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FOTO Ascoli, il Giotto che non ti aspetti: i dettagli nascosti degli affreschi di Francesco raccontati da Roberto Filippetti

ASCOLI PICENO –  Un pubblico numeroso ed attento ha accolto, nella serata di ieri, Giovedì 1° Ottobre, l’incontro “Francesco secondo Giotto. Da Assisi a Firenze”, promosso nell’ambito delle celebrazioni per l’VIII centenario del Transito di San Francesco d’Assisi. Relatore d’eccezione è stato il prof. Roberto Filippetti, studioso di iconologia e divulgatore tra i più apprezzati nel panorama nazionale, che ha guidato il pubblico in un affascinante viaggio tra gli affreschi giotteschi dedicati al Poverello di Assisi.

L’iniziativa, ospitata presso la Sala Morgante di Casa Regina Apostolorum, ad Ascoli Piceno, è stata curata dal Centro Culturale “Clemente Rebora” del Movimento di Comunione e Liberazione per offrire una rilettura del messaggio francescano attraverso il linguaggio universale dell’arte, evidenziando il profondo legame tra fede, bellezza e annuncio cristiano.

Nel corso della conferenza, il prof. Filippetti ha illustrato il grande ciclo pittorico della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, spiegando come queste immagini rappresentino una narrazione insieme semplice e profondissima, una vera e propria opera capace di comunicare la fede anche a chi non sapeva leggere e scrivere, ma sapeva guardare e riconoscere nelle immagini la storia della salvezza. Grazie all’utilizzo di moderne tecnologie di visualizzazione, il relatore ha mostrato particolari spesso invisibili ad occhio nudo, rivelando la ricchezza simbolica racchiusa negli affreschi di Giotto. L’illustre relatore, però, non si è limitato ad una pur dettagliata disamina delle opere custodite nella Basilica Superiore, bensì ha ampliato l’orizzonte critico, istituendo proficui parallelismi con i capolavori presenti nella Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce a Firenze, nella Cappella degli Scrovegni a Padova e in altri edifici sacri ubicati ad Assisi e a Rimini. Il percorso ha permesso di riscoprire il profondo rapporto tra il pittore e il carisma francescano, mettendo in luce come l’arte possa ancora oggi diventare una via privilegiata per comprendere il messaggio francescano e, quindi, evangelico.

Al termine della serata, abbiamo incontrato il prof. Roberto Filippetti per alcuni approfondimenti.

Durante il suo intervento ha spiegato che gli affreschi di Giotto sono una sorta di “Biblia pauperum”, destinata a persone che spesso non sapevano leggere. Oggi, che abbiamo un livello culturale diverso, siamo ancora capaci di cogliere il messaggio profondo contenuto in queste opere, senza una guida adeguata?

“La mia risposta è no. Non basta trovarsi davanti a questi capolavori per comprenderli davvero. Occorre una guida, un maestro che aiuti a guardarli dall’interno dell’esperienza che li ha generati e non soltanto dall’alto delle competenze accademiche. Bisogna immedesimarsi nell’uomo medievale e comprendere il significato che quelle immagini avevano per chi le osservava. L’arte sacra non va spiegata per ostentare conoscenze specialistiche, ma per arrivare all’essenziale, a ciò che quelle immagini vogliono comunicare”.

Durante l’incontro lei ha proposto una lettura che va oltre la semplice descrizione artistica, avvalendosi di ingrandimenti e tecnologie di visualizzazione. In che modo l’uso del dettaglio ingrandito proiettato su grande schermo cambia l’esperienza dello spettatore rispetto alla visione d’insieme che si ha dal vivo nella Basilica Superiore?

“La tecnologia aiuta moltissimo. Alcuni dettagli sarebbero impossibili da vedere ad occhio nudo. Penso, ad esempio, alla scena di Gioacchino tra i pastori nella Cappella degli Scrovegni: da lontano si vedono solo delle pecore e dei cespugli. Ingrandendo l’immagine, si scopre che sono querce, poi si distinguono le ghiande dipinte una per una e persino la loro struttura. Ogni elemento possiede un valore simbolico. La tecnologia permette di scoprire questi particolari, ma resta indispensabile qualcuno che li aiuti ad interpretare. Non basta vedere: occorre capire, occorre sentire. Così comprendiamo che la storia della sterilità di Gioacchino va compresa alla luce di quella di Abramo e Sara alle querce di Mamre: la sterilità, per grazia, può diventare sorgente di una misteriosa fecondità”.

