima, Areias, Alvaiázere, Alvorge, Conimbriga. Guardavamo la mappa, contavamo i chilometri, la pendenza, la percentuale di asfalto e sterrato, cercavamo di capire dove avremmo mangiato e come avremmo dormito. Poi, mentre continuavamo ad avanzare, la meta ha cominciato a perdere quella specie di forza gravitazionale con cui organizziamo normalmente le nostre azioni.

Michel Malherbe distingue, riprendendo Aristotele, le azioni che compiamo in vista di qualcos’altro da quelle il cui senso risiede nel loro stesso compiersi. Mangiamo per nutrirci, prendiamo un treno per arrivare in un luogo, lavoriamo per ottenere qualcosa; ma viviamo, sostiene Aristotele, per vivere e pensiamo per pensare. Malherbe aggiunge a questa strana famiglia di azioni la marcia: cominciamo quasi sempre camminando per qualcosa, finché il ritmo prende il sopravvento e il complemento di scopo diventa meno importante. La destinazione continua a esistere, naturalmente, ma per qualche ora smette di governare il passo.

Questa idea mi interessa perché contraddice un principio radicato della nostra epoca: che un’attività acquisti valore dalla finalità che persegue e che una vita ben condotta debba sapere dove sta andando.

Siamo educati a formulare obiettivi, misurare progressi, ottimizzare tragitti, trasformare persino il riposo in recupero funzionale a una prestazione futura. Anche il tempo libero deve possibilmente produrre qualcosa: salute, cultura, esperienze, una versione migliore di noi. Di fronte a questa proliferazione dello scopo, camminare per giorni introduce una forma quasi scandalosa di improduttività. Impieghi sei ore per raggiungere un luogo che un’automobile potrebbe raggiungere in venti minuti e il giorno dopo ricominci. Il corpo avanza, per i suoi parametri, moltissimo e la vita, apparentemente, non conclude niente.

Pensare con i piedi

Che esista una relazione tra camminare e pensare è un’intuizione così antica da aver attraversato quasi tutta la filosofia occidentale. Aristotele discute camminando, Montaigne sostiene che i suoi pensieri dormono se li fa sedere, Rousseau ha bisogno che il corpo sia in movimento perché lo diventi anche lo spirito, Nietzsche percorre i sentieri dell’Engadina e diffida delle idee nate lontano dai muscoli, Kierkegaard scrive di “aver camminato” verso i propri pensieri migliori.

Roger-Pol Droit spinge questa parentela fino a chiedersi se camminare e pensare non siano, in qualche modo, due manifestazioni dello stesso movimento: in entrambi i casi qualcosa procede senza poter saltare direttamente alla fine, perché ogni posizione nasce da quella precedente e rende possibile la successiva.

Michel Serres porta questa intuizione ancora più vicino al corpo. Ricorda che la poesia misura il verso in piedi, che il respiro si accorda alla cadenza e che alcune delle forme più antiche della scrittura conservano la memoria fisica del camminare. Il boustrophédon greco procedeva su una riga in una direzione e sulla successiva in quella opposta, come i buoi che aravano un campo: la scrittura avanzava letteralmente per solchi. Per Serres, tra piede, respiro, voce e frase esiste una continuità ritmica che la cultura sedentaria tende a farci dimenticare.

Non so se durante il Cammino abbia pensato meglio. Sarebbe una conclusione troppo facile e soprattutto falsa. Ho pensato e condiviso molto con i miei compagni. Insieme camminavamo verso una forma più strutturata di pensiero collettivo che poi dopo poche ore sui sentieri, a tavola, nei dormitori, ci ha legato in maniera molto intima.

