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Lucilio Santoni: “Chi canta prega due volte”

Di Lucilio Santoni

Dal 21 al 24 ottobre, al Teatro Ariston di Sanremo, andrà in scena il Premio Tenco, la più importante rassegna italiana della Canzone d’Autore. Il titolo scelto per l’edizione di quest’anno è “Dio è morto”. Chiaro omaggio al cantautore recentemente scomparso: Francesco Guccini.

Quella canzone era un grido. Entrata nella storia della musica italiana, fu portata al successo dai Nomadi. Un grido generazionale, che negli anni Sessanta criticava il conformismo, l’ipocrisia e un mondo incapace di dare risposte all’inquietudine giovanile. Oggi, il Premio Tenco raccoglie quella provocazione e la trasforma in una domanda per il presente: quali parole, quali relazioni umane, quali gesti creativi possono ancora opporsi alla stolta ripetitività, all’omologazione e alla riduzione di ogni espressione a merce o algoritmo?

Se Dio è morto, non è morta la domanda. Forse questo ci vuol dire, nel profondo, il Club Tenco.

“Amico, la Bellezza mi ha rubato il cuore

me l’ha rubato! La Voce ha purificato la mia anima.

Non sei anche tu uno di quelli che cerca

l’immortalità con la musica?”

Sono versi del grande poeta sufi Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī.

Il linguaggio ordinario (la cosiddetta comunicazione, o ‘scienza’ del linguaggio) è schiavo del superficiale, del mondano, dell’apparente. È il linguaggio del mondo, che usura e ‘misura’ (non sa attendere lo smisurato) e ‘chiama’ ormai incapace di udire il ‘richiamo’ che le cose distillano. Spossessato di tutto, l’uomo crede così di impossessarsi del creato.

D’altra parte, invece, il canto è strumento privilegiato per approcciare l’Assoluto: da un lato, levitando nel linguaggio, forzando la lingua nell’enigma, esaurendone le stringhe retoriche; dall’altro come dizionario in grado di annientare ogni lingua, di scomparire nel ritmo della musica, di eccellere nella creazione. Il canto, quello che viene dal profondo, concede di tornare alla lingua originaria: mistero sonoro che tiene insieme albero e bestia, uomo e Dio.

Ancora due versi di Rumi:

“Quando canti il tuo amore, s’intonano

a quel ritmo i rapaci che ho nel cuore.”

Forse, allora, davvero possiamo concludere con Sant’Agostino, e dire che “chi canta prega due volte”.