Durante la conferenza ha richiamato l’attenzione su particolari insoliti contenuti negli affreschi di Giotto. Ce n’è uno “nascosto” che lei ama mostrare e che di solito sfugge all’occhio del visitatore comune? 

“Questi dettagli sono importantissimi, perché mostrano il cuore bambino di Giotto. Nell’opera “La cacciata dei diavoli da Arezzo”, mia moglie Ornata ha notato un particolare di cui nessuno si era mai accorto: i demoni che si trovano in cielo hanno le ali di pipistrello e a terra, in corrispondenza del diavolo più grande, c’è una voragine che ha proprio la forma di quelle ali. Dante potrebbe aver preso da lì l’ispirazione per il suo Inferno. Il pipistrello è un simbolo carico di significati: richiama il male, il serpente, il demonio. Nei grandi cicli di Assisi e anche a Padova compare in modo sorprendente e carico di forza narrativa. Questo, come tanti altri, è un particolare che ci aiuta a capire come Giotto non si rivolga soltanto all’intelligenza, ma anche alla fantasia e al cuore. Le sue immagini parlano prima ancora delle parole”.

Giotto non racconta semplicemente una biografia, ma una vera storia della salvezza. Qual è il messaggio più urgente che il ciclo di affreschi di San Francesco può trasmettere a chi ha assistito oggi alla sua conferenza?

“Direi che la parola che può riassumere tutto sia ‘incarnazione’. Nel tempo dell’eresia catara albigese, come oggi nel tempo di certi principi New Age – quindi questo affogare nel materialismo di molti o l’evadere nello spiritualismo di altri-, Francesco richiama con forza l’imponente evidenza che il Verbo si è fatto carne. È il significato del presepe di Greccio, dove Francesco vuole vedere nella carne il Bambino Gesù. Così come accade alla sua carne trafitta. Ma attenzione: le sue stimmate non esaltano la sofferenza, bensì ricordano che Dio entra realmente nella storia dell’uomo. Quindi non un masochismo che enfatizza il dolore o l’ascetismo, bensì il far memoria continuamente del Golgota, nella certezza che non è l’ultima parola. Questa presenza concreta di Dio nella carne è il cuore del messaggio francescano di cui Giotto si fa portavoce”.

Lei ha dedicato gran parte del suo percorso alla divulgazione dei grandi capolavori religiosi, da Giotto a Caravaggio. Cosa risponde a chi ritiene che l’arte sacra cristiana sia un linguaggio ormai distante dalla sensibilità culturale odierna?

“Rispondo che i fatti dimostrano il contrario. Le sale continuano a riempirsi ovunque. Credo che questa grande arte parli ancora quando chi la propone la vive personalmente. Come nell’educazione, anche qui tutto dipende dall’esperienza. L’arte comunica davvero quando non è una competenza ostentata, ma un’esperienza condivisa. Se chi parla è coinvolto in ciò che racconta, allora anche chi ascolta viene coinvolto”.

L’arte sacra, una risposta alle domande del presente

L’incontro ascolano ha dimostrato come l’arte sacra cristiana continui a possedere una sorprendente capacità di interpellare l’uomo contemporaneo. In una società dominata dalla velocità delle immagini e dalla frammentazione dei messaggi, gli affreschi di Giotto mostrano ancora la forza di una bellezza capace di educare lo sguardo e di aprire interrogativi sul senso della vita. Le opere nate dalla fede non appartengono soltanto al passato: continuano a parlare perché affrontano le stesse domande che abitano il cuore dell’uomo di ogni tempo. Ed è forse proprio questa la loro attualità più profonda: ricordarci che la bellezza autentica non si limita ad essere contemplata, ma invita ciascuno a cercare la verità che custodisce.