Di Lucilio Santoni
In Matteo (15, 21-28) c’è l’episodio della donna cananea, che chiede con insistenza a Gesù di guarire la figlioletta. Lui risponde che è stato mandato solo per le pecore perdute della casa d’Israele. E poi aggiunge:
– Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini.
Ma la donna gli ribatte:
– È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni
Allora Gesù, di fronte a tanto amore e così grande fede, cede e guarisce all’istante la figlia.
Siamo nella regione di Tiro e di Sidone, dove non ci sono israeliti, bensì una popolazione cananea di cultura ellenistica. Ma la fama di Gesù è arrivata fin lì, e la donna gli va incontro riconoscendolo come il Figlio di Davide, il Messia da lungo tempo aspettato, e con grande fiducia gli chiede di aiutare sua figlia.
Quando lei insiste, il Maestro le risponde che è venuto a cercare le pecore perdute della casa di Israele. Ma la donna cananea non si dà per vinta a continua a incalzarlo. In quel tempo i giudei chiamavano “cani” i pagani in senso dispregiativo, dato che il cane era un animale impuro. Perciò le parole con le quali Gesù le risponde suonano molto dure: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Però la donna non va in collera né si mostra dispiaciuta per il tono della risposta. L’apparente distacco di Gesù non la scoraggia, anzi, la fa insistere nella sua supplica. E allora quella madre rinnova la richiesta piegando le parole in un meraviglioso e disarmante richiamo alla realtà. La sua forza interiore si serve principalmente di parole. Ribalta quelle del Maestro con una tale forza evocativa che le permette di superare ogni ostacolo. Persevera in una preghiera fatta di parole vive e operative, anche quando Dio sembra non ascoltare.
La sua esortazione al Signore è poesia, che scaccia le tenebre e rivela la luce dell’amore. Quella luce che viene spesso cantata proprio dai grandi poeti. Ci piace allora concludere ricordando i versi del portoghese Eugénio de Andrade.
QUASI NIENTE
L’amore
è un uccello tremante
nelle mani di un bambino.
Si serve di parole
perché ignora
che le mattine più limpide
non hanno voce.