Quando si cammina per molte ore, il pensiero perde la possibilità di controllare completamente il proprio percorso. Un rumore lo interrompe, una salita lo contrae, una conversazione lo devia; poi rimani sola per qualche chilometro e una frase si aggancia al ritmo dei passi, insiste fino a diventare quasi fisica. La marcia rende difficili le lunghe catene dimostrative della ragione e crea invece una disponibilità in cui ciò che sappiamo si allenta tanto da permettere ad altro di entrare. Questa disponibilità ha poco a che fare con l’illuminazione.

Jean-Paul Kauffmann, che della marcia conosce anche il lato meno edificante, racconta che durante le lunghe distanze le idee possono trasformarsi in ossessioni: la mente, liberata dalle distrazioni, torna continuamente nello stesso punto e lo consuma.

Esistono pensieri che non riusciamo a sciogliere perché continuiamo ad alimentarli con il tentativo di risolverli. La marcia concede loro un destino diverso: li ripete fino a consumarne i bordi.

Una caduta continuamente interrotta

Camminare è un gesto che conosciamo così bene da aver smesso di considerare quanto sia strano. Per avanzare dobbiamo perdere l’equilibrio.

Ogni passo porta il corpo in avanti oltre il proprio asse e il piede successivo impedisce la caduta, ristabilendo per un istante una stabilità che dobbiamo immediatamente compromettere se vogliamo continuare. Malherbe lo formula magnificamente: camminare significa produrre un disequilibrio che ripariamo attraverso un nuovo disequilibrio, portandoci a pensare che la stabilità assoluta appartiene soltanto a ciò che non si muove. Di movimento ed equilibrio, ho iniziato a parlare proprio durante il cammino con uno dei miei compagni di viaggio. Una sorta di metacomunicazione di quello che stavamo vivendo. Una delle cose che amo fare. Come quando sei a tavola con italiani e si parla di mangiare.

Mi interessa questo discorso perché trascorriamo una parte considerevole della vita cercando una posizione dalla quale non doverci più spostare. Vogliamo sapere chi siamo, risolvere un’incomprensione, trovare il lavoro giusto, raggiungere una sicurezza economica, capire che cosa desideriamo; chiamiamo equilibrio il momento immaginario in cui le forze smetteranno di tirarci in direzioni diverse e potremo abitare una forma definitiva. Il corpo che cammina racconta una storia meno consolatoria e, per questo, forse più utile: l’equilibrio che permette di avanzare dura il tempo necessario a perderlo. Non sto celebrando l’instabilità. Vorrei però smettere di interpretarla sempre come la prova che qualcosa non funziona.

Camminare bene consiste nel diventare competenti
nella perdita minima e continua del proprio centro.

Il mondo recupera il proprio peso

Già dal secondo giorno dei chilometri fatti non me ne importava un granché. Forse solo per considerare le scorte di cibo e di acqua che avrei dovuto caricare al mattino.

Quattro chilometri al mattino, dopo aver mangiato, appartengono a un universo diverso dagli stessi quattro chilometri quando hai fame, il sole è alto e sono 5 ore che hai uno zaino da 6 kg sulle spalle. Una salita di cinquecento metri non è un dato geografico quando il ginocchio che avevo ferito cadendo dalla bicicletta ricomincia a farsi sentire. Il corpo trasforma le grandezze astratte in esperienza. È forse una delle cose che abbiamo maggiormente disimparato.

Pascal Bruckner descrive una civiltà ossessionata dalla mobilità i cui abitanti trascorrono però una parte enorme della vita immobili, trasportati dentro automobili, metropolitane, treni e aerei. Ci muoviamo a velocità impensabili per qualsiasi altra epoca mentre il corpo rimane seduto; aboliamo distanze che non abbiamo attraversato e chiamiamo viaggio il tempo necessario perché una macchina ci depositi altrove. Camminare restituisce resistenza allo spazio. Ventotto chilometri richiedono ventotto chilometri. Possiamo aumentare il passo, ma non sarà mai abbastanza per abolirli. Dobbiamo attraversare anche i tratti brutti, le periferie, le strade trafficate, i sentieri pieni di campi di pomodori senza ombra che ripara, i paeselli in cui non succede niente. Il territorio non concede il montaggio cinematografico con cui eliminiamo le parti prive di interesse.

