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Violenza giovanile, oltre la repressione serve costruire percorsi di integrazione

Non molto tempo fa, dalle colonne del giornale L’Ancora (cfr. «Adolescenti e violenza»), affrontavo il tema del rapporto tra violenza e adolescenti provenienti da diversi contesti etnici. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale ancora più allarmante, a cui spesso non sappiamo dare un nome preciso. Si tratta di giovani e giovanissimi minorenni, italiani e italiani di seconda e terza generazione, che scendono in piazza, si inseriscono nei cortei di chi protesta pacificamente per ragioni economico-sociali e finiscono per devastare i beni materiali, prendendo d’assalto le attività commerciali e saccheggiandole.

Chi sono davvero, cosa cercano e da dove nasce una simile ferocia?

Sull’argomento si è espresso di recente il filosofo e psicologo Umberto Galimberti, sottolineando come ci si trovi di fronte a ragazzi cresciuti in un profondo «vuoto interiore», privi di contenuti emotivi e culturali. Secondo il docente, sarebbe stato necessario offrire loro opportunità di esperienze di vita positive, ridimensionando il mito del possesso materiale, ma soprattutto supportandoli nel realizzarsi secondo le proprie aspirazioni e nel costruire un’identità autentica.

La domanda che dobbiamo porci con estrema franchezza è semplice: lo abbiamo fatto? Abbiamo dato a questi giovani la possibilità di edificare un’identità solida? Mi riferisco a tutti i ragazzi, senza distinzione di origine. Ma la riflessione si fa ancora più stringente se pensiamo ai figli dell’immigrazione: hanno avuto davvero l’opportunità di sentirsi accolti e sostenuti nello sviluppo del proprio «io»? O abbiamo finora preferito puntare il dito, etichettandoli come perenni stranieri, ospiti sgraditi e indesiderati, abbandonandoli a se stessi?

Sia chiaro: non si intende generalizzare. Esistono splendidi progetti di integrazione e persone che hanno fatto dell’accoglienza la missione della propria vita. Esiste una genuina solidarietà tra i cittadini. Tuttavia, arrivati a questo bivio storico, l’onestà intellettuale impone una scelta: o perseguiamo la via della giustizia e della coesione, oppure scivoleremo verso la devastazione. Abbiamo certamente gli strumenti istituzionali per reprimere questa ondata di violenza giovanile, ma quanto durerà l’effetto di una pura repressione? Quante persone dovranno ancora soffrire e quanti beni dovranno essere distrutti prima di comprenderne i limiti?

Galimberti pone al centro il tema della realizzazione personale, una possibilità che deve essere garantita alle stesse condizioni anche ai ragazzi immigrati. Questi necessitano, a maggior ragione, di un’attenzione specifica: sono figli di due mondi e la loro psiche cresce spesso nell’angoscia di un conflitto interiore tra due culture. In famiglia si praticano le usanze d’origine, mentre nella società d’adozione se ne incontrano altre. Quale strada sceglieranno?

Se il contesto è sereno, ovvero se la famiglia garantisce libertà di scelta e la società ospitante accoglie senza discriminare né etichettare, il giovane può sviluppare un’identità personale solida ed equilibrata. Potrà decidere di adottare liberamente i valori della famiglia d’origine che, finché rispettano la legge, vanno pienamente tutelati: pregare in moschea non è un reato e non deve esporre nessuno al dileggio o alla stigmatizzazione. Al contempo, i genitori immigrati devono comprendere che i propri figli possono innamorarsi della realtà in cui crescono, senza che essi vi si oppongano, nel rispetto del loro diritto alla felicità. Esiste, infine, una terza via, estremamente virtuosa: quella di un ragazzo capace di sintetizzare il meglio della cultura d’origine e di quella d’arrivo.

Tornando alle notizie di cronaca sui disordini di piazza e alle recenti proposte politiche volte a inasprire le sanzioni e ad abbassare l’età dell’imputabilità (cfr. agenzie ANSA / comunicati di governo), sorge spontaneo un interrogativo: perché non impariamo mai nulla dalla storia, dai fatti concreti e dalla ricerca scientifica? Perché continuiamo a ricorrere agli stessi metodi repressivi?

A queste domande esistono risposte chiare, che prescindono da qualsiasi stucchevole buonismo. Non si tratta di invocare un astratto senso di bontà, ma di fare le cose giuste per ottenere risultati efficaci. In qualsiasi ambito, dalla strategia militare alla medicina e all’economia, non si adotta una misura perché è di moda o genera consenso immediato, ma perché consente di raggiungere l’obiettivo.

Lo stesso pragmatismo deve guidare la gestione dei flussi migratori e dei processi di integrazione. Per le persone che risiedono stabilmente nel Paese, serve un piano d’azione strutturato fin dall’infanzia: scuola dell’infanzia, scuola primaria e scuola secondaria di primo grado. Servono programmi specifici che prevengano le discriminazioni, sussidi economici allo studio per contrastare la dispersione scolastica e l’accesso gratuito o agevolato alle attività sportive e ricreative, per sottrarre i giovani alla strada. I corsi di lingua italiana sono fondamentali, ma devono essere offerti come opportunità di emancipazione, non come ricatto o minaccia.

In un mio precedente contributo giornalistico (cfr. «Integrazione e comunità ermetiche», L’Ancora Online), suggerivo, ad esempio, un progetto mirato per la comunità cinese, tuttora caratterizzata, a mio avviso, da possibili difficoltà di dialogo e partecipazione tra alcune realtà della comunità e il territorio.
Considerata la presenza di numerose attività nei settori del commercio e dell’artigianato, si potrebbero organizzare piccole fiere ed eventi territoriali coinvolgendo direttamente i membri della comunità. Sarebbe un modo concreto per mostrare loro il volto inclusivo della società d’accoglienza.

Sono convinta che un’integrazione giusta sia l’unico strumento per evitare che una società avanzata, dotata di tanti strumenti a disposizione, riviva momenti difficili per mano di minorenni.

La risposta penale è necessaria per contrastare i reati e tutelare le vittime, ma non può essere l’unico strumento. Accanto alla repressione occorrono prevenzione, educazione e opportunità concrete.

Educare i giovani è una responsabilità condivisa che coinvolge famiglie, scuola, istituzioni, associazioni, parrocchie e società civile: significa offrire regole chiare, relazioni e opportunità concrete di crescita, affinché nessun ragazzo o ragazza si senta solo o venga lasciato ai margini, ma possa trovare nella comunità un punto di riferimento capace di accompagnarlo nella costruzione del proprio futuro.

È sconfortante osservare, per citare ancora Galimberti, una parte di generazione che brancola nel vuoto interiore. Molti studiosi e scienziati, già durante la parentesi della pandemia da Covid-19, che ha duramente messo alla prova i più giovani, avevano previsto l’insorgere di questa possibile emergenza. Oggi non possiamo fare finta di non sapere, né pensare di cavarcela con la sola logica punitiva.

Aumentare le pene, da solo, non basta a fermare chi ha già sperimentato la prigione della marginalità, della mancanza di opportunità e dell’assenza di relazioni significative. La risposta giudiziaria è necessaria, ma una società responsabile deve saper prevenire il disagio e offrire ai giovani alternative concrete alla violenza.

Nelle foto: arnesi rudimentali – trovati nel tempo in possesso dei detenuti del carcere di Teramo.