Questo modifica anche il nostro rapporto con la bellezza. Bruckner scrive che il camminatore si ribella alla condizione dello spettatore perché non vuole più limitarsi a vedere il mondo: vuole che il terreno entri nelle gambe, il caldo nella pelle, il fango nelle scarpe, gli odori nel respiro. Il corpo, dice, vuole vivere diversamente che attraverso gli occhi.

Con il mio compagno di viaggio di cui sopra, tra le altre cose, ho sperimentato la necessità del contatto dei piedi con la crosta terrestre per fare esperienza della consistenza delle cose. Almeno io così l’ho vissuta, era partito come un esperimento di camminata silenziosa. La marcia ci mette fisicamente in rapporto con gli elementi, con la luce e gli odori, con gli animali e con le persone.

Il rumore di un bosco di eucalipti attraversato al mattino. La polvere sulle gambe, sui calzini, sulle scarpe. Le mani appiccicose dei fichi raccolti lungo la strada. L’attenzione improvvisa con cui ascoltavo un piede e il rumore che produceva incontrando i sassi. La fame che rendeva gli ultimi chilometri smisurati. La felicità sproporzionata provocata da una piscina e da un materasso alto e duro, il getto forte della doccia. Il mondo aveva recuperato il proprio peso.

La profondità della semplicità

La tradizione filosofica ha cercato spesso l’essenziale immaginandolo dietro il visibile, come una verità più pura che le apparenze nascondono. Ma se provassimo a trovarlo nell’elementare? Immaginando che non stia oltre il mondo ma dentro la sua materia più ordinaria: il cielo, il vento, la terra, la fatica, il bisogno.

Dopo alcuni giorni di cammino la vita subisce questa riduzione. Devi mangiare. Bere. Dormire. Curare le vesciche su un piede. Lavare i vestiti del giorno all’arrivo in ostello. Capire se farà caldo domani. Trovare un posto dove riempire la borraccia. Potrebbe sembrare una vita impoverita, soprattutto a chi associa la ricchezza alla quantità di possibilità disponibili. A me è sembrato accadere il contrario, perché quando le possibilità diminuiscono aumenta la precisione con cui percepiamo ciò che rimane. Una mela raccolta lungo il percorso torna a essere una mela. Un letto, dopo venticinque chilometri sotto il sole, recupera tutta la propria dignità metafisica. Una doccia (meglio se quattro così non c’è troppa fila) diventa il momento più dolce della giornata.

Non credo che questa esperienza ci insegni che possediamo troppo e dovremmo liberarci delle cose, perché sarebbe una morale troppo rapida e anche un po’ privilegiata. La scarsità scelta per tre settimane non ha nulla a che vedere con quella imposta. Mi interessa piuttosto osservare quanto velocemente il desiderio cambi scala quando il corpo torna a essere coinvolto direttamente nella conquista di ciò di cui ha bisogno. Forse abbiamo confuso l’abbondanza con l’intensità.

Quanto pesa ciò che porti

Lo zaino rende questa domanda letterale. Ogni mattina rimetti sulle spalle tutto ciò che hai deciso di portare e ogni oggetto, per quanto piccolo, ripete il proprio peso per migliaia di passi. Dopo qualche giorno il rapporto con le cose diventa molto meno sentimentale: ciò che non serve comincia a pesare due volte, per i grammi che occupa e per l’inutilità che quei grammi rendono improvvisamente evidente.

Bisogna portare il meno possibile
per essere disponibili a ricevere il più possibile.

Io ho perso il mio bagaglio in stiva, il mio zaino con tutto dentro, appena arrivata a Lisbona. All’improvviso ciò che avevo accuratamente scelto per affrontare tre settimane di viaggio non c’era più. E mentre aspettavo che ricomparisse, altre persone hanno cominciato a colmare i vuoti: Valeria mi ha dato delle mutande, Vittorio uno spazzolino, mio padre un paio di calzini. Piccoli oggetti che in qualsiasi altra circostanza non meriterebbero una riga, diventano memorabili perché raccontano una forma di dipendenza che normalmente cerchiamo di evitare.

L’autonomia gode di un prestigio enorme nella nostra cultura. Essere adulti significa provvedere a se stessi, possedere ciò che serve, non pesare sugli altri. Il cammino mi ha ricordato quanto questa autosufficienza sia in parte una costruzione logistica.

Nella perdita, non mi sono mai sentita perduta. Non ricordo un momento di disperazione o la sensazione di non farcela, perché intorno a me c’era un gruppo dentro il quale la mia mancanza poteva essere assorbita. Forse è stata questa una delle forme più inattese di sicurezza che ho sperimentato durante il Cammino: poter essere momentaneamente sprovvista, fragile, persino impreparata, senza sentirmi per questo in pericolo. La protezione non veniva da ciò che ero riuscita a portare con me, ma dalle persone con cui condividevo il cammino.

Chi sei in gruppo davanti a un bagno

Il Cammino produce una socialità strana perché toglie rapidamente importanza a molte delle informazioni con cui normalmente collochiamo le persone. Frédéric Gros osserva che il corpo del camminatore è in parte desocializzato: quando si procede insieme diventano centrali esperienze elementari come la fatica, la sete, la fame e la gioia dell’arrivo.

Non significa che le differenze scompaiano. Significa che per qualche ora smettono di essere la prima cosa che vediamo. Cominci a conoscere una persona attraverso il modo in cui aspetta chi è rimasto indietro, divide ciò che ha da mangiare, occupa lo spazio comune, reagisce quando è stanca.

Camminare insieme è anche una macchina piuttosto efficiente per ridurre la distanza fra ciò che diciamo di essere e il modo in cui abitiamo concretamente il mondo.

Il ritorno

Il paradosso finale del Cammino è che, dopo aver impiegato settimane per costruire una distanza con il corpo, possiamo distruggerla in poche ore. Abbiamo fatto il tragitto da Coimbra a Lisbona in 2 ore scarse di treno. La macchina ha cancellato con una velocità quasi offensiva ciò che i miei piedi avevano imparato lentamente: la consistenza dei chilometri, il tempo necessario perché un paesaggio cambi, la distanza sudata che sulla mappa occupa pochi centimetri.

A casa ho ritrovato gli oggetti, il bagno, i vestiti, il frigorifero, Parigi e la sua iperattività. Ho ritrovato soprattutto la quantità di scelte e di pensieri che avevo temporaneamente lasciato in sospeso. È in quel momento, sulla metro verso casa, che ho cominciato a sentire la malinconia.

Non credo fosse nostalgia dei luoghi, almeno non soltanto. Mi mancava quella particolare coincidenza fra ciò che il corpo stava facendo e ciò che la giornata richiedeva da me. Nella marcia può accadere che corpo, anima e mondo entrino per qualche momento nello stesso ritmo: il corpo procede, la mente smette di voler governare tutto e il territorio detta la propria misura.

Nella vita ordinaria questa coincidenza è rara. Il corpo è seduto mentre la mente corre avanti, oppure il corpo è in un luogo e il pensiero sta già vivendo ciò che succederà domani. Facciamo una cosa mentre ne prepariamo un’altra e chiamiamo efficienza questa continua assenza dal gesto che stiamo compiendo.

E poi mi mancavano i miei compagni. Mi mancano ancora mentre scrivo. Ci siamo lasciati con la promessa di finire quello che abbiamo cominciato. Di rivederci a settembre 2027 per Coimbra – Santiago (prima in verità, per una cena di fettuccine con i funghi a Natale). Intanto cammino verso, one day at a time.